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Il flop dei negoziati a Istanbul, i russi rifiutano ancora la tregua

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Gli inviati di Mosca e Kiev parlano poco più di un’ora. No del Cremlino al vertice tra leader. Nuovo scambio di prigionieri e di salme. Gli ucraini chiedono indietro 300 bambini rapiti
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ISTANBUL – Non ci sono più le travi e i mattoncini a vista del Palazzo Dolmabahce, ma gli stucchi del Ciragan, altra opulente residenza imperiale ottomana sulla sponda europea di Istanbul. La scenografia è cambiata, ma non la coreografia, né gli attori: il tavolo a ferro di cavallo, le due delegazioni nemiche ai bracci opposti e i mediatori turchi in mezzo. Il secondo round del secondo tentativo di negoziati diretti tra Mosca e Kiev in tre anni dura un’ora e dieci minuti appena, ma è preceduto da due ore e mezza di faccia a faccia tra i capi delle due rispettive delegazioni, il consigliere presidenziale russo Vladimir Medinskij e il ministro della Difesa ucraino Rustem Umerov.

Meglio del previsto. All’indomani dell’attacco di droni ucraini contro decine di aerei militari russi e dell’esplosione di due ponti russi, si temeva il peggio. Ma i moscoviti hanno finto indifferenza. «La guerra è guerra. La posizione russa resta la stessa», commenta il politologo falco Sergej Markov. «La …

ISTANBUL – Non ci sono più le travi e i mattoncini a vista del Palazzo Dolmabahce, ma gli stucchi del Ciragan, altra opulente residenza imperiale ottomana sulla sponda europea di Istanbul. La scenografia è cambiata, ma non la coreografia, né gli attori: il tavolo a ferro di cavallo, le due delegazioni nemiche ai bracci opposti e i mediatori turchi in mezzo. Il secondo round del secondo tentativo di negoziati diretti tra Mosca e Kiev in tre anni dura un’ora e dieci minuti appena, ma è preceduto da due ore e mezza di faccia a faccia tra i capi delle due rispettive delegazioni, il consigliere presidenziale russo Vladimir Medinskij e il ministro della Difesa ucraino Rustem Umerov.

Meglio del previsto. All’indomani dell’attacco di droni ucraini contro decine di aerei militari russi e dell’esplosione di due ponti russi, si temeva il peggio. Ma i moscoviti hanno finto indifferenza. «La guerra è guerra. La posizione russa resta la stessa», commenta il politologo falco Sergej Markov. «La guerra è una cosa, i negoziati un’altra. Gli attacchi alle basi aeree sono una parte della guerra, un processo parallelo che non influirà sulle nostre richieste», gli fa eco l’inviato militare Aleksandr Kots. Sembra più una autoassoluzione per i propri raid che indulgenza per quelli altrui, ma quello che è conta è che il negoziato vada avanti, seppure a piccoli passi.

Le due parti tornano a parlarsi per la seconda volta dal 16 maggio. «In russo», sottolineano i media putiniani. Non ci sono gli statunitensi: i russi non li hanno voluti neppure stavolta. E i delegati dei quattro “volenterosi” europei, compresa l’Italia rappresentata da Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico della premier, e dal suo vice Pietro Sferra Carini, incontrano soltanto la delegazione ucraina. Stavolta il risultato è uno scambio di «tutti i prigionieri di guerra gravemente feriti o malati» e «di età compresa tra i 18 e i 25 anni», nonché di «6mila contro 6mila» corpi di caduti. L’Ucraina consegna un elenco ufficiale dei bambini a suo dire «deportati» da Mosca. Medinskij risponde piccato: «Non mettete su uno show per vecchie signore europee compassionevoli senza figli propri». Quando incontra i giornalisti, sventola la lista davanti alle telecamere. «Dicevano che un milione e mezzo di bambini ucraini erano stati “rapiti dalla Federazione Russa”. Poi sono diventati 200mila. Poi 20mila. Ma non c’erano elenchi. Eccolo l’elenco completo. Come potete vedere, ci sono 339 nomi, non milioni o migliaia. Lavoreremo su ciascuno di loro. Non appena verranno individuati i loro tutori, il ricongiungimento avverrà immediatamente. Non c’è un solo bambino rapito, ci sono soltanto bambini salvati dai nostri soldati», accusa.

Anche stavolta nessuna intesa su una tregua incondizionata. La Russia continua a respingerla. Medinskij piuttosto propone «un cessate il fuoco parziale di 2-3 giorni» per agevolare il recupero delle salme dei caduti. Finalmente consegna l’atteso “memorandum” russo sui «mezzi per stabilire una pace duratura» e sulle «misure da adottare per raggiungere un cessate il fuoco completo», ma il documento pone condizioni inaccettabili per Kiev, almeno a leggere le bozze che circolano sui media russi: il ritiro delle forze ucraini dalle quattro regioni parzialmente annesse dalla Russia nel settembre 2022 ma mai conquistate del tutte o la “smilitarizzazione” totale.

Umerov però lì per lì non ribatte. Ai giornalisti dice che Kiev avrà bisogno di una settimana per esaminare il documento e decidere una risposta. Propone ulteriori colloqui «tra il 20 e il 30 giugno». Ma ci pensa il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a invocare che gli Stati Uniti «adottino misure forti». Appelli che cadono nel vuoto. Come quello per un incontro a tre con Vladimir Putin e Donald Trump. Il mediatore turco Recep Tayyip Erdogan continua a caldeggiarlo e Trump conferma di «essere aperto». A prender tempo è sempre il Cremlino. A metà pomeriggio le delegazioni si allontanano a bordo delle loro berline nere alla spicciolata. Prima i mediatori turchi, poi gli ucraini in divisa, infine i russi incravattati. Al Ciragan c’è la solita porta imperiale che incornicia il Bosforo. Ma ai negoziati di porte aperte se ne sono viste poche. Eppure per Erdodan «il fatto stesso che l’incontro abbia avuto luogo nonostante l’incidente di ieri è di per sé un importante successo».

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