Elon Musk va a Canossa. E chiede scusa a Donald Trump via social, che poi è l’unico modo in cui l’uomo più ricco del mondo e quello più potente si sono confrontati di recente (o meglio: si sono scontrati). «Mi pento di alcuni miei post sul presidente. Sono andato troppo oltre» ha dunque scritto all’alba di ieri l’imprenditore di origine sudafricana su quello stesso X da dove, pure, solo una settimana fa aveva dichiarato guerra all’inquilino della Casa Bianca. Prima criticandone il “Big Beautiful Bill”, la legge di bilancio che di fatto vanifica tutti i tagli da lui fatti col Doge, il Dipartimento dell’efficienza, da Musk definita «disgustoso abominio». Poi, accusando addirittura l’amico di aver commesso crimini orrendi: «Il suo nome è negli Epstein Files e per questo non li fa pubblicare. Ma la verità verrà a galla». Allusione al giro di prostituzione minorile sfruttata dal finanziere Jeffrey Epstein, morto sucida in carcere nel 2019.
Non pago, il patron di Tesla e Space X aveva …
Elon Musk va a Canossa. E chiede scusa a Donald Trump via social, che poi è l’unico modo in cui l’uomo più ricco del mondo e quello più potente si sono confrontati di recente (o meglio: si sono scontrati). «Mi pento di alcuni miei post sul presidente. Sono andato troppo oltre» ha dunque scritto all’alba di ieri l’imprenditore di origine sudafricana su quello stesso X da dove, pure, solo una settimana fa aveva dichiarato guerra all’inquilino della Casa Bianca. Prima criticandone il “Big Beautiful Bill”, la legge di bilancio che di fatto vanifica tutti i tagli da lui fatti col Doge, il Dipartimento dell’efficienza, da Musk definita «disgustoso abominio». Poi, accusando addirittura l’amico di aver commesso crimini orrendi: «Il suo nome è negli Epstein Files e per questo non li fa pubblicare. Ma la verità verrà a galla». Allusione al giro di prostituzione minorile sfruttata dal finanziere Jeffrey Epstein, morto sucida in carcere nel 2019.
Non pago, il patron di Tesla e Space X aveva pure minacciato di voler sfidare il presidente degli Stati Uniti sul campo della politica. Sia finanziandone gli avversari, che lanciando un partito centrista cui gli utenti — da lui interrogati — avevano perfino già dato un nome: “American Party”. Manco a dirlo, The Donald non l’aveva presa bene: «È impazzito» aveva detto in un primo momento. E poi, dopo averlo minacciato di tagliargli commissioni per miliardi di dollari aveva rilanciato: «Ha fatto una cosa molto brutta. È stato irrispettoso. Non si può mancare di rispetto alla presidenza». A fine settimana aveva rifiutato una telefonata di scuse.
Qualcosa è cambiato durante un week end pur particolarmente caldo per gli Stati Uniti: con i raid della polizia anti immigrati e la decisione di far intervenire la Guardia Nazionale a infiammare le proteste a Los Angeles, in California, e in altre grandi città.
President Trump si è deciso a rispondere a un telefonata di chiarimenti e scuse arrivata dopo che prima Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca, poi il vicepresidente J.D. Vance (particolarmente vicino agli imprenditori di Silicon Valley amici del miliardario) avevano parlato con Musk: lavorando poi per convincere Trump a concedergli tregua. Almeno così racconta il New York Times citando tre fonti informate, che però nulla dicono del come si è svolta la conversazione. Sembra però evidente la richiesta di scuse pubbliche avanzate da Trump. «Ha la mentalità di un padrino mafioso e non dimentica mai un’offesa» aveva d’altronde detto a Repubblica il politologo Yascha Mounk, commentando lo scontro al vertice: «Solo un atto d’umiliazione potrebbe placarlo». Quello compiuto da Musk ieri, cioè. Abbastanza da ottenere benemerenza. «Trump ha preso atto del messaggio e ha apprezzato il rammarico espresso da Elon» ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Karolina Leavitt. Quanto però l’accettazione delle scuse corrisponda a perdono è difficile da stabilire: «Non sono contento delle sue parole. Credo stia molto male» aveva d’altronde detto Trump parlando del fattaccio al tabloid New York Post. «La mia priorità è rimettere in sesto il Paese» aveva poi ribadito, pur senza escludere la possibilità di ricucire i rapporti. «Gli auguro solo il meglio» aveva aggiunto. Poco dopo, Musk gli aveva risposto: «Anche io». Difficile è anche capire quanto la tregua possa trasformarsi in una pace duratura: «Non sono stupidi. Sanno che la guerra aperta danneggia entrambi» ci aveva detto l’esperto di politiche tecnologiche Alec Ross notando che Musk già al primo giorno di contenzioso aveva visto crollare le azioni di Tesla di un ulteriore 14 per cento. E Trump rischiava di perdere i giovani sostenitori maschi portatigli dall’imprenditore: «Senza una tregua la distruzione reciproca è assicurata. Anche se non torneranno a fidarsi l’uno dell’altro, potrebbero ristabilire una qualche forma d’alleanza più ponderata e a distanza di quella avuta finora». Almeno fino alla prossima pillola di quella ketamina che fa volare su Marte il lunatico Mister Musk.