TEL AVIV – La rabbia di Teheran risuona sui monti Alborz, nei viali alberati del quartiere settentrionale di Narmak. Corre nelle chat, nei video, negli appelli social. È l’ora di cena, i jet israeliani continuano a bombardare quando Trump intima a 10 milioni di persone di lasciare la città. A casa di Pourya è uno strazio. «Cosa fai se il presidente di una potenza nucleare ti minaccia? Abbiamo deciso di andare a nord, ma abbiamo dovuto lasciare indietro mio zio, perché è in dialisi. E mia nonna non ha sentito ragioni: è rimasta con lui», racconta al telefono ancora sotto choc.
Sono ore di caos e angoscia nella megalopoli iraniana, mitigate solo dallo spirito resiliente di un popolo che da 40 anni combatte contro una teocrazia oppressiva. Con migliaia di macchine in fuga bloccate nel traffico sotto una galleria, un gruppo di uomini e donne inizia a ballare, li seguono in tanti, per tenere a bada la paura. Chi se ne va lo fa col cuore a pezzi.
Narges Mohammadi a casa c’era tornata …
TEL AVIV – La rabbia di Teheran risuona sui monti Alborz, nei viali alberati del quartiere settentrionale di Narmak. Corre nelle chat, nei video, negli appelli social. È l’ora di cena, i jet israeliani continuano a bombardare quando Trump intima a 10 milioni di persone di lasciare la città. A casa di Pourya è uno strazio. «Cosa fai se il presidente di una potenza nucleare ti minaccia? Abbiamo deciso di andare a nord, ma abbiamo dovuto lasciare indietro mio zio, perché è in dialisi. E mia nonna non ha sentito ragioni: è rimasta con lui», racconta al telefono ancora sotto choc.
Sono ore di caos e angoscia nella megalopoli iraniana, mitigate solo dallo spirito resiliente di un popolo che da 40 anni combatte contro una teocrazia oppressiva. Con migliaia di macchine in fuga bloccate nel traffico sotto una galleria, un gruppo di uomini e donne inizia a ballare, li seguono in tanti, per tenere a bada la paura. Chi se ne va lo fa col cuore a pezzi.
Narges Mohammadi a casa c’era tornata solo da pochi mesi, dopo anni di prigione. «È abituata agli abbandoni, per andare in carcere, per emigrare. Pensavo che il dolore più duro fosse stato quando Ali e Kiana se ne sono andati (i figli da anni a Parigi, ndr). Ma questa volta è più difficile lasciare. Spero di rivederti Teheran. No alla guerra», scrive la Nobel per la pace, indomita oppositrice del regime, in un post che commuove e vola su migliaia di condivisioni.
L’ordine di Trump alimenta l’indignazione collettiva, e i dissidenti sono in prima fila. Scrive Toomaj Salehi, il rapper che ci ha rimesso anni di prigione, torture e censure per battagliare contro i mullah. «Evacuare è solo uno slogan populista. Come possono farlo milioni di persone, molti senza carburante, risparmi o una seconda casa dove andare?». E ai carcerieri: «Non riempitevi la bocca con la parola “Iran”, quando per Hassan Nasrallah avete costruito una città e per la gente di Teheran nemmeno un rifugio».
Il centro nevralgico del Paese ora è precipitato nel caos. Gli israeliani hanno bombardato un deposito di carburante a nord che riforniva la città, e prima della guerra le cisterne erano già state in parte svuotate dallo sciopero dei trasportatori. Scuole e uffici chiusi, servizi essenziali andati in tilt. Le banche hanno limitato i prelievi dei contanti. Quella dei Pasdaran, la Sepah, la più antica e potente, è rimasta ferma per diverse ore per un attacco cyber.
I consumi sono razionati. Ogni auto può comprare solo 10 litri di benzina, che scarseggia e costa un occhio. Al supermercato, 4 bottiglie di acqua a persona, quindi 6 litri e mezzo. Il governo ha spento Internet, o almeno ci prova, e ha chiesto a tutti di disfarsi di WhatsApp, perché è «infiltrata dal nemico»: cresce la paranoia del Sistema. Con il paradosso che ora tanti scaricano Bale, l’app del governo finora trattata come la peste perché serviva a sorvegliare, ma che adesso potrebbe essere l’unica a funzionare in un blackout totale.
Chi può si mette in marcia, sperando di arrivare a nord, a Rasht, o sulle montagne intorno a Tabriz, anche grazie a una contagiosa catena di solidarietà: coppie che aprono le loro case a sconosciuti, famiglie che si stringono per far spazio ad altri in fuga. «Dobbiamo essere il rifugio gli uni degli altri, no alla guerra», scrive Mohammadi che insieme a un gruppo di intellettuali e registi come Jafar Panahi ha firmato un appello per il cessate il fuoco, per le dimissioni del regime e una costituente.
Ma il pensiero di tanti a Teheran in queste ore va a chi è rinchiuso a Evin, l’infausto carcere dei prigionieri politici. «I detenuti vivono nell’orrore della guerra, delle uccisioni, senza sapere nulla dei loro cari. Invece di torturarli e creare ulteriore terrore, liberateli...», dice Atena Daemi, che in quelle celle ha passato anni e adesso è riparata in Canada. Gira un video straziante di Mehraveh Khandan, la giovane figlia di una delle coppie più incredibili dell’Iran, Reza Khandan, attivista per i diritti civili e delle donne, e Nasrin Sotoudeh, la Mandela iraniana. Reza è rinchiuso a Evin.
Mehraveh piange, ha le mani tra i capelli: «Come farà mio padre a evacuare dalla città?!». È lo spettro più sinistro: migliaia di detenuti politici in trappola, tra le bombe israeliane e la possibile vendetta dei loro carcerieri. La Storia, dice Sahar Delijani, anche lei figlia di dissidenti perseguitati, ci ha già dato una lezione: «Nell’ultimo anno della guerra Iran-Iraq il regime iraniano ha giustiziato migliaia di prigionieri politici, seppellendoli in fosse comuni. La guerra non porta solo distruzione. Diventa una licenza per i dittatori per massacrare tutti quelli che resistono».