La sorte del Medio Oriente si decide nei prossimi tre giorni. Perché tre giorni, salvo accelerazioni e improvvisi stravolgimenti sul campo, è il tempo che si è dato Donald Trump per decidere se trascinare gli Stati Uniti nel conflitto israelo-iraniano, passando dall’attuale ruolo passivo di protettore dei cieli dello Stato ebraico (ruolo condiviso con il Regno Unito) a quello, attivo, di attaccante, affiancando i caccia di Israele nei bombardamenti del suolo iraniano. Tre giorni per sperare ancora in una soluzione diplomatica che però, al momento, è poco più di un miraggio. Il tempo scorre. E stringe.
L’abbandono in anticipo della riunione del G7 da parte del presidente americano, la convocazione del Consiglio di sicurezza nella Situation Room della Casa Bianca e il cambio di rotta della Nimitz (la più vecchia portaerei della flotta navale statunitense), che dallo Stretto di Malacca nell’Oceano Indiano si sta portando nel Mar Arabico dove già incrocia un’altra portaerei Usa (la Carl Vinson, nel Golfo Persico), sembrano i segnali di una decisione in realtà già presa. Imminente. Che si definirà «al massimo entro venerdì», secondo quanto riferiscono a Repubblica qualificate fonti militari della Nato. In settantadue ore, infatti, il potenziale offensivo americano nella regione raggiungerà il livello massimo.
Del resto, ciò che scrive Trump su Truth Social suona come un ultimatum. Invoca la «resa incondizionata» dell’Iran e poi lancia un messaggio all’ayatollah Ali Khamenei. «La nostra pazienza si sta esaurendo. Sappiamo dove si nasconde il cosiddetto “leader supremo”, è un bersaglio facile. Non abbiamo intenzione di eliminarlo, per ora».
Due, dunque, gli scenari possibili. Il primo, il meno probabile, è quello appunto della resa del regime, che per non capitolare accetta quel che finora ha sempre rifiutato: rinunciare al programma di arricchimento dell’uranio, sia in ambito militare sia in ambito civile. È la proposta americana, l’unica che può convincere Netanyahu a interrompere la guerra. Ma sarebbe anche la più esplicita delle dichiarazioni di sconfitta, e i pasdaran non sono disposti a cedere. Anche perché la distruzione e i morti provocati da Israele sembrano aver compattato attorno al governo una parte della dissidenza.
Il secondo scenario, di fatto, si sta già concretizzando. Di fronte alla tenuta del regime iraniano, alla pioggia di missili e droni su Tel Aviv e Haifa e alla minaccia di colpire il Medio Oriente con «attacchi mai visti prima», le forze armate israeliane espandono l’offensiva e prendono a bombardare nuovi obiettivi strategici, oltre ai siti del programma di arricchimento dell’uranio e alle postazioni di lancio. In questo quadro, è prevedibile l’intervento degli Usa.
Stando a quanto riferiscono le fonti Nato, infatti, una possibile reazione della Repubblica islamica messa all’angolo potrebbe essere il tentativo di «incendiare la regione», calibrando i missili balistici (l’arsenale iraniano ne contava almeno 2.000 a inizio conflitto) su pozzi e infrastrutture petrolifere israeliane, saudite, emiratine, qatariote. Una mossa alla Saddam Hussein: un rabbioso piano di distruzione su larga scala che, se realizzato, provocherebbe un cataclisma economico e ambientale, e che ha un precedente nel 1991 quando il leader iracheno dette l’ordine di incendiare più di 700 pozzi in Kuwait. L’intervento americano, nell’ottica del Pentagono e del governo israeliano, punta a chiudere subito la partita con gli ayatollah.
Trump è sempre stato al corrente dell’intenzione di Netanyahu di attaccare l’Iran. Le sue dichiarazioni interlocutorie nell’imminenza dei primi raid erano anch’esse un modo per ingannare il regime, per alimentare l’effetto sorpresa. I servizi di intelligence della Nato, invece, sono stati avvertiti delle operazioni israeliane con appena 24 ore di anticipo.
Oltre alle portaerei Vinson e Nimitz, gli Usa dispongono in zona di un incrociatore e tre cacciatorpedinieri. Una squadra aerea di F-35 e F-16 si sta schierando attorno all’Iran. Dalle basi americane, inoltre, sono decollati 28 aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia. Solo l’arsenale statunitense possiede le Moab, le bombe “bunker buster” da 13 tonnellate capaci di bucare anche 60 metri di cemento armato, quindi in grado di dare il colpo di grazia al centro di ricerche nucleari di Fordow, scavato nel ventre di una montagna.
L’aviazione israeliana difficilmente potrà mantenere il ritmo di questi giorni: tra andata e ritorno, ogni missione in Iran comporta un volo di 3.000 chilometri e quattro rifornimenti in aria. Entro venerdì è previsto uno stop parziale per la manutenzione dei velivoli e il riposo dei piloti. Se tutto va come è nei piani di Netanyahu, per quel giorno il Pentagono avrà già dato ordine ai caccia americani di alzarsi in volo. In rotta su Teheran.