Ecco perché la cupola antimissile di Israele è piena di buchi e non riesce a proteggere le città
di Gianluca Di FeoChi ha spuntato la “Freccia” di Israele? Perché i fantascientifici missili “Arrow 3” progettati per garantire la cupola definitiva contro gli ordigni iraniani non riescono a fermare le armi degli ayatollah che continuano a piovere sulle città, anche dopo l’attacco degli Usa all’Iran di stanotte?
La risposta è semplice: gli intercettori sono troppo pochi e quelli rimasti vanno centellinati, perché devono restare disponibili per proteggere le installazioni più delicate, come gli impianti nucleari di Dimona. La responsabilità di questa coperta drammaticamente corta nasce da uno scontro di visioni che condiziona lo Stato ebraico sin dalla sua nascita: quello tra militari e civili.
I generali israeliani non credono negli scudi, ma solo nella spada. La loro filosofia è riassunta da un versetto della Bibbia: “Alzati e uccidi per primo”. Sono convinti da sempre che la migliore difesa sia l’attacco, possibilmente preventivo: sconfiggere i nemici prima che possano provocare danni vitali. E per…
Chi ha spuntato la “Freccia” di Israele? Perché i fantascientifici missili “Arrow 3” progettati per garantire la cupola definitiva contro gli ordigni iraniani non riescono a fermare le armi degli ayatollah che continuano a piovere sulle città, anche dopo l’attacco degli Usa all’Iran di stanotte?
La risposta è semplice: gli intercettori sono troppo pochi e quelli rimasti vanno centellinati, perché devono restare disponibili per proteggere le installazioni più delicate, come gli impianti nucleari di Dimona. La responsabilità di questa coperta drammaticamente corta nasce da uno scontro di visioni che condiziona lo Stato ebraico sin dalla sua nascita: quello tra militari e civili.
I generali israeliani non credono negli scudi, ma solo nella spada. La loro filosofia è riassunta da un versetto della Bibbia: “Alzati e uccidi per primo”. Sono convinti da sempre che la migliore difesa sia l’attacco, possibilmente preventivo: sconfiggere i nemici prima che possano provocare danni vitali. E per questo dal 1948 in poi hanno sempre destinato gli investimenti più importanti agli strumenti offensivi: cacciabombardieri, mezzi corazzati e forze speciali, a cui in epoche più recenti si sono aggiunti droni e sottomarini senza dimenticare la scorta mai ammessa di testate nucleari.
Lo shock di Saddam Hussein
Così quando durante la “Tempesta del deserto” del 1991 gli Scudi di Saddam Hussein sono caduti a decine su Israele, il Paese si è trovato privo di barriere: all’epoca vennero magnificate le batterie Patriot prestate dagli americani, ma si è trattato solo di propaganda per celare la debolezza delle protezioni. Dopo quello shock, il governo decise di costruire un’arma anti-missile che cancellasse per sempre la minaccia: una sfida tecnologica enorme, perché si tratta di abbattere ordigni che volano fuori dall’atmosfera e si schiantano sugli obiettivi anche a diecimila chilometri orari. Ci sono pochi minuti a disposizione, tra cinque e dieci, per individuare l’incursore e buttarlo abbatterlo: bisognava inventare un sistema avanzatissimo di radar e satelliti per avvistare i lanci, computer per calcolare la traiettoria, intercettori velocissimi e precisi al millimetro. I costi preventivati erano spaventosi: miliardi e miliardi di dollari.
C’erano tanti ufficiali che potevano guidare questo programma, ma venne affidato a un dirigente civile del ministero della Difesa: Uzi Rubin. «Mi convocarono in una riunione d’urgenza – ha ricordato Rubin - : il cancelliere tedesco Helmut Khol aveva promesso di aiutarci a realizzare?una barriera contro gli Scud?e bisognava nominare un responsabile. Accanto a me c’erano due generali di alto rango, ma il numero uno del ministero mi guardò negli occhi: “Vogliamo che sia tu”. È stata una sorta di promozione sul campo”. Si sapeva che i militari avrebbero fatto di tutto per sabotare il progetto, mentre Uzi Rubin, nato a Tel Aviv nel 1937, si sarebbe impegnato per impedire nuovi incubi come quello causato dal dittatore di Baghdad.
Le cupole figlie dell’emergenza
Anche “Iron Dome”, la cupola che tiene lontani i razzi a corto raggio di Hamas e Hezbollah, è stato realizzato di corsa dopo che nel conflitto del 2006 i miliziani sciiti libanesi avevano tenuto sotto tiro per mesi tutto il Nord del Paese, obbligando la popolazione a vivere nei rifugi e paralizzando le attività economiche. “Iron Dome” ha prestazioni straordinarie, merito della prima applicazione bellica dell’intelligenza artificiale, ma infinitamente inferiori a quelle richieste all’Arrow.
Grazie ai finanziamenti statunitensi, compensati dalla condivisione delle tecnologie, prima è stato realizzato l’Arrow 2, che frantuma i missili nemici ad altissima quota, e infine l’Arrow 3, che li disintegra fuori dall’atmosfera arrivando a 100 chilometri da terra. Di fatto, l’Arrow 3 è un’arma spaziale che può distruggere pure i satelliti ed è l’unica che permette di avere la sicurezza totale: anche se l’ordigno nemico viene solo spezzato, generando micidiali frammenti che pesano tonnellate, l’impatto con l’atmosfera polverizza i detriti. Questa caratteristica è fondamentale nel caso di attacchi con testate atomiche o chimiche: è la sola certezza di evitare il fallout radioattivo o le nuvole tossiche.
La prova del fuoco
Lo sviluppo è stato lento, pieno di ostacoli tecnici, politici e finanziari per un quarto di secolo. L’Arrow 3 è stato dichiarato operativo nel 2017. La prova del fuoco è arrivata pochi giorni dopo i massacri del 7 ottobre 2023, disintegrando fuori dell’atmosfera un missile balistico degli Houthi yemeniti. Ma la vera battaglia è arrivata con le ondate di ordigni scagliate dagli iraniani il 13 aprile 2024 e con la replica ancora più massiccia del 1° ottobre. In entrambe le notti, la “Freccia” ha fatto il suo lavoro egregiamente ma già nella seconda aggressione ha mostrato un limite: c’erano troppe poche batterie per affrontare il nugolo di missili partiti contemporaneamente dall’Iran. In quell’occasione si sono diretti quasi esclusivamente contro grandi installazioni militari: parecchi hanno superato la difesa anti-area, senza però infliggere perdite rilevanti perché sono esplosi in zone desertiche.
L’esame di quello scontro ha fatto subito scattare l’allerta: cosa sarebbe accaduto se invece degli aeroporti isolati avessero preso di mira un’area densamente abitata? Per quasi due mesi nel governo Netanyahu si è ripetuto il braccio di ferro tra fautori dello scudo e sostenitori della spada. Rubin ha sempre sostenuto che servissero più sistemi Arrow, perché è cambiata la natura dei conflitti e già nel 2018 aveva messo in guardia con un’intervista al Jerusalem Post: “Non ne abbiamo abbastanza, ma se chiedete ai generali vi diranno che sono già troppi. Bisogna essere obiettivi e partire da cosa è la guerra oggi: la strategia dei nostri avversari non è quella di sconfiggere le forze armate ma di travolgere la popolazione. I nostri nemici adesso non si preparano a combattere contro l’esercito: vogliono principalmente colpire i civili”. Il suo ragionamento è semplice: le batterie non bastano per mettere l’intera nazione al sicuro e quindi bisogna scegliere cosa salvaguardare, con il rischio di esporre infrastrutture civili ma vitali: «Come puoi condurre una guerra senza elettricità? – chiedeva Rubin - Devi prima preservare la tua capacità di continuare a combattere. Acqua, cibo, gas e altre risorse arrivano ai soldati dalle aziende civili».?E continua: “La guerra pesa soprattutto sul “fronte interno” e c’è la necessità di incrementare le difese. Ma nessuno vuole aumentare le spese e di conseguenza le tasse, perciò si finisce per decidere solo quando si è sotto una minaccia”.
La corsa tardiva ai ripari
Così è stato. Lo scorso 24 dicembre il ministro della Difesa Israel Katz ha scelto di puntare sull’Arrow 3 e imbastire un piano ultra-rapido per potenziare la cupola spaziale con altri lanciatori e tanti intercettori. Un’impresa veramente difficile, che è stata messa nelle mani di una leggenda: Daniel Gold, l’artefice di “Iron Dome”. Un esperto e soprattutto un organizzatore, che ha dimostrato di sapere mobilitare le migliori risorse scientifiche e industriali al servizio della sicurezza del Paese. Neppure Gold però può fare miracoli: si ritiene che assemblare un singolo missile Arrow 3 prima del suo intervento richiedesse diciotto-ventiquattro mesi. Quanti ne sono stati prodotti finora? Il dato è segreto. Il “Wall Street Journal” ha parlato di venti-venticinque l’anno: il totale nel 2024 sarebbe stato inferiore a 150, di cui due terzi sono già stati consumati nei duelli contro gli Houthi e contro l’Iran. Le batterie sarebbero in tutto tre: ognuna può distruggere cinque bersagli in trenta secondi. Una coperta molto corta.
Ecco che Israele ha scatenato la guerra all’Iran senza disporre di uno scudo all’altezza della minaccia. Ancora una volta si è imposta la linea dei generali, certi che i raid dei cacciabombardieri avrebbero azzerato l’arsenale degli ayatollah. D’altronde nell’ottica dello Stato Maggiore quello che accade ogni giorno, con i missili che passano lo schermo e scoppiano su palazzi, uffici, ospedali e persino sulla raffineria di Haifa, rappresenta un “costo accettabile”: il 90 per cento degli ordigni viene bloccato, un risultato statisticamente brillante e che ai loro occhi costituisce una vittoria.
I dubbi sull’efficacia
Già, ma le persone che vivono nell’assillo delle sirene d’allarme e vedono i condomini sbriciolati dalla rappresaglia dei Guardiani della Rivoluzione non la pensano così. Si crea una ferita psicologica, che terrorizza i cittadini e rende difficile lavorare. Passano i giorni, i bollettini elencano la sistematica demolizione della macchina bellica di Teheran ma le ritorsioni proseguono e nonostante il numero di missili in arrivo sia in calo costante, c’è la percezione che la loro letalità stia aumentando.
Questo avviene nonostante la contraerea sia disposta su un triplice coltre di armi: una falange di cui l’Arrow 3 è solo l’elemento che agisce più in alto, perché sotto ci sono le batterie a medio raggio “Fionda di Davide” e ancora più in basso quelle di “Iron Dome”. Questi ultimi due, però, non contrastano i missili in entrata ma possono soltanto eliminare i rottami di quelli spezzati che sono comunque pericolosi perché sono blocchi di metallo ad alta velocità pieni di tritolo e carburante. E a poco servono i nuovi Barak entrati in azione ieri: sono destinati a bersagliare droni, aerei e cruise senza potersi misurare con i missili balistici.
A rendere preoccupante la situazione c’è un altro elemento: Israele viene protetto anche da una batteria del similare Thaad statunitense oltre che dagli SM3, con prestazioni leggermente inferiori, imbarcati sulle navi dell’Us Navy. Stiamo parlando di un complesso di armi hi-tech che è costato molti miliardi di dollari senza riuscire a dimostrarsi affidabile al 100 per cento. Lo scorso 4 maggio sia un Arrow 3 che un Thaad hanno fallito l’intercettazione di un missile degli Houthi, esploso a pochi metri dall’aeroporto internazionale di Tel Aviv; cinque giorni dopo un Thaad ne ha mancato un altro, poi distrutto dagli israeliani. Ancora una volta, si è compreso che non esistono “pallottole d’argento”, anche perché pure gli iraniani si sono preparati e stanno tirando fuori macchine progettate per superare lo scudo, con ogive che seminano submunizioni o – notizia finora non confermata – manovrano nella traiettoria finale per sconvolgere le previsioni dei computer.