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Bielorussia, libero Tikhanovskij il dissidente che sfidò Lukashenko: “Una richiesta degli americani”

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Il dittatore grazia il marito della leader democratica in esilio Svetlana e altri 14 detenuti. Decisiva la mediazione di Kellogg
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Svetlana Tikhanovskaja sospira e riesce a stento a trattenere le lacrime mentre, dall’altro capo del telefono, sente per la prima volta in quattro anni e mezzo la voce del marito appena scarcerato insieme ad altri 13 detenuti bielorussi. «Ci rivedremo presto. Non ho avuto tue notizie per oltre due anni, Sergej. Assolutamente nulla. No, non è arrivata neppure una lettera. E in questi due anni, hai ricevuto le nostre lettere? Neppure una? Ma ti abbiamo scritto, naturalmente». Qualche ora dopo, tra gli applausi, a Vilnius, la capitale lituana dell’esilio, il primo abbraccio, grazie alla mediazione di Donald Trump.

Nell’uomo 46enne che scende da un furgone e va incontro alla moglie, emaciato e rasato, si stenta però a riconoscere Sergej Tikhanovskij, il pugnace blogger bielorusso con centinaia di migliaia di follower su YouTube che, in vista delle presidenziali del 2020, aveva lanciato per primo la sfida ad Aleksandr Lukashenko, “l’ultimo dittatore d’Europa” al potere da oltre trent’anni…

Svetlana Tikhanovskaja sospira e riesce a stento a trattenere le lacrime mentre, dall’altro capo del telefono, sente per la prima volta in quattro anni e mezzo la voce del marito appena scarcerato insieme ad altri 13 detenuti bielorussi. «Ci rivedremo presto. Non ho avuto tue notizie per oltre due anni, Sergej. Assolutamente nulla. No, non è arrivata neppure una lettera. E in questi due anni, hai ricevuto le nostre lettere? Neppure una? Ma ti abbiamo scritto, naturalmente». Qualche ora dopo, tra gli applausi, a Vilnius, la capitale lituana dell’esilio, il primo abbraccio, grazie alla mediazione di Donald Trump.

Nell’uomo 46enne che scende da un furgone e va incontro alla moglie, emaciato e rasato, si stenta però a riconoscere Sergej Tikhanovskij, il pugnace blogger bielorusso con centinaia di migliaia di follower su YouTube che, in vista delle presidenziali del 2020, aveva lanciato per primo la sfida ad Aleksandr Lukashenko, “l’ultimo dittatore d’Europa” al potere da oltre trent’anni.

Tikhanovskij aveva soprannominato il leader bielorusso “lo scarafaggio” perché baffuto proprio come il personaggio di una poesia per bambini intitolata Il potente bacarozzo e aveva iniziato a percorrere in lungo e in largo il Paese a bordo di un’auto con una gigantesca ciabatta legata al tetto per invitare gli elettori a “schiacciarlo” alle urne. Ma, il 29 maggio, due giorni dopo essersi candidato, era stato sbattuto in prigione. Poi era stata la volta di Viktor Babariko, per vent’anni a capo di Belgazprombank, filiale del colosso energetico russo Gazprom, ruolo che rendeva la sua candidatura più appetibile per l’establishment e l’elettorato conservatore: arrestato anche lui insieme al figlio Eduard. Infine si era fatto avanti Valerij Tsepkalo, ex ambasciatore negli Stati Uniti ed ex leader della “Silicon Valley bielorussa”, fucina dell’app Viber e del popolare gioco World of Tanks: aveva lasciato il Paese temendo di fare la stessa fine degli altri rivali dopo che la sua candidatura era stata invalidata.

Alla fine si era fatta avanti la moglie di Sergej, Svetlana Tikhanovskaja, col sostegno dell’ex manager della campagna elettorale di Babariko, Maria Kolesnikova, e della moglie di Valerij Tsepkalo, Veronika. Una candidata per caso, ammessa soltanto per dare una spolverata di legittimità al voto. Quando però era riuscita a batterlo alle urne, Lukashenko le aveva rubato la vittoria e aveva represso nel sangue la rivolta contro la frode. Come Tsepkalo, Tikhanovskaja è ora in esilio, da dove guida l’opposizione bielorussa. Kolesnikova, invece, è in carcere, come oltre mille detenuti politici.

«È difficile descrivere la gioia nel mio cuore», ha commentato Tikhanovskaja ringraziando Trump e gli «alleati europei», compresa l’Italia, per «tutti i loro sforzi». La portavoce di Lukashenko ha confermato che «il presidente ha deciso di graziare 14 detenuti» su «richiesta del presidente degli Stati Uniti». Con Sergej, sono stati scarcerati altri quattro bielorussi, tre polacchi, due lettoni, due giapponesi, un estone e uno svedese. Tra loro un ex giornalista di Radio Free Europe, un professore universitario, un uomo d’affari e un attivista anarchico.

Ora si trovano tutti in Lituania. Il loro rilascio è arrivato dopo oltre sei ore e mezza di colloqui tra Lukashenko e l’inviato Keith Kellogg, primo alto funzionario statunitense a visitare Minsk dopo che l’amministrazione Biden aveva isolato e sanzionato la Bielorussia per il suo sostegno all’offensiva russa contro l’Ucraina. Obiettivo: ottenere l’aiuto del dittatore bielorusso per un possibile accordo di pace tra Russia e Ucraina in cambio di un allentamento delle sanzioni. Ma Lukashenko, sempre pronto ad allentare il nodo che lo lega al Cremlino, ha graziato quasi 300 detenuti, inclusi cittadini statunitensi, già dal luglio 2024, nel tentativo di ricucire i rapporti con l’Occidente.

Tikhanovskaja però avverte: «Non abbiamo finito: 1.150 prigionieri politici rimangono dietro le sbarre. Devono essere tutti liberati». Molti di loro, da babariko a Kolesnikova, sono in stato incommunicado, come lo è stato suo marito Sergej per due anni e tre mesi dopo la condanna a 19 anni e mezzo di carcere. Sono privati di ogni mezzo di comunicazione. Impossibili da raggiungere. I più sommersi tra i sommersi.

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