✕

Reza Pahlavi, l’amico dell’Occidente che sogna il ritorno part-time ma non ha seguito in patria

(reuters)

Ascolta l'audio

Tra le figure più rilevanti della diaspora, vive protetto da 007 americani. È visto con scetticismo all’interno del Paese
2 minuti di lettura

Si candida a guidare una transizione che per ora non si vede, ma rischia di essere un re senza popolo. Reza Ciro Pahlavi, 64 anni, figlio dell’ultimo Scià di Persia, Mohammed Reza, è una delle figure più note della diaspora iraniana all’estero, l’opposizione che sogna un cambio di regime restando fuori dai confini nazionali e per questo è guardata con diffidenza da una buona parte degli iraniani in patria.

Reza era stato cresciuto per avere la corona in testa fino ai suoi 18 anni, quando la rivoluzione islamica di Khomeini rovesciò la monarchia e costrinse la sua famiglia a fuggire. Vive da anni negli Stati Uniti, protetto dall’intelligence americana, la sua famiglia si muove tra Londra, Washington e Parigi. Pochi giorni prima dell’attacco israeliano all’Iran, la figlia Iman ha sposato Bradley Sherman, un uomo d’affari ebreo americano, il primo ebreo a entrare a far parte della famiglia reale iraniana. Il matrimonio ha scatenato le fantasie più varie tra molti commentatori online…

Si candida a guidare una transizione che per ora non si vede, ma rischia di essere un re senza popolo. Reza Ciro Pahlavi, 64 anni, figlio dell’ultimo Scià di Persia, Mohammed Reza, è una delle figure più note della diaspora iraniana all’estero, l’opposizione che sogna un cambio di regime restando fuori dai confini nazionali e per questo è guardata con diffidenza da una buona parte degli iraniani in patria.

Reza era stato cresciuto per avere la corona in testa fino ai suoi 18 anni, quando la rivoluzione islamica di Khomeini rovesciò la monarchia e costrinse la sua famiglia a fuggire. Vive da anni negli Stati Uniti, protetto dall’intelligence americana, la sua famiglia si muove tra Londra, Washington e Parigi. Pochi giorni prima dell’attacco israeliano all’Iran, la figlia Iman ha sposato Bradley Sherman, un uomo d’affari ebreo americano, il primo ebreo a entrare a far parte della famiglia reale iraniana. Il matrimonio ha scatenato le fantasie più varie tra molti commentatori online, complotti, cospirazioni, ma è tutto piuttosto chiaro. I due si conoscevano dal 2017, una relazione lunga, e non serve un matrimonio a svelare la linea politica di Reza Pahlavi, che da anni coltiva rapporti cordiali e di amicizia con Israele, ha vistato il Paese solo due anni fa, ha incontrato Netanyahu, parlamentari, il capo dell’intelligence, con un «messaggio di amicizia» per rinnovare «gli antichi legami tra Iran e Israele», che hanno interrotto le loro relazioni diplomatiche dopo l’avvento del khomeinismo.

In Iran, il nome Pahlavi produce reazioni contrastanti. C’è chi vedrebbe di buon occhio il ritorno del figlio dello Scià, ricorda i progressi e lo sviluppo raggiunti sotto la monarchia. Chi insegue il sogno di una democrazia piena, invece, non accetterebbe mai come leader un uomo che associa al governo autocratico di suo padre e suo nonno. Quando è iniziata la guerra, Pahlavi si è rifiutato di condannare i raid israeliani, lasciando a bocca aperta molti iraniani in patria che pure vorrebbero un cambiamento radicale, ma non con le bombe, e ha presentato il suo «piano di transizione» al Jerusalem Post, un quotidiano israeliano che lo stesso giorno pubblicava un editoriale-appello per spartire l’Iran in diversi Stati etnici. L’altro grosso scivolone risale a qualche anno fa quando, intervistato da Patrick Bet-David, un podcaster vicino alla destra, disse che immaginava di tornare in Iran solo “part-time”, avendo molti impegni Usa. Tuttavia, c’è una buona parte della società iraniana convinta che qualsiasi cosa sia migliore della Repubblica islamica, pur non avendo alcuna simpatia per il sovrano esule. Lui invoca da tempo un nuovo sistema democratico per il Paese, inclusivo e rispettoso dei diritti umani, ma si è anche circondato di nazionalisti e personaggi legati all’ultradestra e ai neocon americani che non gli guadagnano il sostegno della sinistra, dei moderati, dei liberali. «I suoi collaboratori non potrebbero gestire nemmeno una pizzeria in Iran», dice sarcastico Amir, un ingegnere informatico iraniano che vive negli Stati Uniti. «Potrebbe anche giocare un ruolo, ma non ha ampio sostegno né un’organizzazione efficace intorno a sé».

«Sono sempre stato scettico nei confronti di Reza Pahlavi per la mancanza di talento politico, di organizzazione, perché il suo team è composto solo da estremisti e sciovinisti», scrive lo storico Arash Azizi . «Se Pahlavi vuole rimediare alle mancanze del passato deve riuscire a ottenere la defezione delle forze di sicurezza del regime e convocare un serio vertice per l’unità nazionale». Il momento è adesso, dice il principe, ma molti in Iran sono convinti che il cambiamento non verrà su un aereo di Stato straniero con a bordo un volonteroso principe, ma dall’Iran.

Leggi i commenti