PARIGI – La location è tenuta segreta fino all’ultimo minuto. In un’atmosfera tesa ma ordinata, sotto la sorveglianza discreta di agenti in borghese, Reza Pahlavi convoca la stampa internazionale. Nessun militante, nessuno slogan, solo l’efficienza di uno staff giunto da Londra e una regia comunicativa che mira a dare all’evento il tono di una svolta. Nel deserto delle alternative al regime degli ayatollah, molti guardano a lui, figlio dell’ultimo Scià di Persia, come a una possibile figura di transizione, anche se vive in esilio da decenni e non dispone di un seguito strutturato all’interno dell’Iran.
«Questo regime è sconfitto, sull’orlo del crollo, e non deve più durare», dice Pahlavi. «È giunto il momento di mettergli fine e aprire una nuova era». Comincia con una dichiarazione letta prima in persiano, poi in inglese. Definisce Ali Khamenei «architetto di un disastro nazionale». Secondo l…
PARIGI – La location è tenuta segreta fino all’ultimo minuto. In un’atmosfera tesa ma ordinata, sotto la sorveglianza discreta di agenti in borghese, Reza Pahlavi convoca la stampa internazionale. Nessun militante, nessuno slogan, solo l’efficienza di uno staff giunto da Londra e una regia comunicativa che mira a dare all’evento il tono di una svolta. Nel deserto delle alternative al regime degli ayatollah, molti guardano a lui, figlio dell’ultimo Scià di Persia, come a una possibile figura di transizione, anche se vive in esilio da decenni e non dispone di un seguito strutturato all’interno dell’Iran.
«Questo regime è sconfitto, sull’orlo del crollo, e non deve più durare», dice Pahlavi. «È giunto il momento di mettergli fine e aprire una nuova era». Comincia con una dichiarazione letta prima in persiano, poi in inglese. Definisce Ali Khamenei «architetto di un disastro nazionale». Secondo lui, il regime è ormai disorganizzato. Cita «rapporti credibili» sui preparativi di fuga della famiglia Khamenei e di altri vertici del potere. «Siamo davanti al nostro muro di Berlino», aggiunge.
La coreografia mediatica per il ritorno dello Scià è orchestrata in una giornata che comincia con Donald Trump che parla apertamente di «cambio di regime», conia lo slogan Make Iran Great Again, mentre l’aviazione israeliana bombarda l’ingresso della prigione di Evin, dove sono rinchiusi molti oppositori. E poi annuncia il cessate il fuoco. Pahlavi abbozza un programma politico ed economico per il nuovo Iran, ma poi mette le mani avanti: «Non cerco il potere politico», insiste questo uomo elegante che alcuni giornalisti in sala chiamano “monsignore”. «Voglio aiutare la nostra nazione a superare questo passaggio critico. Essere al servizio dei miei connazionali, accompagnarli verso stabilità, libertà e giustizia». Il messaggio a Khamenei è netto, come se non ci fossero comunque dubbi sulla caduta del leader supremo: «Dimettiti. Avrai diritto a un processo equo» dice Pahlavi. Annuncia inoltre la creazione di un canale sicuro per membri delle forze armate che vogliano dissociarsi dal regime.
La suggestione di vedere il figlio dello Scià parlare dalla Francia – lo stesso Paese dove Khomeini trovò asilo prima di lanciare la rivoluzione del 1979 contro la monarchia – fa forse parte della messinscena. Con l’eco delle ambiguità occidentali in mezzo secolo di rapporti con Teheran. Pahlavi invita la comunità internazionale a non «lanciare un’ennesima ciambella di salvataggio». «L’unica garanzia di pace duratura è un Iran laico e democratico». Si rivolge in particolare all’Europa e a Emmanuel Macron, accusato di mantenere una prudente distanza da Washington e di non impegnarsi abbastanza: «Di cosa avete paura, esattamente? Di un regime minaccioso, o della voce di un popolo pacifico che tende la mano al mondo libero?».
Riconosce che i leader occidentali hanno a lungo esitato a dialogare con lui e con altre forze democratiche iraniane. «Le circostanze sono cambiate» confida. A un giornalista israeliano che gli chiede dei rapporti con Tel Aviv, Pahlavi conferma contatti con diversi governi, incluso Israele. Ricorda il suo viaggio ufficiale di due anni fa e propone di estendere lo spirito degli Accordi di Abramo attraverso quelli che definisce Accordi di Ciro, immaginando un Iran democratico come attore centrale di una regione stabilizzata. «C’è una comprensione reciproca di ciò che potrebbe essere un Iran diverso, al centro di una regione pacificata» spiega, mostrando un ottimismo che sembra contrastare con la resilienza feroce dimostrata dal regime negli ultimi quarantasei anni.