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Teheran, Israele bombarda i simboli degli ayatollah: “Ora ribellatevi al regime”

(afp)

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La capitale avvolta dal fumo: colpiti il carcere e la base dei pasdaran, che non si fermano: “Avanti con il nucleare, l’Aiea fuori dal Paese”
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GERUSALEMME – Dopo gli obiettivi militari, è il momento dei simboli. Israele è tornato ieri a colpire l’Iran puntando a quelle che negli ultimi anni sono state le rappresentazioni più famose del governo e del suo potere: il cancello del carcere di massima sicurezza di Evin, dove sono detenuti i dissidenti e i prigionieri politici, compresi gli stranieri. Il quartier generale dei Guardiani della rivoluzione, dove sarebbero rimasti uccisi decine di pasdaran, e quello del Basij, la milizia paramilitare voluta dall’ayatollah Khomeini nel 1979, sinonimo di repressione in particolare dopo che nel 2022 la morte di Mahsa Amini, arrestata per non aver indossato correttamente il velo, aveva scatenato l’ennesima rivolta in nome della libertà e dei diritti civili. E ancora: l’orologio che nel centro di Teheran segnava il tempo mancante alla distruzione dello Stato ebraico. E le strade che portano a Fordow, la centrale nucleare nascosta sotto la montagna che gli Stati Uniti hanno bombardato nella …

GERUSALEMME – Dopo gli obiettivi militari, è il momento dei simboli. Israele è tornato ieri a colpire l’Iran puntando a quelle che negli ultimi anni sono state le rappresentazioni più famose del governo e del suo potere: il cancello del carcere di massima sicurezza di Evin, dove sono detenuti i dissidenti e i prigionieri politici, compresi gli stranieri. Il quartier generale dei Guardiani della rivoluzione, dove sarebbero rimasti uccisi decine di pasdaran, e quello del Basij, la milizia paramilitare voluta dall’ayatollah Khomeini nel 1979, sinonimo di repressione in particolare dopo che nel 2022 la morte di Mahsa Amini, arrestata per non aver indossato correttamente il velo, aveva scatenato l’ennesima rivolta in nome della libertà e dei diritti civili. E ancora: l’orologio che nel centro di Teheran segnava il tempo mancante alla distruzione dello Stato ebraico. E le strade che portano a Fordow, la centrale nucleare nascosta sotto la montagna che gli Stati Uniti hanno bombardato nella notte fra sabato e domenica. Colpiti anche sei aeroporti sparsi in tutto il Paese e, a Teheran, l’edificio della televisione (già preso di mira nella prima fase della campagna) e una delle principali università della capitale.

In tutto, un centinaio di bombe sarebbero state sganciate: incerto il bilancio delle vittime di ieri, così come dei giorni scorsi. Secondo l’ong indipendente iraniana Human Rights Activists News Agency (Hrana), sono quasi 1.000 i morti, per lo più civili, e oltre 3.400 i feriti dall’inizio dell’attacco: il ministero della Sanità iraniano parla invece di 500 morti circa.

La risposta non si è fatta attendere: ieri mattina Israele è stato oggetto di cinque ondate di bombardamenti dall’Iran, una dietro l’altra. Ancora una volta, non tutti i missili sono stati intercettati dall’Iron Dome e sono atterrati in diversi punti del Paese, ma non ci sono state vittime.

Resta aperto l’interrogativo fondamentale di questa crisi: fino a dove i due rivali intendono spingersi? In un briefing per la stampa i portavoce militari israeliani hanno enfatizzato il fatto che la maggior parte degli obiettivi sono stati raggiunti, come a dire che l’attacco potrebbe finire presto. Ma tutto dipenderà dalla politica: domenica il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva enfatizzato che l’obiettivo finale delle sue mosse era il cambiamento del governo a Teheran. Ieri, nonostante il parere contrario dei più importanti editorialisti e analisti israeliani, l’ala più a destra del suo governo ha ribadito il concetto. «Fino a quando il regime nazista degli Ayatollah sarà a Teheran, avrà la possibilità di ricostruire le sue capacità di distruzione. Dobbiamo proseguire la nostra campagna fino a quando non ci saranno le condizioni per la rimozione del regime», ha detto la ministra della Tecnologia Gila Gamliel, che appartiene al Likud, lo stesso partito del premier.

Tutto sembra dipendere dalla reazione iraniana e dunque da come evolveranno le prossime ore - in Israele e nel resto della regione- dopo l’attacco lanciato ieri sera contro la base americana di Al Udeid in Qatar. Ma chi guarda a Israele con occhi obiettivi oggi non può non chiedersi fino a quando questo Paese potrà sopportare uno stato di guerra permanente, con decine di migliaia di persone chiamate ad abbandonare lavori e famiglie per passare mesi in servizio militare, scuole chiuse e trasporti pubblici paralizzati. Ieri su Yedioth Ahronoth Nahum Barnea, scriveva che è il momento di «disimpegnarsi» e affidarsi a «un cessate il fuoco portato avanti dagli americani, seguito da negoziati per un nuovo accordo nucleare». Al momento però - nonostante il bombardamento di Fodrow - il regime iraniano non dà segnali di voler fermare il programma nucleare: «L’Iran andrà avanti con l’arricchimento dell’uranio», ha affermato il viceministro degli Esteri. E in serata la commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento ha approvato un disegno di legge per sospendere l’accesso degli ispettori Aiea ai siti nucleari del Paese.

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