GERUSALEMME – Dopo mesi di attacchi e critiche, dopo essere stato in testa per molto tempo alla classifica degli uomini più detestati del Paese, Benjamin Netanyahu è tornato. “Bibi il mago”, come lo chiama la stampa - memore delle tante occasioni in cui è riuscito a rovesciare situazioni impossibili - appare oggi in Israele come il trionfatore di quella che già tutti qui chiamano la guerra dei dodici giorni. «Abbiamo ottenuto una vittoria storica. Una vittoria che durerà per generazioni. Abbiamo rimosso due minacce esistenziali: la minaccia di distruzione causata dalle bombe nucleari e la minaccia di distruzione causata da 20 mila missili balistici. Se non avessimo agito ora, lo Stato di Israele si troverebbe presto ad affrontare il pericolo di distruzione», ha dichiarato ieri sera il premier in un discorso alla nazione. «Questo non è accaduto perché nel momento decisivo ci siamo alzati come un leone e il nostro ruggito ha scosso Teheran ed è echeggiato in tutto il mondo», ha concluso…
GERUSALEMME – Dopo mesi di attacchi e critiche, dopo essere stato in testa per molto tempo alla classifica degli uomini più detestati del Paese, Benjamin Netanyahu è tornato. “Bibi il mago”, come lo chiama la stampa - memore delle tante occasioni in cui è riuscito a rovesciare situazioni impossibili - appare oggi in Israele come il trionfatore di quella che già tutti qui chiamano la guerra dei dodici giorni. «Abbiamo ottenuto una vittoria storica. Una vittoria che durerà per generazioni. Abbiamo rimosso due minacce esistenziali: la minaccia di distruzione causata dalle bombe nucleari e la minaccia di distruzione causata da 20 mila missili balistici. Se non avessimo agito ora, lo Stato di Israele si troverebbe presto ad affrontare il pericolo di distruzione», ha dichiarato ieri sera il premier in un discorso alla nazione. «Questo non è accaduto perché nel momento decisivo ci siamo alzati come un leone e il nostro ruggito ha scosso Teheran ed è echeggiato in tutto il mondo», ha concluso.
Nessun accenno al braccio di ferro con Donald Trump, che ha intimato ai bombardieri israeliani di tornare indietro ieri mattina quando – dopo una notte di fuoco da entrambi i lati – il ministro della Difesa Israel Katz aveva ordinato una dura rappresaglia per il missile arrivato sul Nord poco dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, alle sette del mattino.
Il bilancio di questi dodici giorni non è leggero, per i parametri di qui: 29 persone sono morte nei bombardamenti iraniani, quattro ieri mattina a Beersheva quando un missile – per la terza volta in pochi giorni – ha colpito direttamente la città del sud. Ma per Israele le vittime passano in secondo piano rispetto a un successo militare che agli occhi di molti risolleva l’immagine di un esercito da venti mesi impantanato nella lotta con un gruppo - Hamas - molto meno potente e armato. Lo dimostrano le informazioni che sono state fatte filtrare ai giornali: la totale distruzione dell’impianto di Natanz, secondo le stime dell’Idf; la decapitazione delle menti del programma nucleare e delle Forze armate iraniane; e l’apertura di una finestra che potrebbe portare frutti in futuro: «Lo scopo era anche di indebolire le forze che hanno soppresso le rivolte popolari, in modo da rendere possibile all’opposizione all’interno del Paese di sollevarsi», scriveva ieri il commentatore Roy Ben Yshai su Yediot Ahronot.
Chiuso (per il momento) il file Iran, Netanyahu sembra pronto a nuovi obiettivi. Ieri il primo ministro del Qatar Al Thani ha annunciato la ripresa a breve dei contatti informali fra Hamas e Israele, con la mediazione di Doha: non sono pochi gli osservatori che pensano che oggi la ciliegina sulla torta di Bibi sarebbe un cessate il fuoco a Gaza e il ritorno di altri ostaggi, da raggiungere chiaramente alle sue condizioni e grazie all’indebolimento dell’Iran, che di Hamas è stato a lungo alleato. In questo senso spingono anche il capo dell’opposizione, Yair Lapid, nonché (naturalmente) le famiglie degli ostaggi.
A quel punto il primo ministro avrebbe la strada spianata verso l’obiettivo ultimo, quello impensabile nelle settimane successive al 7 ottobre 2023: la rielezione. In un servizio approfondito, il portale di informazione N12 ieri scriveva che il circolo dei consiglieri del premier starebbe considerando di convocare elezioni anticipate non appena raggiunto un accordo su Gaza. Due i vantaggi: sfruttare i sondaggi favorevoli e neutralizzare le richieste dei partiti religiosi che, dopo la pausa estiva della Knesset, chiederanno a Netanyahu una legge che una volta per tutte allontani il rischio che i loro giovani debbano unirsi allo sforzo bellico, facendo quel servizio militare da cui sono oggi esentati.