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Iran, le ruspe a Fordow: il satellite cattura il ritorno alla centrale

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Scavata una nuova via di accesso al sito bombardato dagli Usa: i tecnici provano a salvare materiale scampato al raid
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TEL AVIV – Dall’alto si vede quel che dal basso solo si intuisce. È ancora una volta l’occhio del satellite quello più acuto, che rivela le attività della Repubblica islamica attorno ai suoi preziosi siti nucleari, colpiti da decine di missili israeliani e super-bombe americane, distrutti ma non del tutto. A Fordow, che prima della guerra dei 12 giorni era per dimensione il secondo centro dell’Iran per l’arricchimento dell’uranio, sono comparsi escavatori e gru, e una nuova via di accesso è stata tracciata. Un fermento che segue e dà sostanza alle parole dell’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite. «L’arricchimento non cesserà mai», ha detto Amir-Saeid Iravani in un’intervista alla Cbs. «È un nostro diritto inalienabile e vogliamo attuarlo, non ha scopi militari».

Dunque, le immagini raccolte dalla Maxar Technologies. Sono datate 29 giugno. Mostrano il lavoro di un escavatore e di una gru in cima alla via appena aperta che conduce all’area dei crateri lasciati dalle sei Gbu-57,…

TEL AVIV – Dall’alto si vede quel che dal basso solo si intuisce. È ancora una volta l’occhio del satellite quello più acuto, che rivela le attività della Repubblica islamica attorno ai suoi preziosi siti nucleari, colpiti da decine di missili israeliani e super-bombe americane, distrutti ma non del tutto. A Fordow, che prima della guerra dei 12 giorni era per dimensione il secondo centro dell’Iran per l’arricchimento dell’uranio, sono comparsi escavatori e gru, e una nuova via di accesso è stata tracciata. Un fermento che segue e dà sostanza alle parole dell’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite. «L’arricchimento non cesserà mai», ha detto Amir-Saeid Iravani in un’intervista alla Cbs. «È un nostro diritto inalienabile e vogliamo attuarlo, non ha scopi militari».

Dunque, le immagini raccolte dalla Maxar Technologies. Sono datate 29 giugno. Mostrano il lavoro di un escavatore e di una gru in cima alla via appena aperta che conduce all’area dei crateri lasciati dalle sei Gbu-57, le bunker-buster sganciate dai bombardieri americani il 22 giugno scorso. Sovrapponendo il punto dell’impatto a un vecchio schema di pianta del sito, si deduce che sono stati bersagliati i condotti di ventilazione, per aumentare il grado di penetrazione degli ordigni e causare più devastazione ai laboratori.

In basso, sul pendio della montagna (Fordow si trova a un’ora di macchina dalla città santa di Qom), ci sono alcune automobili, segno della presenza di tecnici, e altri mezzi edili (un bulldozer e un camion) nei pressi di due ingressi ai sotterranei, che le autorità iraniane avevano fatto tappare con la terra prima dell’attacco. Sul lato est del complesso, che si sviluppa quasi totalmente sottoterra e che, stando ai dati in possesso dell’Agenzia Onu per l’energia atomica (Aiea), è costituto da due sale scavate a una profondità di 80 metri dove erano posizionate 3 mila centrifughe a gas di tipo Ir-1, si notano i resti anneriti di un edificio e di un altro ingresso, bombardato dall’aviazione israeliana il giorno dopo il raid voluto da Trump.

In quale attività siano coinvolti quei mezzi e quei tecnici non è chiaro, si possono fare solo delle ipotesi. Secondo David Albright, fisico ed esperto di armi nucleari, presidente dell’Istituto per la Scienza e la Sicurezza internazionale basato a Washington, le foto satellitari fanno pensare a lavori per il riempimento dei crateri, la valutazione dei danni e il campionamento radiologico. Potrebbe trattarsi di un’operazione di recupero dell’uranio già arricchito, se è vero ciò che il direttore della Cia ha detto in un’audizione riservata ai membri del Congresso, ossia che la maggior parte delle scorte è sepolta a Fordow e Isfahan. Per l’intelligence statunitense, Teheran è stata privata della capacità tecnica necessaria a realizzare la bomba atomica, almeno «per diversi anni».

Non è un’opinione condivisa, tuttavia. L’Aiea si è detta ragionevolmente certa che una parte dei 408 chili di uranio arricchito al 60 per cento (prossimo alla soglia del 90, necessaria per fabbricare la bomba) sia stata messa in salvo. Il direttore Rafael Grossi ritiene che il danno inferto al programma nucleare sia «significativo», ma dice anche che l’Iran ha la possibilità di riprendere l’arricchimento dell’uranio «entro qualche mese» grazie alle centrifughe che ancora possiede e alle competenze dei suoi scienziati. Il Wall Street Journal, ricordando la missione durata 15 anni che ha permesso al Mossad di conoscere e uccidere molti fisici che hanno lavorato al progetto Spnd (così gli israeliani chiamano il presunto piano segreto del regime iraniano), scrive che gran parte del know-how è stato trasferito «a una nuova generazione di scienziati».

Più del bilancio delle vittime (935 gli iraniani uccisi dai missili di Israele e identificati, tra cui 38 bambini e 132 donne, secondo il capo della magistratura iraniana, Asghar Jahangir), più delle voci sulla tenuta dell’anziano ayatollah Khamenei, la Guida Suprema, è il destino di quell’uranio a definire il futuro prossimo della Repubblica islamica. Perché gli Stati Uniti, e con essi Israele, non escludono nuovi attacchi in caso di fallimento di un negoziato che deve ancora riprendere. E l’Iran continua a rivendicare il proprio diritto ad arricchirlo. «Siamo pronti a trattare sul nucleare, ma la resa incondizionata non è un negoziato», avverte il rappresentante permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite, l’ambasciatore Amir-Saeid Iravani.

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