I russi non finiscono mai: più ne uccidiamo, più ne arrivano». Lungo i mille chilometri di fronte, ogni ufficiale ucraino ripete la stessa cosa e anche il comandante in capo Olexander Syrsky riconosce: «La loro principale strategia è sopraffarci con il numero». Ma in questo momento le forze di Mosca non si limitano a fare affidamento sulla quantità delle truppe e tutti i segnali indicano che è iniziata una grande offensiva, destinata a proseguire per l’intera estate. Valutarla secondo gli schemi delle guerre moderne e sminuirne la portata perché non ci sono sfondamenti clamorosi delle linee sarebbe un errore. L’obiettivo del Cremlino non è una vittoria travolgente: le sue brigate non sono più in grado di compiere manovre in profondità. Quello che cerca è il continuo logoramento dell’Ucraina, dei suoi militari, della sua popolazione, della sua economia.
I russi hanno ammassato 50 mila uomini nel distretto di Sumy: un contrattacco li ha fermati e per dieci giorni si sono riorganizz…
I russi non finiscono mai: più ne uccidiamo, più ne arrivano». Lungo i mille chilometri di fronte, ogni ufficiale ucraino ripete la stessa cosa e anche il comandante in capo Olexander Syrsky riconosce: «La loro principale strategia è sopraffarci con il numero». Ma in questo momento le forze di Mosca non si limitano a fare affidamento sulla quantità delle truppe e tutti i segnali indicano che è iniziata una grande offensiva, destinata a proseguire per l’intera estate. Valutarla secondo gli schemi delle guerre moderne e sminuirne la portata perché non ci sono sfondamenti clamorosi delle linee sarebbe un errore. L’obiettivo del Cremlino non è una vittoria travolgente: le sue brigate non sono più in grado di compiere manovre in profondità. Quello che cerca è il continuo logoramento dell’Ucraina, dei suoi militari, della sua popolazione, della sua economia.
I russi hanno ammassato 50 mila uomini nel distretto di Sumy: un contrattacco li ha fermati e per dieci giorni si sono riorganizzati; adesso stanno per tornare alla carica. Sono a circa 15 chilometri dalla periferia della città, su cui i cannoni pesanti hanno sparato un colpo di avvertimento: un messaggio per far capire che in qualsiasi momento possono rovesciare migliaia di proiettili. Secondo il generale Syrsky altri 110 mila fanti di Mosca premono sulle roccaforti del Donetsk meridionale e ci si prepara al peggio allestendo trincee nella confinante regione di Dnipropetrovsk.
L’esercito di Kiev è in seria difficoltà. «Ci mandano da un posto all’altro – ha scritto il tenente colonnello della Azov Bohdan Krotevych, catturato a Mariupol e rilasciato in uno scambio di prigionieri. Non ci lasciano respirare, non ci sono rotazioni. In difesa, senza fortificazioni. All’assalto, senza riserve. Gli ufficiali non guidano più in battaglia: racimolano quelli che restano in piedi. Lungo cinque-dieci chilometri ci sono al massimo dodici combattenti. La linea è tenuta da autisti, artiglieri, cuochi. Ma anche loro sono a pezzi. Degli uomini di un battaglione ne resta un quarto, molti dei quali hanno già sacrificato la loro integrità fisica e ora si occupano della manutenzione o di altro perché vogliono rimanere utili. Quando un altro battaglione arriva all’esaurimento, non riceve rinforzi ma viene “ricollocato”. Gli ordini dall’alto suonano come richiami isterici: “Riconquistate la posizione”, che non vale nulla. “Lanciate un attacco”, attraverso chilometri di terreno senza riparo, perdendo la gente solo per avvicinarsi».
Non è solo una questione di numeri: Mosca addestra ed equipaggia meglio i volontari reclutati grazie a paghe record. Inoltre i comandanti di Putin hanno elaborato nuove tattiche e sono riusciti a strappare agli ucraini la supremazia nei droni. Ne hanno di più, soprattutto pilotati con cavi in fibra ottica immuni dalle contromisure, e con prestazioni superiori. Li utilizzano per isolare i reparti di Kiev, dominando il cielo alle spalle dei capisaldi. «Sei fortunato se guidi per cinque chilometri dal fronte e il tuo mezzo resta intatto», ha dichiarato l’ufficiale di un’unità nel Donetsk orientale: «Per raggiungere le postazioni i miei uomini spesso devono camminare di notte per 15 chilometri». Sulla strada strategica che rifornisce Kramatorsk ci sono camion che sono stati distrutti pure a 30 chilometri di distanza.
Il bollettino quotidiano delle incursioni mostra quale sia il punto chiave dell’offensiva: Pokrovsk, il bastione del Donetsk, presa di mira da ben 37 assalti in un giorno. Il presidente Zelensky ieri ha discusso la situazione con i suoi generali: è stato spedito un reparto con i Leopard 2, i tank migliori, per ripristinare i collegamenti con la cittadina ridotta a un cumulo di macerie. L’intelligence però è preoccupata per i movimenti su Zaporizhzhia, dove domenica le avanguardie russe sono entrate a Kamenskoye e sostengono di avere teso un’imboscata ai commandos ucraini del Gur: ai parà di Mosca si sta aggiungendo un battaglione di ceceni.
I bombardamenti sui centri urbani contribuiscono ad aggravare il quadro. Nel mese di giugno sono stati lanciati oltre 5mila droni Shahed/Geran, che hanno testata potenziata e un visore ottico che fa da ricognitore. Tanti sono stati abbattuti; diversi sono piovuti su raffinerie, depositi di munizioni, fabbriche belliche. Sono danni che incidono sulle dotazioni dei militari, mentre allarmi ed esplosioni pesano sul morale di tutti gli ucraini.