GERUSALEMME – Costruire sulle macerie di Rafah una «città umanitaria» per 600 mila gazawi che di umanitario non ha niente e che assomiglia a una prigione nella prigione. È il piano del governo israeliano per il sud della Striscia di Gaza, così come lo ha esposto alla stampa il ministro della Difesa Israel Katz, annunciando anche di aver dato mandato alle forze armate di elaborarne i dettagli.
Il piano prevede che già durante la tregua, ammesso che a Doha venga raggiunto l’accordo, l’esercito cominci a predisporre la «città umanitaria» a Rafah dove, nelle intenzioni di Katz, saranno spostati, dopo screening di sicurezza, 600 mila palestinesi sfollati ad al Mawasi. «Una volta dentro, non potranno più uscire», spiega il ministro, la cui proposta è di concentrare successivamente tutta la popolazione della Striscia nella «città umanitaria».
L’esercito — secondo il progetto coordinato dall’ex comandante delle forze armate Amir Baram, ora direttore generale del ministero — sarà chiamato…
GERUSALEMME – Costruire sulle macerie di Rafah una «città umanitaria» per 600 mila gazawi che di umanitario non ha niente e che assomiglia a una prigione nella prigione. È il piano del governo israeliano per il sud della Striscia di Gaza, così come lo ha esposto alla stampa il ministro della Difesa Israel Katz, annunciando anche di aver dato mandato alle forze armate di elaborarne i dettagli.
Il piano prevede che già durante la tregua, ammesso che a Doha venga raggiunto l’accordo, l’esercito cominci a predisporre la «città umanitaria» a Rafah dove, nelle intenzioni di Katz, saranno spostati, dopo screening di sicurezza, 600 mila palestinesi sfollati ad al Mawasi. «Una volta dentro, non potranno più uscire», spiega il ministro, la cui proposta è di concentrare successivamente tutta la popolazione della Striscia nella «città umanitaria».
L’esercito — secondo il progetto coordinato dall’ex comandante delle forze armate Amir Baram, ora direttore generale del ministero — sarà chiamato a garantire la sicurezza del perimetro esterno di Rafah ma non gestirà il sito né si occuperà della distribuzione del cibo al suo interno. Ai giornalisti il ministro Katz ha detto che l’obiettivo della guerra è indebolire Hamas colpendone la leadership, conquistare il territorio, demilitarizzare la Striscia e mettere in pratica quello che ha chiamato «il piano di emigrazione». Aggiungendo che Netanyahu in persona sta già cercando Paesi disponibili ad accogliere i palestinesi di Gaza.
Non è la prima volta che un esponente del governo di Israele parla esplicitamente dell’idea di cacciare i gazawi dalla propria terra, definendola però «emigrazione volontaria». Che l’intenzione sia seria lo dimostra anche quel che ha scoperto il Financial Times la scorsa settimana: il Boston Consulting Group, che già ha collaborato alla nascita della controversa Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), ha studiato un modello finanziario per la ricollocazione fuori dalla Striscia, al costo di 9 mila dollari a persona, di 500 mila palestinesi: quasi il numero indicato da Katz per la «città umanitaria» di Rafah.
Eppure ancora ieri il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, davanti alla Corte Suprema ha detto che l’esercito non ha intenzione di espellere la popolazione di Gaza, specificando che spostare la gente e concentrarla in alcune aree della Striscia «non rientra tra gli obiettivi dell’operazione Carri di Gedeone». L’idea del ministro Katz, invece, è proprio quella. E si aggiunge all’altra, proposta dalla Ghf direttamente alla Casa Bianca, di creare «aree umanitarie di transito volontario», dentro la Striscia ma potenzialmente anche fuori, dove sistemare gli sfollati palestinesi. Due miliardi di dollari per allestire campi dove, scrive la Reuters citando la documentazione relativa, «la popolazione potrà risiedere temporaneamente, deradicalizzarsi, reintegrarsi».