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“Saremo chiusi nel lager e poi ci deporteranno”: rivolta contro la new town di Rafah

(afp)

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Il governo di Netanyahu pianifica la costruzione di una “città umanitaria” nel sud di Gaza e di “evacuazioni volontarie”. I gazawi: “Non lasceremo mai la nostra terra, ma ci serve una speranza per il futuro”
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Un sito costruito sulle macerie di una città, dove «concentrare» prima i 600 mila gazawi di al Mawasi, poi l’intera popolazione della Striscia di Gaza. Un sito da cui, una volta entrati «volontariamente», non si può uscire. Un sito, infine, il cui accesso è condizionato a uno screening di massa per motivi di sicurezza.

Difficile non provare le vertigini della Storia più buia di fronte a una definizione del genere, eppure è esattamente quella che ha dato il ministro della Difesa Israel Katz presentando il piano per fare di Rafah una «città umanitaria». Per i gazawi non c’è traccia di umanità, «è una prigione nella prigione». D più, «è un campo di concentramento», quindi «il primo passo verso la deportazione forzata». Che Netanyahu, alla cena con Trump alla Casa Bianca, ha ammorbidito in «evacuazione volontaria», confermando che sia lui che il presidente americano stanno sondando Paesi disposti ad accogliere i palestinesi di Gaza.

Mohammed Alnirab, 49 anni, padre di 5 figli, dal maggi…

Un sito costruito sulle macerie di una città, dove «concentrare» prima i 600 mila gazawi di al Mawasi, poi l’intera popolazione della Striscia di Gaza. Un sito da cui, una volta entrati «volontariamente», non si può uscire. Un sito, infine, il cui accesso è condizionato a uno screening di massa per motivi di sicurezza.

Difficile non provare le vertigini della Storia più buia di fronte a una definizione del genere, eppure è esattamente quella che ha dato il ministro della Difesa Israel Katz presentando il piano per fare di Rafah una «città umanitaria». Per i gazawi non c’è traccia di umanità, «è una prigione nella prigione». D più, «è un campo di concentramento», quindi «il primo passo verso la deportazione forzata». Che Netanyahu, alla cena con Trump alla Casa Bianca, ha ammorbidito in «evacuazione volontaria», confermando che sia lui che il presidente americano stanno sondando Paesi disposti ad accogliere i palestinesi di Gaza.

Mohammed Alnirab, 49 anni, padre di 5 figli, dal maggio 2024 vive sulla spiaggia di al Mawasi, nel governatorato di Khan Younis. Prima della guerra la sua casa era a Rafah. È il candidato ideale, secondo il governo israeliano, per abitare la «città umanitaria» immaginata da Katz. «Dopo più di un anno in una tenda pensano davvero che andrò in un’altra tenda? Gaza è già una prigione e vogliono spostarmi in una prigione nella prigione? Non ci andrò mai», dice a Repubblica. «È palese l’intenzione di cacciarci dalla nostra terra».

L’insegnante Ahmed Abdelghani, originario di Gaza City, anche lui sfollato ad al Mawasi, pensa che la garanzia di non subire bombardamenti nella «nuova Rafah» non sia sufficiente ad «auto-imprigionarsi». Perché le cose di cui ha bisogno il popolo sono «cibo, acqua, elettricità, scuole, una rete di fogne, il servizio internet. la libertà di movimento».

Il piano Katz, a quanto ha riferito il suo ideatore, potrebbe essere messo in pratica dall’esercito già durante la tregua dei sessanta giorni, se e quando sarà raggiunto l’accordo a Doha: prevede a Rafah (che adesso è una no-go zone, interdetta ai palestinesi) l’allestimento di tendopoli in aree ripulite dalle macerie e in un perimetro controllato dai soldati dello Stato ebraico. Dentro la «città umanitaria» non ci saranno truppe, ma ong disposte a occuparsi del cibo, dell’acqua e dei medicinali.

«Siamo seri, questo è un campo di concentramento», afferma Amjad Al Shawa, avvocato e direttore di Pngo, la rete di ong palestinesi a Gaza. «Israele le definisce bolle umanitarie, violano ogni diritto internazionale e sono pensate allo scopo di spingere i gazawi ad andarsene altrove». Anche i tre centri di distribuzione del cibo della controversa Gaza Humanitarian Foundation americana, posizionati proprio alla periferia di Rafah, secondo Al Shawa rientrano nella strategia del governo di Netanyahu, sostenuta dagli Stati Uniti. «Rivelano l’intenzione di concentrare a sud la popolazione per costringerla a evacuare passando dall’Egitto. La comunità internazionale si mobiliti per fermare questo scempio».

Il progetto di Katz e la speranza di vedere la fine della guerra alimentano le discussioni del popolo di Gaza (2 milioni di persone) sul che fare, una volta che cesserà la pioggia di ferro. I gazawi raggiunti al telefono da Repubblica hanno dato tutti la stessa risposta: nessuno se ne vuole andare da Gaza, perché quella è la loro terra e lì hanno le proprie radici.

Tutti, però, pongono a se stessi una condizione. «Per rimanere abbiamo bisogno di scuole, di ospedali, di ricostruzione, abbiamo bisogno di intravedere il futuro». Perché, come dice la signora Rima Brika, madre di due figli, «non possiamo stare in un deserto, abbiamo anche noi il diritto di vivere nel ventunesimo secolo».

(ha collaborato Sami Abu Salem)

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