Due volte in questi ventuno mesi aveva avuto qualche attimo di cedimento: la prima, alla fine del 2023 quando, seduto nel salottino all’ingresso del Patriarcato latino di Gerusalemme si torceva la veste con le mani perché non riusciva a tornare dalla sua gente, a Gaza. La seconda, a maggio scorso quando i combattimenti intorno alla parrocchia si erano intensificati e tutta la comunità – 541 persone, fra cui una sessantina di bambini malati cronici e molti anziani debilitati – si era riunita nella chiesa, con le pallottole che fischiavano nel cortile. “Abbiamo pregato, che altro dovevamo fare?”, ci raccontò qualche giorno dopo in uno dei tanti messaggi di questi mesi. Per il resto padre Gabriel Romanelli, 55 anni, argentino, della famiglia religiosa del Verbo Incarnato, a Gaza da più di dieci anni, non ha mai mollato un attimo.
Il 7 ottobre 2023 padre Gabriel era di ritorno da un viaggio all’estero: da Gerusalemme, avrebbe dovuto passare il valico di Erez il 6 ottobre, venerdì, prima …
Due volte in questi ventuno mesi aveva avuto qualche attimo di cedimento: la prima, alla fine del 2023 quando, seduto nel salottino all’ingresso del Patriarcato latino di Gerusalemme si torceva la veste con le mani perché non riusciva a tornare dalla sua gente, a Gaza. La seconda, a maggio scorso quando i combattimenti intorno alla parrocchia si erano intensificati e tutta la comunità – 541 persone, fra cui una sessantina di bambini malati cronici e molti anziani debilitati – si era riunita nella chiesa, con le pallottole che fischiavano nel cortile. “Abbiamo pregato, che altro dovevamo fare?”, ci raccontò qualche giorno dopo in uno dei tanti messaggi di questi mesi. Per il resto padre Gabriel Romanelli, 55 anni, argentino, della famiglia religiosa del Verbo Incarnato, a Gaza da più di dieci anni, non ha mai mollato un attimo.
Il 7 ottobre 2023 padre Gabriel era di ritorno da un viaggio all’estero: da Gerusalemme, avrebbe dovuto passare il valico di Erez il 6 ottobre, venerdì, prima che la frontiera chiudesse per lo Shabbat. Si era trattenuto per comprare farmaci per una delle suore di Madre Teresa che sono in parrocchia: da allora, aveva supplicato gli israeliani di farlo tornare solo per ricevere in cambio dinieghi su dinieghi. Era riuscito a tornare nel maggio 2024, insieme al Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa: e da allora, malgrado la salute malferma, era stato – insieme al suo vice, l’egiziano padre Iusuf – il pilastro della comunità: veglie di preghiera, benedizioni dei malati, ma anche partite a calcio per i bambini, turni scolastici e distribuzione di aiuti al vicinato. Padre Gabriel non si era fermato un attimo, facendo apparire umana, a chi lo chiamava da fuori, una situazione che umana non è.
In questo sforzo, aveva trovato un alleato prezioso in papa Francesco, con cui parlava in spagnolo ogni sera: “Sentirlo vicino a noi è un grande aiuto”, ci ha ripetuto più volte. La morte del Pontefice lo aveva profondamente scosso: “Suoniamo le campane per lui ogni sera: alle otto, quando ci chiamava. L’ora del Papa la chiamiamo”.
Con Leone – ufficialmente – non c’erano stati contatti diretti. Ma padre Gabriel sapeva bene che il Vaticano continuava a vegliare su di lui e sulla sua piccola comunità, facendo pressione perché fosse protetta e perché al più presto potesse essere raggiunta da nuovi aiuti. Nonostante questo, negli ultimi giorni, la preoccupazione e la stanchezza si stavano facendo sentire con forza. “Sapere di essere una piccolissima porzione ma di una grande realtà che è la Chiesa universale, sapere cioè che più di un miliardo di cristiani nel mondo prega per questa piccola comunità disgraziata ci da una grande forza di resilienza. Gli alimenti, le medicine, il diesel, sono per noi importanti quanto la preghiera. Senza la preghiera non saremmo arrivati fino ad oggi”, aveva detto solo cinque giorni fa a Vatican news.