Un mese fa, quando lo avevamo incontrato nel suo studio, era difficile pensare che le cose in Terra Santa potessero andare ancora peggio: l’offensiva israeliana su Gaza era pesantissima, la gente moriva in fila per il pane, in Cisgiordania i cristiani venivano minacciati dai coloni. «Ma forse al peggio non c’è fine», ci dice rispondendo dal cuore della Città Santa il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme.
Eminenza, lei ha messo più volte in guardia su quello che stava accadendo a Gaza. Ieri i cristiani di cui è strenuo difensore sono stati direttamente colpiti in un bombardamento: che segnale è?
«È semplicemente la conferma di una tragedia che abbiamo denunciato più volte. Una tragedia è che diventata intollerabile dal punto di vista umano, non da ieri e non perché ad essere toccata questa volta è la nostra comunità. Siamo qui a piangere altri morti civili, innocenti che si erano rifugiati in una chiesa. Ma non possiamo non parlare di quello che accade all…
Un mese fa, quando lo avevamo incontrato nel suo studio, era difficile pensare che le cose in Terra Santa potessero andare ancora peggio: l’offensiva israeliana su Gaza era pesantissima, la gente moriva in fila per il pane, in Cisgiordania i cristiani venivano minacciati dai coloni. «Ma forse al peggio non c’è fine», ci dice rispondendo dal cuore della Città Santa il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme.
Eminenza, lei ha messo più volte in guardia su quello che stava accadendo a Gaza. Ieri i cristiani di cui è strenuo difensore sono stati direttamente colpiti in un bombardamento: che segnale è?
«È semplicemente la conferma di una tragedia che abbiamo denunciato più volte. Una tragedia è che diventata intollerabile dal punto di vista umano, non da ieri e non perché ad essere toccata questa volta è la nostra comunità. Siamo qui a piangere altri morti civili, innocenti che si erano rifugiati in una chiesa. Ma non possiamo non parlare di quello che accade alla gente affamata: da settimane, da mesi. Quello che è accaduto alla Sacra Famiglia è il segnale che questa guerra non risparmia nessuno: nessuno è protetto. È tempo di fermarsi, una volta per tutte».
Dal fronte delle trattative arrivano segnali contraddittori: si parla di progressi ma poi nulla si muove: lei crede che la speranza di una svolta sia reale?
«Sento, come tutti, che si parla di buone notizie che potrebbero arrivare a breve. Ma questo è stato detto tante volte e alla fine non è mai successo nulla. La situazione è disperata: non da adesso e non solo per i cristiani».
La notizia dell’attacco alla Sacra Famiglia è risuonata in mezzo mondo, crede che quello che è successo possa essere un elemento che aggiunge urgenza alla necessità della tregua?
«Spero che il chiasso mediatico che quello che è successo sta generando contribuisca ad accelerare la ricerca di una soluzione. Da parte nostra, non staremo zitti: non lo siamo mai stati in questi mesi e non intendiamo rimanere in silenzio adesso. Non molliamo».
Concretamente questo cosa significa?
«La priorità numero uno ora sono i feriti. Non servirebbe neanche dirlo ma lo dico lo stesso: gli ospedali di Gaza non sono in grado di curare le persone che sono rimaste gravemente ferite nell’attacco. Lavoriamo per loro. E poi vedremo cosa altro fare».
Avete da settimane in preparazione un convoglio di aiuti alimentari per la parrocchia: sarebbe il primo da marzo, quando Israele ha interrotto il cessate il fuoco.
«Sì. Gli aiuti sono pronti e aspettano le ultime autorizzazioni. La gente ha fame e con il cibo che abbiamo portato padre Romanelli non ha sfamato solo i parrocchiani ma l’intero quartiere: è importante, adesso più che mai, che questi aiuti entrino. Al più presto possibile».
Il Vaticano come segue la situazione?
«Il Vaticano è informatissimo e segue molto da vicino tutto quello che sta succedendo».
C’è un altro attacco ai cristiani di cui lei si è molto occupato in questi giorni ma che non ha trovato lo stesso rilievo sulla stampa rispetto a quello che è accaduto ieri a Gaza. Parlo dell’aggressione alla comunità di Taybeh, villaggio cristiano della Cisgiordania che nei giorni scorsi è stato pesantemente preso di mira dai coloni israeliani, con incendi alle case e ai campi e minacce agli abitanti.
«È stato un episodio molto violento. I rappresentanti di tutte le Chiese cristiane sono stati a Taybeh nei giorni scorsi: abbiamo portato la nostra solidarietà alla popolazione. Grazie al chiasso mediatico che la nostra visita ha generato, l’attenzione su quello che è accaduto è cresciuta. Cosa che non ha fatto piacere ai coloni, come è facile immaginare. Nel mirino non c’è solo Taybeh, ma anche un altro villaggio cristiano della zona. Siamo molto preoccupati».
Immagino che abbia riferito questa preoccupazione alle autorità israeliane: ha avuto garanzie sulla protezione ai cristiani?
«Le autorità hanno assicurato che stanno facendo tutto il possibile per riprendere il controllo della situazione».