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Parolin e il raid israeliano sulla chiesa di Gaza: “Un errore? Lecito dubitarne”

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Il segretario di Stato vaticano non nasconde l’irritazione della Santa Sede nei confronti di Israele. “Aspettiamo l’inchiesta”
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Nelle stanze ovattate della diplomazia vaticana, l’irritazione per la situazione in cui da mesi si trova la comunità cristiana di Gaza covava da tempo: è esplosa giovedì, quando la notizia del colpo di cannone contro la Chiesa è arrivata a Roma. Ci sono volute 24 ore perché si materializzasse: il tempo che a parlare fosse la voce più autorevole, quella del segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin. «Diamo il tempo necessario perché ci dicano che cosa è successo - ha detto venerdì sera al Tg2 Post, commentando la telefonata di Netanyahu a papa Leone XIV -, se è stato veramente un errore, cosa di cui si può legittimamente dubitare, o se c’è stata una volontà di colpire direttamente una chiesa cristiana, sapendo quanto i cristiani sono un elemento di moderazione all’interno del quadro del Medio Oriente e anche nei rapporto tra palestinesi ed ebrei», ha detto.

Parole pesantissime. Del resto, sin dalle prime ore dopo l’attacco contro la Sacra Famiglia, in Vaticano l’aria era tesa.…

Nelle stanze ovattate della diplomazia vaticana, l’irritazione per la situazione in cui da mesi si trova la comunità cristiana di Gaza covava da tempo: è esplosa giovedì, quando la notizia del colpo di cannone contro la Chiesa è arrivata a Roma. Ci sono volute 24 ore perché si materializzasse: il tempo che a parlare fosse la voce più autorevole, quella del segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin. «Diamo il tempo necessario perché ci dicano che cosa è successo - ha detto venerdì sera al Tg2 Post, commentando la telefonata di Netanyahu a papa Leone XIV -, se è stato veramente un errore, cosa di cui si può legittimamente dubitare, o se c’è stata una volontà di colpire direttamente una chiesa cristiana, sapendo quanto i cristiani sono un elemento di moderazione all’interno del quadro del Medio Oriente e anche nei rapporto tra palestinesi ed ebrei», ha detto.

Parole pesantissime. Del resto, sin dalle prime ore dopo l’attacco contro la Sacra Famiglia, in Vaticano l’aria era tesa. La ricostruzione che circolava e che alla fine è stata fatta filtrare era chiara: un tank ha preso di mira la croce della Chiesa e ha sparato. Difficile parlare di errore, come Netanyahu ha fatto con il Papa: intorno alla Sacra famiglia – conferma chi ci è stato due giorni fa – non ci sono più edifici, la croce è visibilissima da lontano. E difficilmente confondibile.

Non basta: i colpi di giovedì sono arrivati dopo settimane di altissima tensione. A maggio per 48 ore nel compound erano piovuti proiettili: ci volle l’intervento diretto dei vertici vaticani per fermare il fuoco. A Israele e anche agli Stati Uniti venne fatto presente che la protezione della Sacra Famiglia non era una questione legata a papa Francesco – che chiamava la chiesa tutte le sere– ma che coinvolgeva il Vaticano tutto, a partire dalla sua nuova guida, papa Leone. Sin da allora, il sospetto era che l’aumento della pressione non fosse che un modo per costringere i cristiani ad andare via: ipotesi che padre Romanelli ha sempre rifiutato: «Ci sono moltissimi malati qui. Non possono muoversi, morirebbero», ci ha ripetuto più volte.

Tutto questo contribuisce a spiegare l’irritazione che trapela dalle parole di Parolin quando afferma: «Penso ci sia da attendersi che veramente si facciano conoscere i risultati reali dell’inchiesta che è stata promessa. Si faccia questa inchiesta con tutta serietà e si portino a conoscenza i risultati». A Roma non sono ancora arrivati quelli sulla morte di Nahida Khalil Anton e sua figlia Samar Kamal Anton, freddate dai cecchini a dicembre 2023 mentre erano nel cortile del compound. Anche allora l’Idf avviò un’indagine ma nessuno ne ha più saputo nulla.

Israele probabilmente sperava che la scomparsa di Francesco allentasse l’attenzione su Gaza: così non è stato. Il fatto stesso che Netanyahu – che aveva snobbato i funerali del papa e chiesto che venissero ritirati i messaggi di condoglianze delle ambasciate israeliane - si sia sentito in obbligo di chiamare Leone XIV, spinto probabilmente dalle parole di condanna per l’attacco venute da Donald Trump, dice moltissimo.

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