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Rapimenti, ricatti e traffico d’organi: gli affari d’oro del mercato rosso egiziano

La cicatrice dopo un'esportazione degli organi 

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Mentre l’Ue promette 200 milioni di euro “per contrastare le migrazioni” sempre più persone, all’arrivo in Italia, raccontano la permanenza da incubo in Egitto. “Se sei nero, lì non ti puoi ammalare, in ospedale ti portano via tutto”. Pochissimi sopravvivono
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“In Egitto, se sei nera e ti ammali gravemente hai due possibilità: o muori nel campo profughi, o muori in ospedale. A noi migranti rubano gli organi. Non guardarmi così. Non è uno scherzo. Noi non valiamo nulla in Egitto”. Amina, nome di fantasia, ha ventuno anni, è eritrea. Dopo un viaggio infinito, che dalla sua terra l’ha portata prima in Egitto e poi in Libia, ha raggiunto l’Europa attraverso il mare. Arrivata a Roma, forse per restare, forse solo per rifiatare, è entrata in contatto con il centro Baobab Experience che da anni è scialuppa di salvataggio per chi rischia di naufragare anche dopo aver toccato terra. Ma la sua è solo una delle tante voci che testimoniano che “il mercato rosso”, così si chiama in gergo il traffico di organi umani, è ancora attivo e florido, a dispetto del silenzio sceso da anni nell’Egitto di Al Sisi, uno dei tanti Paesi che il governo Meloni, a dispetto delle sentenze, vuole considerare “sicuro”.

Duecento milioni per fermare le migrazioni

Anche per…

“In Egitto, se sei nera e ti ammali gravemente hai due possibilità: o muori nel campo profughi, o muori in ospedale. A noi migranti rubano gli organi. Non guardarmi così. Non è uno scherzo. Noi non valiamo nulla in Egitto”. Amina, nome di fantasia, ha ventuno anni, è eritrea. Dopo un viaggio infinito, che dalla sua terra l’ha portata prima in Egitto e poi in Libia, ha raggiunto l’Europa attraverso il mare. Arrivata a Roma, forse per restare, forse solo per rifiatare, è entrata in contatto con il centro Baobab Experience che da anni è scialuppa di salvataggio per chi rischia di naufragare anche dopo aver toccato terra. Ma la sua è solo una delle tante voci che testimoniano che “il mercato rosso”, così si chiama in gergo il traffico di organi umani, è ancora attivo e florido, a dispetto del silenzio sceso da anni nell’Egitto di Al Sisi, uno dei tanti Paesi che il governo Meloni, a dispetto delle sentenze, vuole considerare “sicuro”.

Duecento milioni per fermare le migrazioni

Anche per l’Ue il Paese di Al Sisi è “interlocutore strategico”. Così lo ha definito il 22 ottobre la presidente della della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al termine del summit Ue-Egitto, che si è concluso con un assegno da 200 milioni di euro in due anni “per combattere trafficanti e scafisti” e la promessa di un macroprestito da 5 miliardi, a dispetto delle innumerevoli denunce per violazioni dei diritti umani che arrivano non solo da ong e associazioni, ma anche da agenzie Onu. Un appuntamento che per von der Leyen è “un nuovo importante capitolo nelle nostre relazioni, basato sul nostro partenariato strategico e globale", con Al Sisi che incassa e mette giù i numeri: in Egitto ci sono attualmente 9,5 milioni di profughi, per lo più arrivati da Sudan, Sud Sudan e Gaza, “ma abbiamo bloccato la partenza di qualsiasi imbarcazione dalle coste egiziane a partire da settembre 2016”. Le rotte di terra che passano dal Sinai e arrivano in Libia no, esistono e prosperano. E il “mercato rosso” fiorisce proprio intercettando quella direttrice.

Tra le norme e la realtà, i traffici prosperano

Ufficialmente hub del mercato illegale di reni, fegato, cuore, polmoni, cornee per anni, anche per effetto delle pressioni internazionali nel 2010 l’Egitto ha adottato il Transplantation of Human Organs and Tissues Act, vietando il trapianto da donatore vivo e prevedendo pene pesantissime, incluso quella capitale, per chi organizzi o sia coinvolto nel traffico di organi. Ma tra la norma e la realtà, dicono studi e ricerche internazionali degli anni successivi, rimane uno iato che divora ogni anno centinaia di persone. Nel 2018 l’Unodc ha raccolto dati relativi a oltre 700 casi di espianto illecito di organi, principalmente in Nord Africa e Medio Oriente. Nel maggior parte dei casi, si trattava di migranti e rifugiati in fuga da Paesi subsahariani, presi di mira al loro arrivo in Egitto. Un rapporto dell'Interpol di tre anni dopo lanciava l’allarme su un chiaro aumento dell'espianto illecito, con la creazione anche di reti criminali specializzate, attive per lo più in Sinai. Il mercato rosso è ancora aperto, solo più nascosto.

Sudanesi nel mirino

Impossibile, al momento, determinare il numero delle vittime. Il più delle volte si tratta di invisibili. Migranti senza reti di riferimento, documenti, soldi o appoggi, sequestrati per strada, in rifugi di fortuna o nelle sale di attesa degli ospedali. Il target dei trafficanti è sempre lo stesso, a cambiare è solo la nazionalità, che varia a seconda delle crisi che pompano i flussi migratori. Da oltre un anno ormai, i principali target sono i rifugiati del Sudan, in fuga da un conflitto che ha provocato lo sfollamento di oltre 12 milioni di persone, del limitrofo Sud Sudan, in ginocchio dopo anni di guerra, crisi ambientali e carestia.

Walid arriva da lì, ha 21 anni. “Sono arrivato in Egitto per fuggire da una morte certa. Ma in Egitto può capitarti qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, anche sul posto di lavoro. Anche solo uscire di casa è pericoloso: puoi essere aggredito da un momento all'altro. E se succede, è finita”, ha spiegato agli operatori di Baobab Experience. “Non puoi andare in ospedale perché puoi risvegliarti senza un organo – raccontato in modo concitato - Ho conosciuto persone che sono andate lì per malori banali e sparire nel nulla”.

Si muore di espianto o di setticemia

È un terrore che non passa, al centro Baobab Experience con il tempo hanno capito perché in tanti, anche in condizioni critiche, rifiutano di andare in ospedale. In pochi scendono nel dettaglio, ma la sensazione – spiegano gli attivisti – è che sia trend in aumento. Sopravvissuti non ne hanno incontrati mai, o meglio, nessuno lo ha dichiarato. “Gli interventi di espianto – spiega Alice Basiglini – non sempre avvengono in ambienti sterili, in ogni caso ai pazienti non viene somministrata alcuna terapia post operatoria, per questo la maggior parte muore per setticemia o complicanze”.

Succede a chi volontariamente si mette nelle mani dei trafficanti in cambio di qualche spiccio o un passaggio attraverso il Sinai e poi il Mediterraneo, succede a chi deve, necessariamente, farsi curare. “Ammalarsi è normale, ma in Egitto noi neri non ce lo possiamo permettere – racconta Husein, 16 anni oggi, assai meno quando è stato costretto a partire dal Sudan - Il furto di organi avviene soprattutto negli ospedali pubblici, ma quelli privati costano troppo e nessuno che fa lavori umili può permettersi di pagare le cure”.

Attraversare il mare è l’unica strategia di sopravvivenza possibile

Alla fine, dall’Egitto i più partono, sono costretti a farlo. Dallo sfruttamento, dal terrore, pur consapevoli del rischio di finire dei lager libici, passano la frontiera, cercano un modo per mettere il mare in mezzo fra il proprio futuro e un quotidiano inferno dove si è solo carne: da vendere al mercato degli organi in Egitto, da piegare a forza di violenze in Libia per estorcere denaro, ridurre in schiavitù o entrambe le cose, da vendere in Tunisia, dove il prezzo di un essere umano non supera i 12 euro, quello chiesto per le capre.

“L’Europa – spiegano da Baobab Experience - è una scelta obbligata per i profughi: si rifugiano in Libia, Tunisia o Egitto ma qui sono sottoposti a nuove persecuzioni e costretti a prendere la via del mare. Tutti e tre questi Paesi sono soci dell’Italia e/o dell’Unione Europea in accordi che relegano i migranti a mera merce di scambio”.

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