GERUSALEMME – I volti sono quelli di sempre, solo più stanchi, più provati. A essere diversa è la rabbia: quando uno pensava che non potesse salire ancora, dopo due anni di manifestazioni di piazza, eccola lì. Più feroce, più viscerale, più disperata che mai: è quella delle famiglie dei 48 ostaggi che, a quasi due anni dal 7 ottobre 2023, mancano all’appello. Dal palco delle Nazioni Unite due giorni fa Benjamin Netanyahu ha citato per nome solo venti di loro, quelli che si ritiene siano ancora vivi: una mancanza di rispetto per gli altri che qui in Israele ha creato una fortissima indignazione. «Ci sono 48 persone che devono tornare a casa: non 20», ha detto Einav Zangauker, madre di Matan, il volto più riconoscibile fra i parenti. «Quando ha pronunciato il nome di mio figlio mi sono sentita male. Gli ha detto che vuole liberarlo, ma non che gli sta tirando bombe sulla testa». Una frase che da sola raccoglie la frustrazione e il dolore di chi, da due anni, è in strada con le foto dell…
GERUSALEMME – I volti sono quelli di sempre, solo più stanchi, più provati. A essere diversa è la rabbia: quando uno pensava che non potesse salire ancora, dopo due anni di manifestazioni di piazza, eccola lì. Più feroce, più viscerale, più disperata che mai: è quella delle famiglie dei 48 ostaggi che, a quasi due anni dal 7 ottobre 2023, mancano all’appello. Dal palco delle Nazioni Unite due giorni fa Benjamin Netanyahu ha citato per nome solo venti di loro, quelli che si ritiene siano ancora vivi: una mancanza di rispetto per gli altri che qui in Israele ha creato una fortissima indignazione. «Ci sono 48 persone che devono tornare a casa: non 20», ha detto Einav Zangauker, madre di Matan, il volto più riconoscibile fra i parenti. «Quando ha pronunciato il nome di mio figlio mi sono sentita male. Gli ha detto che vuole liberarlo, ma non che gli sta tirando bombe sulla testa». Una frase che da sola raccoglie la frustrazione e il dolore di chi, da due anni, è in strada con le foto delle persone amate.
Domani per la signora Zangauker e per le altre famiglie potrebbe essere un giorno di svolta: ci spera Donald Trump, che alla Casa Bianca riceverà ancora una volta Benjamin Netanyahu e che negli ultimi giorni ha più volte (direttamente o tramite i suoi uomini) annunciato una svolta «vicina»: salvo essere accolto dallo scetticismo dei diretti interessati e di chi, fra i diplomatici qui in Israele, segue la trattativa. Al centro del piano Trump ci sono uno slogan – 48 ostaggi in 48 ore – e 21 punti: prevedono appunto la liberazione di tutti i 48 ostaggi, vivi e morti, entro i primi due giorni. In cambio, uscirebbero dalle celle fra i cento e i duecento ergastolani palestinesi. E ancora: la consegna delle armi da parte di Hamas, ma anche la fine dei combattimenti e la creazione di un’autorità di governo internazionale provvisoria in collaborazione con l’Autorità nazionale palestinese: a guidarla, secondo indiscrezioni, sarebbe l’ex premier britannico Tony Blair.
Nulla di nuovo, in realtà: come negli ultimi 14 mesi – l’ultimo accordo con qualche contenuto di novità è quello messo sul tavolo nel luglio 2024 – a fare la differenza non saranno i punti ma la volontà dei protagonisti. Ieri Haaretz ha scritto che Hamas sarebbe pronta ad adeguarsi alle richieste di Trump, ma la notizia è stata smentita dai portavoce del gruppo. Sempre ieri sera, la tv israeliana Canale 12 ha raccontato che il primo ministro sarebbe pronto a fare concessioni all’alleato, pur se problematiche per gli equilibri della sua coalizione: anche in questo caso, si tratta di promesse già sentite che dovranno confrontarsi con la prova dei fatti.
Ciò che accadrà se anche questa mediazione dovesse fallire, lo ha urlato la signora Zangauker da Tel Aviv. «Ti sto guardando negli occhi, Netanyahu. Se torni senza un accordo, qui ti aspetta un inferno indescrivibile», ha minacciato.