CHISINAU – L’appuntamento a mezzogiorno a protestare davanti alla sede del Parlamento l’aveva dato lui, domenica, a voto ancora in corso, ma adesso non sembra crederci più. L’ex presidente Igor Dodon non fa che invitare i circa 200 sostenitori che hanno raccolto l’appello ad «agire con cautela» e a «scongiurare provocazioni». Sembra congedarli quando dice: «Svolgiamo un comizio pacifico dopodiché andiamo a casa con calma. Se servirà tornare in piazza, saremo noi a dirvelo».
Al suo fianco c’è Vasile Tarlev, l’ex premier oggi a capo del Partito comunista, cofondatore insieme a lui del Blocco Patriottico di forze filorusse che speravano di conquistare la maggioranza in Parlamento, ma hanno ottenuto soltanto 26 seggi su 101. Tarlev prova a metterci u…
CHISINAU – L’appuntamento a mezzogiorno a protestare davanti alla sede del Parlamento l’aveva dato lui, domenica, a voto ancora in corso, ma adesso non sembra crederci più. L’ex presidente Igor Dodon non fa che invitare i circa 200 sostenitori che hanno raccolto l’appello ad «agire con cautela» e a «scongiurare provocazioni». Sembra congedarli quando dice: «Svolgiamo un comizio pacifico dopodiché andiamo a casa con calma. Se servirà tornare in piazza, saremo noi a dirvelo».
Al suo fianco c’è Vasile Tarlev, l’ex premier oggi a capo del Partito comunista, cofondatore insieme a lui del Blocco Patriottico di forze filorusse che speravano di conquistare la maggioranza in Parlamento, ma hanno ottenuto soltanto 26 seggi su 101. Tarlev prova a metterci un po’ più di verve. «Siamo per l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale», tuona prima di scandire a gran voce insieme alla folla “Mol-do-va”.
Manca invece Irina Vlah, l’ex bashkan (governatrice) della Gagauzia, la regione meridionale russofona, nonché leader del movimento Cuore della Moldova. La Commissione elettorale ha escluso la lista dal voto per compravendita dei voti soltanto venerdì. E ha squalificato un altro partito filorusso, Grande Moldova, con l’accusa di finanziamenti illeciti a urne già aperte.
Su entrambi i partiti pesano sospetti di complicità con Ilan Shor, l’oligarca fuggito in Russia dopo una condanna in contumacia a 15 anni che è accusato di usare i soldi che sottrasse alle banche per destabilizzare il Paese. Ma la decisione di escluderli a ridosso del voto o a voto in corso è stata contestata persino dagli osservatori internazionali. Dodon prova a cavalcarla per dare slancio alla protesta, ma con poca convinzione: «Le inchieste penali le abbiamo già viste. Non vi salveranno. Il popolo è scontento. Vi odia».
Fino al giorno prima si era detto fiducioso che il Partito europeista al potere d’Azione e Solidarietà (Pas) avrebbe perso la maggioranza e che qualsiasi altro risultato sarebbe stato frutto di brogli da parte delle autorità. E perciò, a urne ancora aperte, aveva invitato i suoi elettori a marciare in massa. Lo slancio sembrava però essersi esaurito già poco dopo la chiusura dei seggi. Nel quartier generale del suo Partito socialista, Dodon aveva invitato a mantenere la calma. Continua a ripeterlo oggi. In romeno e in russo.
Davanti al Parlamento non c’è nessuna bandiera di partito: non le ha volute. E la folla che si è radunata, perlopiù pensionati, non sembra preparata a proteste radicali. Qualcuno grida: «L’Ucraina qui non governerà». Qualcun altro risponde: «Gloria all’Ucraina». «Provocatore», lo chiama Dodon invitando tutti a ignorarlo.
«È stato un bravo presidente. Ha aumentato le pensioni. Ora invece ci ritroviamo nei guai», ci dice Maria Vasilievna, 81 anni, incisivi d’oro e fazzoletto in testa. «Sandu? Va cacciata via. Non rispetta la legge. E la Ue se ne stia dove sta». Il resto della folla ascolta Dodon in silenzio e poi in silenzio se ne va. Per oggi nessuna “Dodon Majdan”.