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Gaza tra speranza e paura: “Non ci fidiamo di Israele ma i miliziani vadano via”

(afp)

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Anche ieri altro sangue, almeno 19 persone sono rimaste uccise negli attacchi dell’Idf in tutta la Striscia mentre le delegazioni cominciavano ad arrivare al Cairo per i negoziati che iniziano oggi in una Sharm el-Sheik ricca e blindata
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La speranza a Gaza è un’ombra, non riesci a vederla. Anche adesso che la pace sembra davvero un’opzione, crederci costa troppo. Infinite volte i gazawi si sono sentiti traditi. «Non mi fido di Israele, che non rispetta nemmeno il diritto internazionale, temo che quando Hamas avrà liberato gli ostaggi l’Idf riprenda ad attaccarci con maggiore forza», dice Marwan Khaleel Esbeata, che faceva il giornalista a Gaza Nord e ora è un padre sfollato con quattro figli a Khan Yunis. «Hamas non aveva scelta: se avessero detto di no, avrebbero dato a Netanyahu il pretesto per radere al suolo tutta Gaza, adesso per gli israeliani è più difficile». Marwan pensa al dopo, alla ricostruzione, ai soldi, a tutto questo muoversi di grandi potenze intorno a un piccolo lembo di terra pieno di macerie. «Israele vuole Gaza perché ha bisogno della nostra terra come porto internazionale che connette tre continenti, Africa, Asia ed Europa. Gaza fa gola a molti». Eppure, anche così, Hamas «deve farsi da parte», n…

La speranza a Gaza è un’ombra, non riesci a vederla. Anche adesso che la pace sembra davvero un’opzione, crederci costa troppo. Infinite volte i gazawi si sono sentiti traditi. «Non mi fido di Israele, che non rispetta nemmeno il diritto internazionale, temo che quando Hamas avrà liberato gli ostaggi l’Idf riprenda ad attaccarci con maggiore forza», dice Marwan Khaleel Esbeata, che faceva il giornalista a Gaza Nord e ora è un padre sfollato con quattro figli a Khan Yunis. «Hamas non aveva scelta: se avessero detto di no, avrebbero dato a Netanyahu il pretesto per radere al suolo tutta Gaza, adesso per gli israeliani è più difficile». Marwan pensa al dopo, alla ricostruzione, ai soldi, a tutto questo muoversi di grandi potenze intorno a un piccolo lembo di terra pieno di macerie. «Israele vuole Gaza perché ha bisogno della nostra terra come porto internazionale che connette tre continenti, Africa, Asia ed Europa. Gaza fa gola a molti». Eppure, anche così, Hamas «deve farsi da parte», non c’è alternativa. «Cinquanta, sessanta morti al giorno: insostenibile».

Anche ieri altro sangue, almeno 19 persone sono rimaste uccise negli attacchi dell’Idf in tutta la Striscia mentre le delegazioni cominciavano ad arrivare al Cairo per i negoziati che iniziano oggi in una Sharm el-Sheik ricca e blindata. Medici senza frontiere conferma che tra le vittime c’è anche un altro operatore della ong, Abed El Hameed Qaradaya, che era stato ferito in un attacco giovedì. Israele dice che 900mila persone hanno lasciato Gaza City, anche se il sindaco al Sarraj sotiene che ce ne siano ancora circa 500mila in città.

«Se Dio vuole, questa sarà l’ultima guerra. Speriamo di finirla con le guerre», dice Ali Ahmad, 59 anni, sfollato in un campo nel centro di Gaza. Ahmed, 28 anni, che lavorava al Comune di Gaza City e adesso è rifugiato a Deir el Balah, ha le idee molto chiare su come questo possa avvenire: «Hamas deve essere rimossa dalla vita pubblica e Israele deve lasciarci in pace e in autonomia». Via Hamas, dentro l’Anp di Abu Mazen? «Non penso che sia l’opzione migliore, ci sono molte figure indipendenti, talenti nazionali che meritano di guidare i palestinesi verso la pace e la stabilità. Prima della guerra la vita a Gaza era organizzata, sappiamo come gestire i nostri affari se Hamas e Israele ci lasciano in pace».

Trump vorrebbe fare le cose in grande, chiudere la guerra in pochi giorni, riavere a casa gli ostaggi, disarmare Hamas e iniziare a costruire la “Riviera”. Ma è tutto più complicato di così, come ha ammesso il suo segretario di Stato, Marco Rubio. «Le decisioni riguardanti una struttura di governo o un gruppo internazionale per la gestione di Gaza possono essere prese contemporaneamente al primo passo del cessate il fuoco, ma questa è la parte che penso sarà un po’ più difficile da affrontare, essendo quella che garantirà la permanenza della fine del conflitto». Tradotto: sappiamo cosa vogliamo subito: gli ostaggi. Non sappiamo bene cosa accadrà dopo. I gazawi temono la truffa, l’inganno. Tanti pensano che dar via le armi sia la ricetta per essere annientati. Molti altri sono pronti a rischiare, pur di riavere un po’ di pace.

Fadi Adeb è una delle facce della meglio gioventù di Gaza. Membro della ong Medglobal, risponde al telefono in un inglese impeccabile. Anche lui è dovuto fuggire da Gaza Nord dove è pronto a tornare «anche a piedi» appena si potrà: «Sono scettico sul negoziato perché l’ultima volta non ha funzionato, sono due anni che viviamo annunci di tregua che poi non arrivano». Di politica non vuol parlare: «Da due anni viviamo senza cibo adeguato, internet, energia elettrica, acqua pulita. Queste sono le nostre priorità. L’unica cosa che conta adesso è la stabilità, la possibilità di dormire, non pensare ogni minuto se la tua famiglia sopravviverà». Eppure senza un accordo politico, una prospettiva di governo, sarà difficile occuparsi di questi bisogni. «Ogni amministrazione che non verrà dalle persone di Gaza difficilmente avrà successo nel lungo termine».

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