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A Sharm el Sheik per Hamas c’è al Hayya, sopravvissuto alle bombe su Doha

(ansa)

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Nato a Gaza, 65 anni, amico di Sinwar fin da ragazzino – prima del 7 ottobre era il suo vice - è considerato uno degli intransigenti
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Khalil al Hayya è l’uomo degli anatemi. A gennaio si contavano già più di 50mila morti a Gaza, e lui apparve in video col dito alzato celebrando il «miracolo del 7 ottobre» che sarà sempre «fonte di orgoglio per il nostro popolo e la resistenza, di generazione in generazione», disse. Plaudiva al sacrificio dei gazawi, «la nostra gente che non ha lasciato la propria terra e ha fatto da scudo impenetrabile alla resistenza». Vittoria o martirio.

Ieri al Hayya è ricomparso, fantasma di sé, in un video mandato in onda dalla tv qatariota Al Arabiya. Pallido, tono dimesso, niente segni di vittoria. Non si vedeva dal 9 settembre quando gli israeliani hanno tentato di eliminarlo insieme a tutto il Politburo di Hamas rifugiato in Qatar. Non li hanno presi, ma hanno ucciso il figlio di al Hayya, Hamam. «La perdita di mio figlio, dei miei compagni, del mio capo di gabinetto e dei giovani che mi circondano è un dolore immenso», lo si sente dire nel filmato stando attento a ricordare tutte le vitti…

Khalil al Hayya è l’uomo degli anatemi. A gennaio si contavano già più di 50mila morti a Gaza, e lui apparve in video col dito alzato celebrando il «miracolo del 7 ottobre» che sarà sempre «fonte di orgoglio per il nostro popolo e la resistenza, di generazione in generazione», disse. Plaudiva al sacrificio dei gazawi, «la nostra gente che non ha lasciato la propria terra e ha fatto da scudo impenetrabile alla resistenza». Vittoria o martirio.

Ieri al Hayya è ricomparso, fantasma di sé, in un video mandato in onda dalla tv qatariota Al Arabiya. Pallido, tono dimesso, niente segni di vittoria. Non si vedeva dal 9 settembre quando gli israeliani hanno tentato di eliminarlo insieme a tutto il Politburo di Hamas rifugiato in Qatar. Non li hanno presi, ma hanno ucciso il figlio di al Hayya, Hamam. «La perdita di mio figlio, dei miei compagni, del mio capo di gabinetto e dei giovani che mi circondano è un dolore immenso», lo si sente dire nel filmato stando attento a ricordare tutte le vittime, perché «non c’è alcuna differenza tra un martire di Gaza e mio figlio». Sa che nella Striscia molti detestano i dirigenti di Hamas all’estero, li accusano di vivere una vita agiata e protetta mentre il popolo muore per una causa che non ha scelto.

In verità, anche al Hayya è un sopravvissuto. Gli israeliani gli hanno sterminato gran parte della famiglia a Gaza. Sette o otto parenti, tra cui sua moglie, tre dei suoi figli e tre fratelli, furono uccisi in un attacco aereo contro la sua casa nel 2007, un altro figlio fu ucciso nel 2008, un altro ancora con la nuora nel 2014, nelle continue guerre combattute tra Israele e Hamas sulla pelle di Gaza.

Oggi sarà al Hayya a trattare con i suoi aspiranti killer, guidando a Sharm el Sheik la delegazione negoziale di Hamas, nemmeno 40 giorni giorni dopo la morte del figlio, il periodo che i musulmani dedicano al lutto. E non sarà una trattativa facile.

Nato a Gaza, 65 anni, amico di Sinwar fin da ragazzino – prima del 7 ottobre era il suo vice a Gaza - è considerato uno degli intransigenti. Insieme a Osama Hamdan ha coltivato e intessuto i legami con l’Iran, che ha sostenuto con Hamas con armi e soldi. Dopo che gli israeliani hanno ucciso il capo politico di Hamas, Ismail Hanieh, proprio a Teheran, al Hayya è diventato la figura più influente della leadership.

Non è il nuovo capo politico perché il movimento islamista ha preferito darsi una governance collegiale, un comitato di cinque di cui fanno parte anche l’ex numero uno Khaled Meshaal, Zaher Jabarine, capo della Cisgiordania, Bassem Naim e Taher al-Nounou, membri dell’ufficio politico, e Ghazi Hamad. Ma se pace verrà, a firmarla sarà Khalil al Hayya, il sopravvissuto.

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