✕

Telefonata Putin-Trump, il Cremlino disinnesca l’escalation sui Tomahawk e sogna una nuova Jalta

(afp)

Ascolta l'audio

Per i funzionari e i politologi russi è un capolavoro del leader russo: rilancia sul commercio e costringe gli europei “guerrafondai” ad accoglierlo a dispetto di sanzioni e mandato d’arresto internazionale
2 minuti di lettura

Alla fine ci riesce sempre. Blandirlo, placarlo, indurlo ad abbandonare minacce e ultimatum e a fargli concessioni. Dopo il bilaterale ad Anchorage, Alaska, Stati Uniti, Vladimir Putin stavolta è riuscito a ottenere un nuovo faccia a faccia con Donald Trump a Budapest, Ungheria, Unione europea. Uno schiaffo al Vecchio Continente diventato oramai il nuovo “nemico n. 1” ufficiale di Mosca che dovrà concedergli autorizzazioni al sorvolo aereo e accoglierlo a dispetto di sanzioni e di un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra. E uno smacco a Volodymyr Zelensky che probabilmente oggi tornerà dall’incontro con Trump a mani vuote.

La consegna dei missili Tomahawk statunitensi a Kiev sembrava cosa fatta. Ma chiedendo un colloquio con Trump proprio alla vigilia della visita del leader ucraino alla Casa Bianca — probabilmente spinto anche dall’annuncio che l’India aveva promesso agli Usa di non acquistare più il suo petrolio — Putin è riuscito a farla accantonare.

Non che i…

Alla fine ci riesce sempre. Blandirlo, placarlo, indurlo ad abbandonare minacce e ultimatum e a fargli concessioni. Dopo il bilaterale ad Anchorage, Alaska, Stati Uniti, Vladimir Putin stavolta è riuscito a ottenere un nuovo faccia a faccia con Donald Trump a Budapest, Ungheria, Unione europea. Uno schiaffo al Vecchio Continente diventato oramai il nuovo “nemico n. 1” ufficiale di Mosca che dovrà concedergli autorizzazioni al sorvolo aereo e accoglierlo a dispetto di sanzioni e di un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra. E uno smacco a Volodymyr Zelensky che probabilmente oggi tornerà dall’incontro con Trump a mani vuote.

La consegna dei missili Tomahawk statunitensi a Kiev sembrava cosa fatta. Ma chiedendo un colloquio con Trump proprio alla vigilia della visita del leader ucraino alla Casa Bianca — probabilmente spinto anche dall’annuncio che l’India aveva promesso agli Usa di non acquistare più il suo petrolio — Putin è riuscito a farla accantonare.

Non che il presidente statunitense lo abbia detto ufficialmente: Trump i Tomahawk ieri non li ha nominati nemmeno, è stato il Cremlino a far sapere che se ne era parlato e a ribadire che provocherebbero «danni significativi alle relazioni» e «alle prospettive di una soluzione pacifica». Ma non avrebbe senso «provocare un’escalation» in vista di un vertice annunciato come imminente. E, ciliegina sulla torta, Trump è tornato a parlare degli «scambi commerciali tra Russia e Usa», mentre ad Anchorage il pranzo sui dossier economici era saltato.

Lo smacco di Mosca agli europei “guerrafondai”

Quanto la Russia consideri la telefonata l’ennesimo capolavoro diplomatico di Putin lo dimostra il commento del consigliere presidenziale per la politica estera Jurij Ushakov che ha tenuto a sottolineare che è stato Trump a suggerire Budapest come sede del prossimo incontro, mentre su chi avesse proposto l’Alaska in agosto aveva sempre sorvolato. Mentre l’inviato presidenziale Kirill Dmitriev ne ha approfittato per schernire «i guerrafondai di Regno Unito e Ue» che tentano «con grandi sforzi di far deragliare le prospettive di pace» assicurando loro che «dialogo, pace e cooperazione tra Usa e Russia prevarranno».

Che l’Europa abbia oramai sostituito gli Stati Uniti come principale avversario della Russia lo aveva del resto cristallizzato lo stesso Putin una settimana fa nel suo intervento al Forum del Club Valdai accusando «le élite» europee di «fomentare l’isteria» sostenendo che «la guerra coi russi è alle porte» e di «istigare» il conflitto in ucraina. Una svolta radicale dopo decenni di guerra più o meno fredda con «Stati Uniti e suoi satelliti» che nel 2023 era stata persino formalizzata dal documento aggiornato sulla politica estera russa.

Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, il Cremlino ha invece attenuato la sua retorica anti-statunitense e intensificato le sue critiche all’Europa. L’ultima ieri: il ministro degli Esteri Sergej Lavrov intervistato da Kommersant accusava l’Europa di «voler trasformare il conflitto in Ucraina nella guerra di Trump» e di «voler deviare» il leader statunitense». «Vedremo — concludeva — come l’amministrazione risponderà al “corteggiamento” e agli ultimatum quasi sfacciati di Zelensky ed europei… Non avrei mai immaginato che l’Europa si sarebbe comportata in modo così oltraggioso con gli Usa». Un cambio di paradigma che adesso non si limita più alla retorica, ma viene accompagnato da sistematiche incursioni di droni nello spazio aereo europeo.

Di pari passo si sono intensificate le smaccate adulazioni a Trump: dall’invettiva della portavoce della diplomazia Maria Zakharova contro le «persone malate, ossessionate dalla malizia e dall’odio, forse persino mostri» che avevano scelto la foto di copertina di Time criticata dal presidente statunitense sino alle congratulazioni di Putin — ribadite ieri al telefono — a Trump per la pace in Medio Oriente e a Melania per il suo impegno per i bambini in Ucraina.

La scelta di Budapest come sede del prossimo vertice Russia-Usa non è che l’ultimo «ostentato trollaggio», come lo ha definito ieri il politologo Aleksej Mukhin: l’ennesima presa in giro nei confronti della Ue. Stando a Mukhin, il summit «non verterà tanto sull’Ucraina quanto su un nuovo ordine mondiale». Budapest come una nuova Jalta. Almeno così sogna il Cremlino.

Leggi i commenti