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Radchenko: “I Tomahawk erano l’esca per Mosca. A Budapest c’è spazio per trattare”

L’intervista con lo storico russo britannico: “Trump ha colto segni di stanchezza di Putin e vuole esplorarli. Ma ai tentativi di dialogo va accompagnata la massima pressione”. La Ue? “Incompetente e incapace. Non avrà alcun ruolo nei negoziati”
3 minuti di lettura

«Niente Tomahawk per Kiev, almeno per ora, ma era prevedibile». Lo storico russo-britannico Sergej Radchenko non si era fatto illusioni sull’incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca. «Trump temeva di non avere abbastanza missili per sé e di provocare un’escalation. Parlava della possibilità di consegnare i Tomahawk a Kiev per fare pressione su Vladimir Putin. È un’opzione che tiene sul tavolo per mettere il presidente russo davanti a un aut aut: scendere a compromessi adesso o affrontare in futuro una situazione potenzialmente più instabile, con l’Ucraina in grado di colpire la Russia più in profondità», dice a Repubblica da Londra.

Professore presso la Scuola di Studi Internazionali Avanzati della Johns Hopkins e del Centro per gli Affari Globali Henry Kissinger, Radchenko è tra i massimi studiosi di guerra fredda e di summit Usa-Russia. E sul vertice di Budapest nutre qualche speranza: «Vedo le potenziali basi per un negoziato».

«Niente Tomahawk per Kiev, almeno per ora, ma era prevedibile». Lo storico russo-britannico Sergej Radchenko non si era fatto illusioni sull’incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca. «Trump temeva di non avere abbastanza missili per sé e di provocare un’escalation. Parlava della possibilità di consegnare i Tomahawk a Kiev per fare pressione su Vladimir Putin. È un’opzione che tiene sul tavolo per mettere il presidente russo davanti a un aut aut: scendere a compromessi adesso o affrontare in futuro una situazione potenzialmente più instabile, con l’Ucraina in grado di colpire la Russia più in profondità», dice a Repubblica da Londra.

Professore presso la Scuola di Studi Internazionali Avanzati della Johns Hopkins e del Centro per gli Affari Globali Henry Kissinger, Radchenko è tra i massimi studiosi di guerra fredda e di summit Usa-Russia. E sul vertice di Budapest nutre qualche speranza: «Vedo le potenziali basi per un negoziato».

Quanto la telefonata di Trump con Putin ha pesato sul suo incontro con Zelensky secondo Lei?

«Negli ultimi due mesi abbiamo assistito a una crescente pressione statunitense sulla Russia, a un aumento del dibattito sulle sanzioni e ad attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe che credo siano il vero elefante nella stanza.

Putin non ne era contento. E con la telefonata ha cercato di riprendere l’iniziativa dopo che Zelensky e Trump avevano avuto un paio di colloqui. Pensava che lo slancio dell’incontro di agosto in Alaska si fosse esaurito e ha provocato a rinvigorirlo ricordando a Trump che ci sono vantaggi nello sviluppare le relazioni russo-americane e anche prospettandogli una possibile pace in Ucraina, ovviamente alle sue condizioni.

Ma in gioco non c’è il rapporto personale di Trump con Putin o Zelensky. Enfatizzando troppo l’aspetto personale, trascuriamo quanto sia grande la foresta dietro agli alberi. Trump è volubile e tende ad altalenare, ma segue gli interessi americani. E l’interesse americano, per come lo vede lui, è chiudere questa guerra prima che si inasprisca».

Quali prospettive vede per il vertice in programma a Budapest?

«Dopo il cessate il fuoco a Gaza, Trump si sente molto sicuro di sé. Pensa di avere la carota e il bastone per convincere la Russia ad accettare la pace. La sua “scommessa di Budapest” sta tutta qui.

Secondo un retroscena pubblicato dal Financial Times, non so quanto affidabile, lo scorso agosto ad Anchorage Trump era disposto a fare pressione su Zelensky perché si ritirasse dalle zone del Donbass che la Russia ha annesso, ma che non ha ancora occupato. Se Trump fosse davvero disposto a fare concessioni territoriali di questo tipo a Putin, vedo lo scopo di un secondo round a Budapest e anche le potenziali basi per un negoziato.

Alcune richieste di Putin non sono insormontabili, come il veto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato e all’acquisto di armi occidentali da parte di Kiev una volta cessata la guerra. Persino il cambio di governo a Kiev. Putin lo chiede perché vuole umiliare Zelensky, ma lo stesso Zelensky ha detto che non si ricandiderebbe alle prossime presidenziali. Vuole soltanto un cessate il fuoco. È il terreno per un potenziale accordo».

Ma Putin è davvero pronto per la pace in Ucraina? Da Mosca arrivano segnali che si stia preparando alla lunga corsa…

«Sì, ha aumentato l’esercito russo e gli investimenti in carri armati. Ma, se si pensa al numero di tank distrutti in Ucraina, se ne potrebbe dedurre che la produzione militare sta semplicemente cercando di compensare le perdite subite.

Ciò non vuol dire che io sia ottimista. Ma respingo la tesi tout court: “Putin non cesserà la guerra finché l’Ucraina non capitolerà e diventerà un’altra Bielorussia”. È una tesi semplicistica. Magari è corretta. Ma se si cerca di leggere tra le righe, è possibile cogliere qualche sintomo di stanchezza e una potenziale volontà di compromesso da parte di Putin.

Trump sembra pronto a esplorare questi segnali con colloqui potenzialmente infruttuosi perché pensa che definiranno la sua eredità di presidente pacificatore. E io penso che valga la pena farlo. Ma che questi sforzi vadano combinati con la massima pressione sulla Russia.

Maggiore è la pressione esercitata sulla Russia, inclusa quella militare, più è probabile che Putin capisca di aver bisogno di una pace. Il dialogo deve andare di pari passo con la pressione. Ma il timore mio, e di tutti credo, è che Trump sia molto interessato al dialogo e non altrettanto alla massima pressione».

I Paesi europei saranno obbligati a concedere il sorvolo aereo a Putin e a derogare al mandato d’arresto internazionale in vista del vertice a Budapest, ma che ruolo avranno nelle trattative?

«Tenere il vertice a Budapest è un’umiliazione per l’Unione Europea. Ma l’umiliazione peggiore è che la Ue si è dimostrata incompetente e incapace nel gestire questo conflitto.

Non vorrei sembrare troppo duro. Sì, Bruxelles ha approvato 19 pacchetti di sanzioni, ma finora è rimasta fuori da qualsiasi tipo di negoziato. Ha il problema opposto agli Stati Uniti.

L’America può dire di negoziare, ma di non esercitare la pressione più volte minacciata. La Ue non negozia, ma esercita pressioni. Seppure in modo selettivo. Ha paura di affrontare davvero la cosiddetta “flotta ombra” che consente a Putin di esportare gli idrocarburi sotto embargo o di rispondere con decisione ai droni che la Russia le sta lanciando contro. E in più deve superare il continuo ostruzionismo di Slovacchia e Ungheria.

Il problema è che non esiste una politica estera europea unitaria. La Ue si muove in diverse direzioni e non ha alcuna capacità di dialogo con la Russia. Chi dovrebbe gestire questo dialogo? Dubito che il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov parlerebbe con l’Alto rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas. E poi Lavrov non conta. Quindi la domanda è: chi in Europa può parlare, come ha fatto Trump, con l’unica persona che conta davvero a Mosca, che è Putin. Nessuno».

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