Rushdie: “Rivivo i tempi cupi, in America stiamo perdendo la libertà di parlare e dissentire”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – Nota Daniel Kehlmann: «Sbaglio, o questa è la storia più cupa che tu abbia mai scritto?». Risponde Salman Rushdie: «Certo, perché cupi sono i tempi in cui viviamo».
Otto di sera, l’organizzazione 92nd Street Y è presidiata dalla polizia. Un po’ perché è cuore culturale della comunità ebraica a Manhattan, ma molto perché sul palco sale lui, lo scrittore della fatwa iraniana e della coltellata di Chautauqua. Presenta il nuovo libro, dialogando con Kehlmann e gli invitati. È una raccolta di racconti intitolata “The Eleventh Hour”, che poi sarebbe l’ultima ora prima della mezzanotte, metafora della morte.
Perché racconti?
«Non avevo mai provato questo genere e mi è davvero piaciuto. È abbastanza lungo per approfondire i personaggi, ma poi finisce in fretta, cosa magnifica».
Come è nata l’idea?
«Finita la memoir sul coltello, ho iniziato subito a pensare alla fiction. Non avevo un piano, ho solo iniziato a scrivere. Mi è venuta questa frase: “Lui si svegliò quella mattina ed era…
NEW YORK – Nota Daniel Kehlmann: «Sbaglio, o questa è la storia più cupa che tu abbia mai scritto?». Risponde Salman Rushdie: «Certo, perché cupi sono i tempi in cui viviamo».
Otto di sera, l’organizzazione 92nd Street Y è presidiata dalla polizia. Un po’ perché è cuore culturale della comunità ebraica a Manhattan, ma molto perché sul palco sale lui, lo scrittore della fatwa iraniana e della coltellata di Chautauqua. Presenta il nuovo libro, dialogando con Kehlmann e gli invitati. È una raccolta di racconti intitolata “The Eleventh Hour”, che poi sarebbe l’ultima ora prima della mezzanotte, metafora della morte.
Perché racconti?
«Non avevo mai provato questo genere e mi è davvero piaciuto. È abbastanza lungo per approfondire i personaggi, ma poi finisce in fretta, cosa magnifica».
Come è nata l’idea?
«Finita la memoir sul coltello, ho iniziato subito a pensare alla fiction. Non avevo un piano, ho solo iniziato a scrivere. Mi è venuta questa frase: “Lui si svegliò quella mattina ed era morto”. Non sapevo perché. Mi sono alzato dalla scrivania, l’ho lasciata un po’ là. Poi sono tornato e mi sono detto: ok, andiamo avanti. Ne è venuta una storia basata su allievi del mio college a Cambridge. Il protagonista è ispirato a E. M. Forster, che ho avuto la fortuna di conoscere. Persone trattate orribilmente per la loro omosessualità, vite danneggiate. Il protagonista muore e diventa un fantasma che strega il college».
Il racconto intitolato Oklahoma sembra ispirato a Kafka.
«È nato dopo una visita alla mostra su di lui della Morgan Library. Mi affascinano i suoi romanzi non finiti, perché così è la vita: nessuno di noi sarà presente alla fine della nostra storia».
Ha tratto ispirazione anche da Goya.
«Il suo dipinto di Ferdinando VII, noto come il re criminale. Mi ha ricordato una figura contemporanea, dandomi l’opportunità di dire qualcosa di moderno, scrivendo del passato».
Il protagonista ad un certo punto si trova davanti a due porte. Una conduce al paradiso e l’altra all’inferno: deve scegliere quale imboccare. Entra in quella centrale, ma porta all’inferno. È un atto d’accusa contro il nostro mondo?
«È una metafora, però in realtà è una bugia. Il protagonista non lo sa, ma entrambe portano all’inferno».
Perché è tornato alla fiction?
«Non avevo mai pensato di scrivere di me stesso. Poi, come dicono i cinesi, ho avuto una vita interessante e ho preferito che a raccontarla fossi io. Il mio mestiere però è la fiction».
Come nasce “The Old Man in the Piazza”, l’ultimo racconto?
«Da una scena di Peter Sellers nella “Pantera Rosa”. Un uomo osserva calmo una piazza, mentre intorno a lui succede il caos. Mi è piaciuto e l’ho messo al centro della mia storia, metafora della nostra sfera pubblica distrutta e insudiciata. La piazza è un’allegoria della libertà, il luogo dove viviamo. Una società aperta è piena di discussioni, perché la libertà è poter dissentire. Nella società libera la gente è sempre in disaccordo, ma la possibilità di farlo è ciò che chiamo libertà. Se non è libera, questa discussione viene soppressa».
Lei lo ha sperimentato come nessuno.
«Beh, direi che adesso lo stiamo sperimentando tutti. Credo che chiunque in questa sala capisca di cosa parlo. Perciò ho scritto una storia sulla possibilità di parlare uno con l’altro e permetterci di dissentire. Ma la cosa più strana capitata è che mentre scrivevo il linguaggio, con mia grande sorpresa, è diventato umano, un personaggio. Va nella piazza e si siede. Viene ferito e maltrattato, e alla fine va via. Allora, immediatamente, nessuno riesce più a parlare con gli altri. Quando il linguaggio è perduto non puoi più discutere. È l’ultima frase della storia, ma sono io che offro un monito. Se arriviamo al punto nella nostra società in cui il linguaggio ci viene meno, non possiamo più parlarci. Allora siamo nei guai, enormi guai».
È il costo da pagare per fare lo scrittore?
«Molti lo hanno pagato: Garcia Lorca ucciso dai fascisti; Bulgakov perseguitato da Stalin, che non sapeva accettare scherzi sulla sua apparenza...; Ovidio esiliato da Augusto. Però attenzione: la poesia di Ovidio esiste ancora, l’Impero romano no».