L’offerta di dialogo è arrivata durante la mattanza, sabato, stando alle parole del presidente americano Donald Trump: mentre l’Iran era isolato, e le forze di sicurezza rispondevano con forza bruta alle proteste di piazza, il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha contatto Steve Witkoff, l’inviato Usa per il Medioriente. L’obiettivo era tentare una de-escalation con Washington, dopo le minacce di un intervento a sostegno dei manifestanti, o quantomeno comprare tempo. E Araghchi era l’uomo giusto per farlo.
Da più di 15 anni, il diplomatico erede di una famiglia di mercanti di tappeti, rappresenta la faccia dialogante della Repubblica islamica, tiene i contatti con l’Occidente, negozia: era vice di Javad Zarif quando fu concluso l’accordo sul nucleare del 2015, ha mantenuto i canali aperti anche durante gli anni del presidente ultraconservatore Raisi ed è poi tornato al vertice della diplomazia con Pezeshkian tentando di nuovo un appeasement con la Casa Bianca. Dietro Ara…
L’offerta di dialogo è arrivata durante la mattanza, sabato, stando alle parole del presidente americano Donald Trump: mentre l’Iran era isolato, e le forze di sicurezza rispondevano con forza bruta alle proteste di piazza, il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha contatto Steve Witkoff, l’inviato Usa per il Medioriente. L’obiettivo era tentare una de-escalation con Washington, dopo le minacce di un intervento a sostegno dei manifestanti, o quantomeno comprare tempo. E Araghchi era l’uomo giusto per farlo.
Da più di 15 anni, il diplomatico erede di una famiglia di mercanti di tappeti, rappresenta la faccia dialogante della Repubblica islamica, tiene i contatti con l’Occidente, negozia: era vice di Javad Zarif quando fu concluso l’accordo sul nucleare del 2015, ha mantenuto i canali aperti anche durante gli anni del presidente ultraconservatore Raisi ed è poi tornato al vertice della diplomazia con Pezeshkian tentando di nuovo un appeasement con la Casa Bianca. Dietro Araghchi si muovono altri pezzi di apparato che spingono per un nuova trattativa con gli americani, spiegano a Repubblica fonti diplomatiche, consapevoli che il sistema potrebbe non reggere un altro attacco militare come quello israeliano-americano dello scorso giugno. Siamo «pronti alla guerra» se verremo attaccati ma anche al «dialogo» a «condizione che ciò avvenga senza minacce o diktat», ha dichiarato Araghchi, che però non ha nessun potere decisionale su un eventuale accordo con gli americani.
L’ultima parola è di Ali Khamenei, che è rimasto fermo nelle sue posizioni e l’ha ripetuto pubblicamente più volte: negoziare con Washington non porta a nulla, degli americani non ci si può fidare. Le condizioni poste dall’amministrazione Trump, zero arricchimento dell’uranio e stop al programma missilistico, sono inaccettabili per l’anziano rahbar, che vedrebbe così sgretolarsi anche le ultime fondamenta della sua strategia di difesa nazionale dopo i pesanti colpi subiti da quella regionale per mano di Israele, che ha pesantemente indebolito la rete di milizie e partiti pro-Teheran.
Trump ha incalzato gli iraniani promettendo di intervenire se avessero ucciso i manifestanti, ma non si è mosso quando è accaduto, e sembra prudente su un’azione militare tradizionale dalle conseguenze imprevedibili. «L’Iran vuole negoziare, l’incontro è in fase di organizzazione», ha confermato il presidente Usa brandendo allo stesso il bastone: «ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro», «l’esercito sta valutando alcune opzioni molto forti». E in serata minaccia «dazi al 25% per i Paesi che fanno affari con l’Iran». Teheran prova a mobilitare i suoi alleati. Il segretario del Consiglio di Sicurezza Ali Larijani ha sentito il suo omologo russo, Sergei Shoigu, «per coordinare le loro posizioni per garantire la sicurezza».
Russi e iraniani collaborano già sullo sviluppo del nucleare civile, sugli strumenti di repressione interna, sul commercio del petrolio e sulle armi per la guerra in Ucraina. Ha parlato anche la Cina, che è il primo acquirente di petrolio iraniano a prezzi stracciati, condannando le interferenze esterne. Ma sugli alleati d’Oriente ci sono mugugni e scetticismi a Teheran, perché né Mosca né Pechino hanno dimostrato di voler davvero investire nel Paese né di essere disposti a uno scontro con l’America per difenderlo.
I rapporti con l’Europa sono al minimo storico, i massacri di queste ore hanno suscitato condanne e indignazione. Il Parlamento di Strasburgo ieri ha deciso di vietare l’accesso ai suoi locali a tutti i diplomatici e rappresentanti iraniani. «Non si può andare avanti come se nulla fosse accaduto mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà», ha annunciato la presidente Roberta Metsola.