Per il ministro della giustizia iraniano, Amin Hossein Rahimi, il processo è già fatto: «Dall’8 all’11 gennaio non si è trattato di una protesta, ma di una vera e propria guerra interna, e chiunque sia stato arrestato in questi due giorni è sicuramente colpevole perché era presente sulla scena», ha dichiarato ieri alla fine di una riunione di governo. Dopo i massacri ci sarà la punizione per chi è sopravvissuto ed è stato arrestato. Nessuna «clemenza o indulgenza» sarà concessa ai responsabili delle «rivolte». La magistratura iraniana si prepara ad eseguire il mandato del capo Gholamhossein Mohseni Eje’i: i manifestanti «devono essere processati e puniti il prima possibile», e per i «principali elementi delle rivolte» saranno processi pubblici e televisivi, un messaggio a tutti gli altri.
Le organizzazioni per i diritti umani confermano oltre 10mila arresti e avvertono che il rischio è un’ondata…
Per il ministro della giustizia iraniano, Amin Hossein Rahimi, il processo è già fatto: «Dall’8 all’11 gennaio non si è trattato di una protesta, ma di una vera e propria guerra interna, e chiunque sia stato arrestato in questi due giorni è sicuramente colpevole perché era presente sulla scena», ha dichiarato ieri alla fine di una riunione di governo. Dopo i massacri ci sarà la punizione per chi è sopravvissuto ed è stato arrestato. Nessuna «clemenza o indulgenza» sarà concessa ai responsabili delle «rivolte». La magistratura iraniana si prepara ad eseguire il mandato del capo Gholamhossein Mohseni Eje’i: i manifestanti «devono essere processati e puniti il prima possibile», e per i «principali elementi delle rivolte» saranno processi pubblici e televisivi, un messaggio a tutti gli altri.
Le organizzazioni per i diritti umani confermano oltre 10mila arresti e avvertono che il rischio è un’ondata di esecuzioni in «processi farsa», gestiti dai tribunali rivoluzionari. I media di stato continuano a mandare in onda immagini di uomini armati di molotov e fucili che avrebbero attaccato edifici del governo e ucciso agenti della sicurezza, almeno 150, ma sono informazioni impossibili da verificare. Su quello che è accaduto in Iran nell’ultima settimana c’è il buio. A Teheran si sono tenuti i funerali di «oltre 100 tra i membri delle forze di sicurezza uccisi», racconta la tv di stato, ma anche questa informazione non è verificabile. Ricostruire pezzo dopo pezzo le dimensioni della strage è un lavoro complicatissimo, con il blackout di Internet e la sorveglianza. Iran Human Rights è riuscita a confermare la morte di almeno 3.428 persone finora, il 90% manifestanti.
Trump ha incitato alla protesta, Pahlavi ha chiesto persino di conquistare i palazzi del potere, mentre gli iraniani morivano in strada, e non è escluso che questi interventi esterni non abbiano suggerito al sistema ancora più violenza: stroncare la sollevazione popolare prima che diventasse contagiosa, accusando le piazze di collusione col nemico. Gli iraniani, spaesati, riescono a telefonare per poco tempo agli amici o ai familiari in Europa. Non dicono tutto, hanno paura che le conversazioni siano ascoltate. Il sistema è al massimo grado di paranoia: la polizia setaccia gli ospedali, irrompe nelle case dei “sospettati”, sorveglia le famiglie delle vittime perché non parlino. Nelle strade di Teheran «c’è un clima da legge marziale», ci racconta in una breve telefonata un giovane lavoratore. «In giro non ci sono solo i basiji», le milizie paramilitari di solito responsabile della repressione di piazza, «ma proprio i Sepah», i Guardiani della rivoluzione. «Hanno armi pesanti, fermano le macchine, ti puntano l’arma direttamente alla faccia e cominciano a fare domande».