✕

Fiori e biglietti sotto la neve, due anni senza Navalny: la sfida della madre e dei seguaci

La madre di Navalny sulla tomba del figlio 

Ascolta l'audio

Il raduno davanti alla tomba del dissidente morto durante la prigionia. Ma ora l’opposizione è frammentata
2 minuti di lettura

GINEVRA – È l’unico monticello colorato tra i cumuli di neve bianca che ricoprono gli altri sepolcri del cimitero Borisovskoe di Mosca, periferia sudest della capitale. Mazzi di fiori, rose soprattutto. Foto, ritratti, ceri accesi, papere icona di passate proteste. E infine decine di biglietti. Vecchi slogan: “La Russia sarà libera”. Messaggi epigrafici: “Ci manchi tantissimo”, “Non sarai mai dimenticato. Eri un eroe”. O lunghe lettere. Un ammasso disordinato che la neve che scende copiosa infarina e quasi ricompone. Ancora una volta i moscoviti si sono messi in fila sfidando le gelide temperature, le auto della Rosgvardia con la lettera “Z” sul cofano e gli agenti in borghese dal volto coperto che riprendono tutti e tutto annotano. E hanno reso omaggio alla tomba di Aleksej Navalny, il leader diventato martire dell’opposizione, morto in carcere a 47 anni il 16 febbraio del 2024. Ucciso per conto dello «Stato russo», secondo l’inchiesta di cinque Paesi occidentali pubblicata sabato, d…

GINEVRA – È l’unico monticello colorato tra i cumuli di neve bianca che ricoprono gli altri sepolcri del cimitero Borisovskoe di Mosca, periferia sudest della capitale. Mazzi di fiori, rose soprattutto. Foto, ritratti, ceri accesi, papere icona di passate proteste. E infine decine di biglietti. Vecchi slogan: “La Russia sarà libera”. Messaggi epigrafici: “Ci manchi tantissimo”, “Non sarai mai dimenticato. Eri un eroe”. O lunghe lettere. Un ammasso disordinato che la neve che scende copiosa infarina e quasi ricompone. Ancora una volta i moscoviti si sono messi in fila sfidando le gelide temperature, le auto della Rosgvardia con la lettera “Z” sul cofano e gli agenti in borghese dal volto coperto che riprendono tutti e tutto annotano. E hanno reso omaggio alla tomba di Aleksej Navalny, il leader diventato martire dell’opposizione, morto in carcere a 47 anni il 16 febbraio del 2024. Ucciso per conto dello «Stato russo», secondo l’inchiesta di cinque Paesi occidentali pubblicata sabato, dalla letale tossina presente nella pelle delle rane freccia ecuadoriane, l’epibatidina.

«Tutto il mondo conosce il mandante. Ma vogliamo conoscere anche tutti i complici», dice alle telecamere la madre coraggio Ljudmila Navalnaja chiedendo «giustizia» per il figlio «assassinato». Se oggi i laboratori indipendenti di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi hanno dato ragione ai suoi sospetti è perché due anni fa ingaggiò una lotta con le autorità per riavere indietro il corpo da cui sono stati prelevati dei campioni poi contrabbandati ed esaminati all’estero. Al suo fianco c’è anche Alla Abrosimova, la madre della vedova Julija Navalnaja che, costretta all’esilio come i figli Dasha e Zakhar, questa tomba non l’ha mai vista e non può che affidare le sue parole ai social: «Due anni. Abbiamo ottenuto la verità e un giorno otterremo anche giustizia». «Non accettiamo tali accuse. Non siamo d’accordo. Le consideriamo parziali e infondate. E le respingiamo fermamente», è la replica del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov che ha sempre sostenuto la tesi delle «cause di morte naturali».

Gli amici lontani non ci credono. Come Ilja Jashin: «Spero sinceramente che avremo la forza e la volontà di essere all’altezza della memoria di Aleksej. E anche il mio amico mi manca moltissimo». Mentre 15 Paesi occidentali chiedono un’inchiesta indipendente e il rilascio di oltre 1.700 prigionieri politici. I moscoviti in fila a rendere omaggio non hanno dubbi sull’avvelenamento, dicono ai siti indipendenti dietro anonimato. Giovani e pensionati, coppie e ragazzi solitari, molti in lacrime, arrivati sin qui nonostante corrano il rischio del carcere.

Non bastava l’infame etichetta di “estremismo” riservata a gruppi come Al Qaeda e Isis: soltanto qualche giorno fa le autorità hanno affibbiato alle organizzazioni fondate da Navalny anche il marchio di “terrorismo”. Qualsiasi sostegno pubblico al suo movimento è teoricamente punibile col carcere. In tanti sono già finiti dietro le sbarre per una minima donazione del passato o per una sua foto. Tre i fermi soltanto in questo secondo anniversario e altri probabilmente arriveranno a orologeria. «Non importa. Volevamo onorare la memoria di un eroe morto ingiustamente», dice un giovane a Sota. C’è chi afferma di provare «speranza» nel vedere che la gente continua a riunirsi per rendere omaggio a Navalny. Chi invece sostiene che, senza Navalny, «la speranza non c’è».

A due anni dalla sua morte, non c’è un erede. La moglie Navalnaja ha preso le redini della sua Fondazione anti-corruzione (Fbk), ma non è riuscita a consolidarne l’autorità. E i suoi collaboratori continuano a essere coinvolti in scandali e a isolarsi dal resto dell’opposizione. Soltanto poche settimane fa, l’ex braccio destro di Navalny, Leonid Volkov, ha persino rischiato di vedersi revocato l’asilo dalla Lituania dopo che aveva festeggiato alla notizia, poi rivelatasi un falso, che le forze ucraine avessero ucciso Denis Kapustin, fondatore del Corpo dei volontari russi («Un nazista in meno. Spero che altri seguiranno il suo esempio») e che aveva insultato il capo dell’ufficio presidenziale ucraino Kyrylo Budanov come «un vile stratega politico». Mentre il resto dell’opposizione è indebolita dall’esilio e continua a essere frammentata. L’ultima faida un mese fa, tra l’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij e l’oppositore incarcerato e rilasciato in uno scambio di prigionieri Vladimir Kara-Murza. Anche la Piattaforma per il dialogo con le forze democratiche russe istituita dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa è nata tra le divisioni, con i membri di Fbk che si sono tirati fuori per disaccordi. «Lottano tra di loro», dice un tale Oleg. «E invece dovrebbero lottare contro il regime».

Leggi i commenti