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Iran, Larijani minaccia: “Combatteremo a lungo”. Pugno duro nelle strade

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Il regime: “Non negozieremo con gli Usa”. Ronde dei pasdaran e intimidazioni sui cellulari per evitare nuove proteste
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Siamo pronti a «una guerra lunga» avverte Ali Larijani, l’uomo ora al centro della piramide del potere post-Khamenei, mentre una raffica di bombe israeliane e americane piove sull’Iran, vengono colpite caserme, basi della polizia, dei basij, ma anche un ospedale a Teheran, il Gandhi, e piazza Ferdowsi, in centro. Gli iraniani restano in casa storditi, in attesa, senza avere una visione chiara di cosa stia succedendo nel Paese e isolati perché le autorità hanno di nuovo bloccato internet.

Non ci sono sistemi di allarme che avvertano dei missili in arrivo, non ci sono rifugi. Il bilancio dei morti secondo la Mezzaluna rossa è già di oltre 500 vittime. Per l’ong Hengaw sono molti di più: 1.500, tra loro 200 civili. «Non negozieremo con gli Stati Uniti», insiste Larijani, scommettendo sul tempo e la difficoltà per Trump di sostenere il peso politico di una campagna militare prolungata. Una strategia ad alto rischio perché una guerra di attrito aerea lunga può alzare i costi del confl…

Siamo pronti a «una guerra lunga» avverte Ali Larijani, l’uomo ora al centro della piramide del potere post-Khamenei, mentre una raffica di bombe israeliane e americane piove sull’Iran, vengono colpite caserme, basi della polizia, dei basij, ma anche un ospedale a Teheran, il Gandhi, e piazza Ferdowsi, in centro. Gli iraniani restano in casa storditi, in attesa, senza avere una visione chiara di cosa stia succedendo nel Paese e isolati perché le autorità hanno di nuovo bloccato internet.

Non ci sono sistemi di allarme che avvertano dei missili in arrivo, non ci sono rifugi. Il bilancio dei morti secondo la Mezzaluna rossa è già di oltre 500 vittime. Per l’ong Hengaw sono molti di più: 1.500, tra loro 200 civili. «Non negozieremo con gli Stati Uniti», insiste Larijani, scommettendo sul tempo e la difficoltà per Trump di sostenere il peso politico di una campagna militare prolungata. Una strategia ad alto rischio perché una guerra di attrito aerea lunga può alzare i costi del conflitto per i Paesi della regione e per gli Stati Uniti, ma lascia l’Iran in ginocchio, con le infrastrutture civili e militari devastate e un’economia a pezzi, premesse per nuove rivolte popolari.

La possibilità di proteste interne viene considerata dall’apparato un terzo fronte di guerra. Sui telefoni di molti iraniani arrivano messaggi dell’intelligence che intimano ad astenersi da qualsiasi forma di manifestazione, «che sarà considerata come collaborazione con il nemico». Il governo spinge i suoi sostenitori a scendere in piazza, mentre basij e pasdaran presidiano le città. «Girano dappertutto in motocicletta. Siccome le caserme vengono bombardate, si sono posizionati nelle scuole e nelle moschee per non essere colpiti. La gente è sotto shock per i bombardamenti. Siamo ancora lontani dal momento in cui ci sentiremo sicuri di poter manifestare», racconta Asghar nei pochi minuti in cui riesce a connettersi da Teheran.

Il sistema cerca di colmare il vuoto di potere che si è aperto dopo la morte di Khamenei, ma deve farlo sotto il fuoco. L’assemblea degli esperti che dovrà scegliere la nuova Guida suprema non può riunirsi di persona, come prevede la costituzione: le strade sono interrotte e rischiose, le comunicazioni esposte a intercettazioni, gli 88 chierici nel mirino degli israeliani. Prime consultazioni si starebbero tenendo in forma scritta, da remoto.

La tensione è altissima intorno alle carceri dove sono detenuti anche migliaia di prigionieri politici, e nel nord curdo. «La situazione di Evin è pessima, ora è nelle mani delle forze del Nopo. Hanno chiuso completamente i cancelli e tutti i funzionari carcerari se ne sono andati. Ottenere cibo è diventato molto difficile e non c’è più un negozio in carcere», scrive nel pomeriggio di ieri la moglie dell’attivista Mostafa Mohammadhasan. Del Nopo fanno parte le unità antiterrorismo, forze speciali. In serata, l’esercito israeliano avverte i residenti nel quartiere del famigerato penitenziario di evacuare, in particolare l’area della sede della tv di Stato: «Nelle prossime ore, opereremo contro infrastrutture militari appartenenti al regime». Il Centro per i diritti umani in Iran, con base a New York, lancia un appello ai governi e alle organizzazioni internazionali affinché utilizzino tutti canali diplomatici «per fare pressione sulle autorità iraniane e ottenere il rilascio di tutti i prigionieri politici e detenuti che sono i più vulnerabili durante una guerra».

Nel nord ovest curdo, al confine con l’Iraq dove sono posizionati gruppi armati di opposizione, gli attacchi israeliani contro le basi dei Pasdaran sono particolarmente intensi. A Marivan, due ore di macchina dalla città irachena di Sulaymaniyah, aerei da combattimento hanno bombardato tutte le strutture militari e di intelligence. Anche a Sanandaj i raid sono su larga scala. A Piranshahr, al confine, roccaforte dell’opposizione, il comando di polizia è stato raso al suolo. La possibilità che Usa e Israele vogliano aprire un varco verso Teheran alle minoranze etniche armate è un quarto fronte per un regime sotto assedio da tutti i lati, e solo.

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