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E ora cosa può succedere in Iran? I quattro scenari del conflitto

Un missile caduto nei pressi dell'aeroporto di Qamishli, in Siria (reuters)

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L’offensiva, al suo quinto giorno, potrebbe durare settimane o mesi. Gli esperti del Regno Unito tracciano gli scenari che potrebbero arrivare: dall’invasione di terra alla guerra civile
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LONDRA – E ora che Donald Trump ha deciso di scatenare l’ennesima guerra in Iran, come potrebbe terminare questo nuovo conflitto? Siamo solo al quinto giorno di una offensiva che potrebbe durare settimane, se non mesi, come ha fatto intendere lo stesso presidente americano. Il quale però non ha ancora spiegato con chiarezza le vere ragioni dei raid su Teheran, se non con affermazioni contraddittorie, e Trump sinora non ha dimostrato di avere un piano, o una roadmap per il Paese. Nel frattempo, gli esperti nel Regno Unito, che con il premier Starmer ha sinora deciso di restare fuori dall'offensiva soprattutto per il fantasma della guerra in Iraq, stanno delineando gli scenari che potrebbero attenderci nel prossimo futuro.

Invasione di terra

Trump non l’ha esclusa e, come ha scritto Gideon Rachman sul Financial Times, un cambio di regime non è mai avvenuto soltanto con i bombardamenti. Figuriamoci in un Paese complesso ed enorme come l’Iran. Nelle ultime ore, diversi media (da Cnn …

LONDRA – E ora che Donald Trump ha deciso di scatenare l’ennesima guerra in Iran, come potrebbe terminare questo nuovo conflitto? Siamo solo al quinto giorno di una offensiva che potrebbe durare settimane, se non mesi, come ha fatto intendere lo stesso presidente americano. Il quale però non ha ancora spiegato con chiarezza le vere ragioni dei raid su Teheran, se non con affermazioni contraddittorie, e Trump sinora non ha dimostrato di avere un piano, o una roadmap per il Paese. Nel frattempo, gli esperti nel Regno Unito, che con il premier Starmer ha sinora deciso di restare fuori dall'offensiva soprattutto per il fantasma della guerra in Iraq, stanno delineando gli scenari che potrebbero attenderci nel prossimo futuro.

Invasione di terra

Trump non l’ha esclusa e, come ha scritto Gideon Rachman sul Financial Times, un cambio di regime non è mai avvenuto soltanto con i bombardamenti. Figuriamoci in un Paese complesso ed enorme come l’Iran. Nelle ultime ore, diversi media (da Cnn a Itv) hanno pubblicato le stesse indiscrezioni - dunque arrivate dalla stessa fonte: gli Stati Uniti e Israele starebbero cercando di fomentare un’insurrezione armata all’interno dell’Iran utilizzando combattenti curdi (storici alleati degli americani), cui sarebbero arrivati molti armamenti negli ultimi mesi dopo il primo attacco di Usa e Israele nel 2025.

“Dallo scorso anno”, riferiscono le fonti americane, "armi sono state introdotte clandestinamente nell’Iran occidentale destinate a migliaia di volontari curdi. Si prevede che possano avviare un’operazione terrestre entro pochi giorni”. Nelle ultime ore, attacchi americani e israeliani hanno colpito ripetutamente obiettivi di sicurezza nell’ovest del Paese, al fine di indebolirne le capacità e offrire le migliori possibilità di successo alla ribellione sul terreno. Fonti curde hanno riferito che alle forze americane e israeliane è stato chiesto di fornire copertura aerea al momento dell’avvio di qualsiasi operazione terrestre. Lo scorso weekend, Trump ha effettivamente parlato con leader curdi iraniani e iracheni con base nel nord dell’Iraq, come confermato dalla Casa Bianca.

Guerra civile e caos

Certo, l’Iran non è l’Iraq, che dopo l’invasione del 2003 si rivelò una polveriera etnica e settaria. Ha una maggioranza sciita e sebbene gruppi militanti sunniti abbiano compiuto attentati, non dispongono di un sostegno sufficiente per lacerare il Paese. A nord e ovest vi è una consistente popolazione curda. Esistono anche aree etnicamente arabe, in gran parte sciite ma in parte sunnite, così come una popolazione azera sciita. In ogni caso, movimenti separatisti delle minoranze iraniane farebbero affluire armi attraverso le frontiere lasciate scoperte dagli attacchi statunitensi e israeliani ai posti di confine.

Come ricorda il Guardian, gli azeri costituiscono la minoranza più numerosa del Paese, ma la seconda più grande — i curdi, tra il 5% e il 10% della popolazione — è storicamente la più organizzata e militante. Gruppi etno-nazionalisti hanno basi nel governo regionale del Kurdistan, nel nord dell’Iraq. Esistono inoltre diversi piccoli gruppi separatisti baluci, con una lunga storia di lotta contro il regime nella provincia sud-orientale del Sistan e Baluchistan, con alcune caratteristiche del jihadismo sunnita.

In un Iran postbellico che si disgrega lungo le frontiere, l’instabilità si diffonderebbe su base etnica, con gli stati vicini che cercherebbero di approfittare della debolezza iraniana. In questo scenario sempre più caotico, i 440 kg di uranio altamente arricchito diventerebbero un bottino da contendersi, potenzialmente con l’intenzione di rivenderli all’estero. Questo esito peggiore non è generalmente considerato il più probabile, ma non è affatto impossibile, nota il quotidiano inglese.

Cambio di regime e transizione

È uno scenario inseguito dagli americani, che contano molto sui sentimenti della popolazione, vedi gli iraniani insorti in tutto il paese lo scorso gennaio, scesi in strada e massacrati per aver cercato di rovesciare il regime e dunque sostituirlo con una democrazia filo-occidentale. Ora potrebbero tornare presto a manifestare.

Ma secondo gli analisti, questo pare lo scenario meno probabile. La storia suggerisce che quando le dittature crollano tendono a essere sostituite da un nuovo regime autoritario. Quando le transizioni avvengono attraverso la violenza, le possibilità di un esito democratico sono ancora minori. E quando lo strumento della transizione sono bombe sganciate dal cielo, la probabilità è minima. Inoltre, nota il Guardian, è molto improbabile che i pasdaran depongano le armi davanti a una popolazione ostile o a un governo monarchico in arrivo, sapendo che i suoi membri, dopo aver dominato il Paese per così tanto tempo, dovrebbero arrendersi.

In ogni caso, sembra già svanito l’endorsement a Reza Pahlavi, il figlio dello Scià Mohammad cacciato dalla rivoluzione islamica nel 1979. Ieri Trump lo ha definito “una brava persona, ma credo che come leader ci voglia qualcuno che sia già nel Paese, che viva lì…”. Insomma, Pahlavi sembra già bruciato come possibile leader filo-occidentale in un nuovo Iran, sebbene sia il leader dell’opposizione più conosciuto, perlomeno all’estero. Ma molti iraniani diffidano di lui e mettono in dubbio le sue credenziali democratiche, ricordando la brutalità della dittatura di suo padre.

Poi, come ricorda il Times, ci sono i Mojahedin-e-Khalq (Mek), noti in inglese come People’s Mojahedin Organisation of Iran, un altro gruppo che ha ottenuto ampio sostegno da politici occidentali, in particolare della destra. Il loro volto pubblico, Maryam Rajavi, con il suo velo islamico, talvolta appare più rappresentativa degli “iraniani comuni”, rispetto alle donne urbane liberali e occidentalizzate che partecipano ai raduni di Pahlavi.

Sopravvivenza del regime

Ma c’è un altro scenario plausibile. Come aggiunge il Times, è possibile che, a un certo punto, "Trump e Netanyahu possano alla fine fermare i bombardamenti, dichiarando che la distruzione del programma nucleare, delle basi missilistiche, di gran parte della gerarchia militare e della leadership clericale rappresenti una vittoria”.

Nel frattempo, potrebbe essere vicina la nomina del successore della guida suprema Ali Khamenei, ucciso dai raid di Usa e Israele: secondo indiscrezioni, potrebbe essere suo figlio Mojtaba Khamenei, 57 anni, secondogenito e figlio prediletto dell'ayatollah, cresciuto nel deep state iraniano legato all’ala più dura dei pasdaran (i “guardiani della rivoluzione”) e degli apparati di sicurezza e repressione.

Sarebbe una scelta in continuità con il passato, che al momento smentirebbe un cambio di regime e che assomiglia, per certi versi, a quanto accaduto in Venezuela nei mesi scorsi. Dove le truppe americane hanno sì catturato e arrestato il leader Nicolás Maduro, ma lo status quo interno è sostanzialmente rimasto integro e il Paese non è di certo diventato una democrazia. Con la vicepresidente Delcy Rodríguez che ha assunto il potere, promettendo di essere molto più cooperativa con Washington, soprattutto sullo sfruttamento del petrolio.

In uno scenario simile in Iran - seppur sia al momento un’ipotesi remota - nuovi colloqui con l’amministrazione Trump potrebbero portare a un compromesso accettabile per entrambe le parti, pur di porre fine alla guerra. Gli Stati Uniti interromperebbero i bombardamenti e la destabilizzazione, ottenendo concessioni petrolifere e lasciando a Israele il ruolo di bombardare qualora ritenesse che la nuova leadership di Teheran si discosti dagli impegni assunti, soprattutto per quanto riguarda il programma nucleare. Mentre al regime iraniano sarebbe consentito di sopravvivere, con mano libera per continuare la repressione del dissenso.

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