Per la geografia degli uomini il più grande campo di gas al mondo ha due nomi e due bandiere diverse: il Qatar, che ne controlla una parte, lo chiama North Dome, l’Iran, che ne sfrutta l’altra, South Pars. Per la geologia delle placche però sotto le acque del Golfo Persico c’è un unico sconfinato giacimento di metano, 50mila miliardi di metri cubi, che da solo vale quanto tutte le altre maggiori riserve della terra messe insieme. Ecco perché l’attacco che ieri Israele ha portato agli impianti di estrazione sul lato iraniano, quelli che riscaldano e tengono acceso il Paese, e la ritorsione di Teheran contro le infrastrutture qatarine dall’altro lato, quelle che alimentano il mondo, rappresenta una nuova escalation della guerra in Medio Oriente. Compromettere la produzione di quel bacino, e più ampiamente del Golfo, può trasformare uno shock energetico temporaneo in crisi strutturale e duratura.
I prezzi di gas e petrolio, ieri di nuovo schizzati all’insù, testimoniano il salto di …
Per la geografia degli uomini il più grande campo di gas al mondo ha due nomi e due bandiere diverse: il Qatar, che ne controlla una parte, lo chiama North Dome, l’Iran, che ne sfrutta l’altra, South Pars. Per la geologia delle placche però sotto le acque del Golfo Persico c’è un unico sconfinato giacimento di metano, 50mila miliardi di metri cubi, che da solo vale quanto tutte le altre maggiori riserve della terra messe insieme. Ecco perché l’attacco che ieri Israele ha portato agli impianti di estrazione sul lato iraniano, quelli che riscaldano e tengono acceso il Paese, e la ritorsione di Teheran contro le infrastrutture qatarine dall’altro lato, quelle che alimentano il mondo, rappresenta una nuova escalation della guerra in Medio Oriente. Compromettere la produzione di quel bacino, e più ampiamente del Golfo, può trasformare uno shock energetico temporaneo in crisi strutturale e duratura.
I prezzi di gas e petrolio, ieri di nuovo schizzati all’insù, testimoniano il salto di livello. Da qualche giorno si erano stabilizzati su livelli alti ma non altissimi, trattenuti dall’ipotesi che il conflitto si risolva in tempi brevi, che le navi cariche di petrolio e gas tornino a transitare attraverso Hormuz e che l’impennata dei prezzi si riassorba prima di tradursi in inflazione e recessione. Questa ipotesi però è basata sul presupposto, ora assai più fragile, che nel frattempo la capacità di estrarre idrocarburi dei Paesi del Golfo non venga danneggiata, pronta a riaccendersi, pompare ed esportare non appena le armi taceranno.
Un conto è chiudere uno Stretto o colpire qualche deposito o raffineria, come era stato finora, tutt’altro distruggere gli impianti di estrazione. Bombardare quelli iraniani per Israele ha un obiettivo chiaro, spiega Matteo Villa, analista dell’Ispi, cioè «mettere in ginocchio il regime dal punto di vista energetico». L’Iran estrae quasi tutto il suo gas da South Pars, circa 56 milioni di metri cubi al giorno, e lo usa tutto per alimentare i consumi interni, produrre l’elettricità, riscaldare le case, alimentare le industrie, pompare fuori dalla terra il petrolio. Ma questo significa anche spingere un regime che finora ha “limitato” la rappresaglia sui Paesi vicini a raffinerie e terminali di esportazione a reagire occhio per occhio, deviando droni e missili verso gli impianti di estrazione e liquefazione, con il dirimpettaio Qatar come primo bersaglio. Anche per l’emirato le gigantesche riserve di North Dome sono la prima fonte di gas, mezzo miliardo di metri cubi al giorno, ma la differenza è che anziché essere consumato in casa questo viene reso liquido nel terminale di Ras Laffan e poi spedito all’estero. Prima di essere spenta per il conflitto, la sua produzione valeva il 20% delle esportazioni globali, gran parte venduta alle potenze d’Asia, solo un decimo in Europa, ma comunque decisiva per equilibrio e prezzi del nostro mercato.
«Abbiamo superato una linea rossa decisiva – dice Seb Kennedy, fondatore della piattaforma di analisi Energy Flux – adesso ogni infrastruttura del Golfo è un obiettivo possibile e l’idea che la produzione del Qatar torni a livelli pre-guerra nel corso dell’anno sta diventando una fantasia». Ma perché allora i prezzi restano ancora lontani dai livelli record toccati dopo l’invasione russa dell’Ucraina? I mercati continuano, nonostante tutto, a credere la crisi passeggera? «Il mondo sta ancora interpretando un attacco al più grande campo di gas con analogie storiche non più attuali», spiega Kennedy. Il fatto che gli ultimi di carichi di gas del Qatar siano in viaggio via mare coltiva secondo lui l’illusione «che l’acqua ancora scorra, quando in realtà il rubinetto si è già chiuso, e quando questo si mostrerà sui mercati vedremo ben altri movimenti di prezzi».
Che Asia ed Europa siano le aree più esposte, vista la dipendenza dalle importazioni di idrocarburi, lo si ripete da settimane. Ogni aumento del greggio del dieci per cento costerebbe all’Unione da due a quattro decimi di inflazione extra, a seconda delle stime, e da uno a due decimi di crescita. Non è detto che lo scenario peggiore – una crisi energetica strutturale – si materializzi, neanche dopo ieri. Finora Israele ha colpito impianti iraniani sulla terra ferma, non quelli offshore più vicini alle acque del Qatar, e l’entità dei danni non è chiara: «Bisogna capire se l’offensiva andrà avanti – dice Villa di Ispi – come reagirà l’Iran, se i Paesi del Golfo faranno pressione sulla Casa Bianca, e fino a che punto Stati Uniti e Israele sono coordinati, tutto questo è nebbia di guerra». Anche i mercati però, guardando i contratti a lunga scadenza, cominciano a pensare che per ritrovare una normalità serviranno mesi: «Anche ammesso che l’escalation si fermi qui, avremo una coda lunga da riassorbire».