L’altro giorno Sayeh è andata al parco con suo figlio Kian, che ha cinque anni, un amichetto e la madre. «I bambini hanno giocato, correvano, quasi non ci credevo. Abbiamo mangiato un gelato e siamo tornati a casa». Intorno Teheran era silenziosa e vuota. «Siamo circondati da tiranni: il regime, gli Stati Uniti e Israele. Ma se devo scegliere, sto dalla parte del mio Paese».
Sayeh è una giornalista nota, ma questo non è il suo vero nome: le minacce interne e di quelli che lei chiama “gli estremisti della diaspora” sono troppo pressanti per mettersi a rischio rivelando la sua identità. Ci scriviamo nelle sere in cui la connessione regge. La capitale è sotto il fuoco. Gli iraniani, dice Sayeh, contano solo quando muoiono. Quelli uccisi dal regime diventano «materia per ottenere punti all’Onu» per qualche «attivista all’estero». Di quelli ammazzati dalle bombe americane neppure si sa: «Per il governo restiamo solo una statistica». La guerra ha reso tutto più oscuro, indecifrabile. G…
L’altro giorno Sayeh è andata al parco con suo figlio Kian, che ha cinque anni, un amichetto e la madre. «I bambini hanno giocato, correvano, quasi non ci credevo. Abbiamo mangiato un gelato e siamo tornati a casa». Intorno Teheran era silenziosa e vuota. «Siamo circondati da tiranni: il regime, gli Stati Uniti e Israele. Ma se devo scegliere, sto dalla parte del mio Paese».
Sayeh è una giornalista nota, ma questo non è il suo vero nome: le minacce interne e di quelli che lei chiama “gli estremisti della diaspora” sono troppo pressanti per mettersi a rischio rivelando la sua identità. Ci scriviamo nelle sere in cui la connessione regge. La capitale è sotto il fuoco. Gli iraniani, dice Sayeh, contano solo quando muoiono. Quelli uccisi dal regime diventano «materia per ottenere punti all’Onu» per qualche «attivista all’estero». Di quelli ammazzati dalle bombe americane neppure si sa: «Per il governo restiamo solo una statistica». La guerra ha reso tutto più oscuro, indecifrabile. Gli iraniani adesso non sanno chi davvero prenda le decisioni. «Nessuno si preoccupa di spiegarci perché il leader del Paese mandi messaggi scritti, chi governa». Ma è evidente che il potere sia in mano ai militari.
«È indubbio che i pasdaran hanno infranto l’illusione di Trump di una guerra di breve durata. Non ci sono segnali che il sistema stia collassando. Non mancano i beni di prima necessità. Le infrastrutture funzionano. C’è coordinamento tra l’esercito e le Guardie Rivoluzionarie. Ai feriti e ai disabili in vengono forniti servizi. Questo è un segno di controllo nella gestione del Paese». Sayeh era bambina durante la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, allora sostenuto da tutto l’Occidente. Come molti iraniani della sua generazione si è formata tra mutilati, feriti ed esplosioni. «Netanyahu ha trascinato Trump in un conflitto di cui nessuno conosce le ragioni. E Trump ha gettato l’Iran e il Medio Oriente nel caos fin dal primo giorno del suo primo mandato. Avevamo appena firmato un accordo importante come il Jcpoa, gli Stati Uniti l’hanno violato, e ci siamo ritrovati circondati da estremisti, interni ed esterni. Un assedio che continua ancora oggi».
L’Iran di Sayeh è quello del ceto medio riflessivo che produce cinema, anima sindacati e organizzazioni della società civile, che lavora nei giornali, fa arte sfidando costantemente la censura e la repressione ma che oggi è in buona parte schierato contro la guerra. La lezione dell’Afghanistan è scolpita nella memoria: 20 anni «per sostituire i talebani con i talebani. Con il movimento Donna, vita e libertà le iraniane sono riuscite vestirsi come preferivano. Abbiamo conquistato le strade, le aziende private e i parchi, e lentamente gli uffici governativi. Questo mentre nelle scuole femminili cambiava la sensibilità sul velo, sui capelli, sul trucco», racconta Sayeh. Il famoso sociologo iraniano, Asef Bayat, lo chiama “il progresso silenzioso”: portare la propria vita quotidiana, che per il governo è illegale, nello spazio pubblico, rivendicandolo come spazio politico. «Con la militarizzazione dell’Iran, la Repubblica islamica, un regime che ha perso la sua guida ideologica ma che sopravviverà, accetterà il nostro “progresso silenzioso”? O i nostri sforzi civili saranno vanificati?».
La guerra, in Medio Oriente, non ha portato democrazia. «La diaspora iraniana che ha sostenuto l’attacco dimentica che qui la vita è diversa dall’Europa. Stavamo conquistando i nostri diritti passo dopo passo e improvvisamente siamo stati travolti dalle terribili ondate della guerra». A gennaio, le forze di sicurezza hanno ucciso migliaia di persone, ma «questo non significa che io debba chiudere un occhio sulla strage delle bambine nella scuola di Minab». Questo è il tempo della guerra, e nelle persone come Seyah prevale il dovere di difendere la nazione. Ma quando il conflitto sarà finito, toccherà di nuovo agli iraniani rimettere insieme i pezzi e «a coloro che sono stati oppressi da questo regime riprendersi i propri diritti».