✕

Un salvagente a stelle e strisce: Orbán si aggrappa a Vance

(reuters)

Ascolta l'audio

Kermesse all’americana per Fidesz, che domenica rischia la sconfitta alle urne. E tra inni e bandiere arriva la telefonata di Donald
3 minuti di lettura

BUDAPEST – Budapest tira ormai aria da basso impero. Persino il comizio più atteso si è trasformato in un inchino disperato a Donald Trump e all’America più pacchiana. Nel palazzetto dello sport MTK i quattromila attivisti selezionatissimi sventolano freneticamente bandierine ungheresi e americane. Un motociclista ostenta una giacca di pelle con i ritratti di Trump e Orbán. L’appuntamento elettorale più importante dell’autocrate magiaro in bilico è una brutta copia delle Convention dei Maga. Prima dell’ingresso dell’ospite d’onore, il vicepresidente americano JD Vance, c’è persino la mezzosoprano cotonata di rito che canta gli inni su arrangiamenti da banda di paese. Puro congresso a stelle e strisce.

Ma gli irriducibili sono sordi e ciechi, sedicenti patrioti. «Orbán è il più geniale di tutti, ha reso di nuovo grande l’Ungheria, parla con Xi Jinping, Putin, Trump. Solo con Bruxelles non riesce a parlare», esclama Peter, 62 anni, ex perito elettronico, elettore orbaniano della prima …

BUDAPEST – Budapest tira ormai aria da basso impero. Persino il comizio più atteso si è trasformato in un inchino disperato a Donald Trump e all’America più pacchiana. Nel palazzetto dello sport MTK i quattromila attivisti selezionatissimi sventolano freneticamente bandierine ungheresi e americane. Un motociclista ostenta una giacca di pelle con i ritratti di Trump e Orbán. L’appuntamento elettorale più importante dell’autocrate magiaro in bilico è una brutta copia delle Convention dei Maga. Prima dell’ingresso dell’ospite d’onore, il vicepresidente americano JD Vance, c’è persino la mezzosoprano cotonata di rito che canta gli inni su arrangiamenti da banda di paese. Puro congresso a stelle e strisce.

Ma gli irriducibili sono sordi e ciechi, sedicenti patrioti. «Orbán è il più geniale di tutti, ha reso di nuovo grande l’Ungheria, parla con Xi Jinping, Putin, Trump. Solo con Bruxelles non riesce a parlare», esclama Peter, 62 anni, ex perito elettronico, elettore orbaniano della prima ora. Sua moglie Elisabeth ci mostra orgogliosa la bandiera americana ma parla solo ungherese. «Le piace Meloni?», mi chiede, e il marito traduce. «E Ilaria Salis?». Ride.

Ma davvero Vance può risollevare le sorti di Orbán, aiutarlo a risalire nei sondaggi che a cinque giorni dal voto lo danno una quindicina di punti dietro al suo rivale Peter Magyar? Quando sale sul palco, sorridente, il vicepresidente americano compulsa il telefono. Fa cilecca - “l’utente non è raggiungibile” - poi ritenta. La voce inconfondibile di Donald Trump riecheggia nel palazzetto, accolta da un boato. Non si sente nulla, poi, per la milionesima volta, i mantra del capo della Casa Bianca: «Sono un grande fan di Viktor, sono totalmente con lui. Gli Stati Uniti sono totalmente con lui. Ha fatto il suo lavoro, ha impedito un’invasione» - quella dei migranti, ovviamente. E torna in mente la presunta “sostituzione etnica” ordita da George Soros, la teoria complottista che Orbán, l’avanguardista delle “democrazie illiberali” aveva già cominciato a diffondere già un decennio fa, prima di Trump, di Le Pen, di Meloni. E nessuno sembra fare caso al fatto che sono passate poche ore dal proclama più violento di Trump, la promessa del presidente americano di cancellare una civiltà millenaria, quella persiana. Tant’è.

La giornata di Vance a Budapest, la ciambella che i Maga stanno tentando di buttare al collo di Orbán, è tutta all’insegna delle parole d’ordine tipiche dei sovranisti sulle due coste dell’Atlantico. Parlano all’unisono di lotta al globalismo e alla cultura woke, di protezione dei valori tradizionali. E prima del palazzetto dello sport, Vance si è concesso ai giornalisti ed è tornato a tuonare contro «i burocrati di Bruxelles» che «rovinano l’economia ungherese e la vogliono rendere meno indipendente», che «hanno fatto un enorme errore» a tagliare il gas russo e che «si immischiano nelle elezioni» - proprio nelle stesse ore in cui il falco dell’amministrazione Trump si è rifiutato di incontrare il rivale del premier, Peter Magyar, e ostenta un tifo sfegatato per il “Diktator”, come lo chiamò una volta l’ex presidente della Commissione europea Juncker. Anzi, Vance non fa mistero della sua missione a Budapest: «Sono qui per aiutare il premier più che posso».

Al palazzetto nessuno sembra scosso dall’ultimo, devastante scoop su Orbán: la notizia rivelata da Bloomberg di una telefonata dello scorso ottobre tra l’autocrate e Vladimir Putin dai toni inequivocabili. C’era una volta un topolino che fu graziato da un leone, e quando il leone finì in una rete, il topolino lo salvò: Orbán ricordò a Putin la favola di Esopo e si paragonò al topolino e attribuì al capo del Cremlino il ruolo del leone. Putin rise, compiaciuto. E poi - erano i giorni in cui Mosca aveva avanzato l’ipotesi di organizzare un eventuale summit sulla guerra in Ucraina a Budapest - il premier ungherese mollò ogni freno con il capo del Cremlino: «La nostra amicizia è arrivata a livelli tali che posso aiutarti in qualsiasi modo. Qualsiasi cosa ti serva, sono al tuo servizio».

Mate, 43 anni, tre figli e un incarico di partito a Solt, un piccolo villaggio sul Danubio, è membro di Fidesz da sempre ma lo ammette, prima che Orbán salga sul palco: «Non so quanto Trump e Vance ci aiuteranno. La guerra in Iran è una guerra fatta per gli affari o per far fuori il programma nucleare, ok. Ma la gente qui è molto arrabbiata per l’economia che va male, per il prezzo del petrolio che sale, per l’inflazione che sta alzando di nuovo la testa». In Ungheria, quattro anni fa, l’andamento dei prezzi al consumo ha toccato un picco del 25%, e per anni l’inflazione è rimasta in media sopra al 4%. Mate si gira verso il palco: ha cominciato a parlare Orbán. L’autocrate vagheggia una nuova stagione di guerra al globalismo, ringrazia Trump per i dazi che hanno devastato l’economia globale, «grazie per il patriottismo economico», urla. Poi ruggisce: «Basta con il suicidio energetico dell’Europa». Soprattutto, promette che «questo sarà il secolo dell’Ungheria». Ma a quel punto Mate scuote impercettibilmente la testa. Forse il sintomo che lo stregone del Danubio ha smesso di incantare persino i suoi.

Leggi i commenti