LONDRA – La buona notizia è che nella notte non è scomparsa una “civiltà”, come aveva minacciato Donald Trump, ed è iniziato un sia pur fragile cessate il fuoco, condizionato alla riapertura dello stretto di Hormuz. La cattiva notizia è che le posizioni fra le due parti restano lontanissime: il negoziato che dovrebbe cominciare venerdì a Islamabad si annuncia estremamente difficile. È vero che Stati Uniti e Iran hanno entrambi interesse a non riprendere la guerra: Washington perché non sembra avere un progetto coerente per il dopoguerra, Teheran per evitare danni ancora maggiori.
Ma sia Trump che il regime degli ayatollah vogliono poter cantare vittoria al raggiungimento di un eventuale accordo di pace e non è chiaro se la diplomazia, con la mediazione del Pakistan e le pressioni della Cina, riuscirà a elaborare un compromesso in grado di permettere all’uno e all’altro belligerante di uscirne salvando la faccia. Sarebbe il momento per l’Europa di provare a dare una mano.
Le due versioni sul nucleare
Sul negoziato cala il rebus del piano in 10 punti pubblicato dall’Iran in concomitanza con il sospirato annuncio della tregua di due settimane. In realtà, è molto simile ai 10 punti che Teheran aveva già presentato ai mediatori pakistani in risposta al piano in 15 punti per una soluzione del conflitto presentato dalla Casa Bianca.
Con in più, secondo alcune agenzie di stampa, un piccolo giallo: la versione in farsi contiene al punto 3 il riferimento a una “accettazione” americana della possibilità per l’Iran di arricchire l’uranio per il suo programma nucleare, mentre la versione in inglese è più vaga. Come che sia, Teheran ha fatto una concessione: finora rifiutava un cessate il fuoco temporaneo che non contenesse l’impegno americano e israeliano a non riprendere la guerra, invece lo ha accettato.
Cosa dicono Usa e Iran
La Casa Bianca afferma di avere accettato di “sospendere i bombardamenti e gli attacchi all’Iran per un periodo di due settimane”, se Teheran accetta di riaprire lo stretto di Hormuz al traffico delle petroliere e delle navi cargo che trasportano altre esportazioni dai Paesi del Golfo Persico al resto del mondo. Con un post sul social Truth, Trump aggiunge di avere acconsentito al cessate il fuoco provvisorio perché “abbiamo già realizzato ed ecceduto tutti gli obiettivi militari”.
Da parte sua l’Iran ha reso noto che permetterà la navigazione nello stretto di Hormuz per due settimane, con il passaggio delle navi commerciali internazionali sotto la supervisione militare di Teheran. Al tempo stesso, il regime degli ayatollah ha pubblicato un piano in 10 punti che richiede la fine delle ostilità in tutta la regione l’abolizione di tutte le sanzioni occidentali, l’indennizzo per tutti i danni sofferti durante la guerra e per i costi di ricostruzione delle strutture distrutte.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi ha dichiarato che Washington accetta "il quadro generale" del piano in 10 punti di Teheran, ma Trump lo descrive come "una base su cui negoziare". Il governo iraniano rinnova inoltre il suo “pieno impegno a non possedere armi nucleari”: ma questo lo ha sempre detto, anche prima della guerra, e Israele e Usa non gli hanno mai creduto. Il Pakistan nota che il cessate il fuoco ha effetto immediato.
Cosa dice Israele
Israele osserva che rispetterà il cessate il fuoco di due settimane in Iran “condizionato alla riapertura dello stretto di Hormuz”, ma che la tregua “non include il Libano”, dove continuano le sue operazioni militari contro Hezbollah, la milizia filoiraniana che controlla il sud del Paese, da dove ha attaccato ripetutamente lo Stato ebraico. Non è noto quanto il primo ministro Benjamin Netanyahu sia stato coinvolto nella decisione di Trump di accettare un cessate il fuoco. Stamani il New York Times rivela il ruolo chiave giocato dal premier israeliano nel convincere il presidente americano a entrare in guerra contro Teheran, promettendo la decapitazione degli ayatollah, nuove proteste di massa nelle strade con l’aiuto del Mossad e un cambio di regime: ipotesi definite “farsesche” dal direttore della Cia, l’agenzia di spionaggio Usa. Soltanto il vicepresidente Vance, fra gli stretti consiglieri di Trump, si è opposto sino alla fine al piano israeliano, ma poi avrebbe detto al presidente: “Non sono d’accordo, ma lo appoggerò”.
Gli ostacoli ai 10 punti
Ecco cosa afferma il piano in 10 punti iraniano pubblicato da Teheran insieme all’accettazione del cessate il fuoco e quali ostacoli comporta.
1. Gli Stati Uniti devono impegnarsi in modo fondamentale a garantire la non aggressione
Un accordo su questo punto è condizionato alla navigabilità dello stretto di Hormuz, alla rinuncia al programma nucleare iraniano e alla fine del sostegno di Teheran alle forze filoiraniane in Medio Oriente, ovvero Hamas a Gaza, gli Hezbollah in Libano e gli Houti nello Yemen: tre richieste giudicate fondamentali da Washington (e da Gerusalemme) ma difficilmente accettbili per l’Iran.
2. Mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz
Teoricamente questo è un dato di fatto imposto dalla geografia, ma anche per questo valgono le tre condizioni suddette.
3. Accettazione della possibilità per l’Iran di arricchire l’uranio per il suo programma nucleare
Il punto più complicato: quali che siano gli scopi, civili o militari, gli Stati Uniti non solo vogliono che l’arricchimento dell’uranio sia interrotto, ma esigono che l’Iran consegni i circa 400 chilogrammi di uranio arricchito che già possiede e rinunci definitivamente al programma nucleare.
4. Revoca di tutte le sanzioni primarie contro l’Iran
Tecnicamente possibile: le sanzioni potrebbero essere gradualmente revocate, ma solo se l’Iran accettasse le tre condizioni su stretto di Hormuz, uranio e milizie filoiraniane.
5. Revoca di tutte le sanzioni secondarie contro entità straniere che intrattengono rapporti commerciali con istituzioni iraniane
Valgono gli stessi argomenti del punto precedente.
6. Abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro l’Iran
Improbabile che le risoluzioni vengano abrogate, possibile che vengano integrate e sostituite da una nuova risoluzione. La maggior parte delle risoluzioni contro l’Iran, peraltro, sono state bloccate dal veto di Russia e Cina; e quelle contro Israele o l’America sono state bloccate dal veto degli Stati Uniti e di Francia e Regno Unito, loro alleati nel Consiglio di Sicurezza.
7. Abrogazione di tutte le risoluzioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) sul programma nucleare iraniano
Valgono gli stessi argomenti del punto precedente.
8. Risarcimento all’Iran per i danni di guerra
Difficile che l’America, già esposta a costi esorbitanti per le spese militari di questa guerra, accetti di risarcire l’Iran per i danni sofferti e per la ricostruzione. D’altro canto, anche i Paesi del Golfo e Israele potrebbero chiedere all’Iran un risarcimento per i danni subiti nel conflitto, senza contare i danni al commercio e all’economia internazionale provocati dalla chiusura dello stretto di Hormuz e dal rialzo del prezzo del petrolio.
9. Ritiro delle forze combattenti statunitensi dalla regione
Dipende da cosa si intende per “regione”: il ritiro dai cieli iraniani sarebbe parte di qualunque accordo di pace a lungo termine, ma Washington non accetterebbe certo di smantellare le basi americane dai Paesi del Golfo e del Medio Oriente suoi alleati da decenni.
10. Cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il conflitto tra Israele e Hezbollah in Libano
Per il momento Israele ribadisce che il conflitto con Hezbollah in Libano prosegue. In teoria non è escluso che nell’arco delle prossime settimane, se nel negoziato venisse raggiunto un accordo, finiscano anche le operazioni militar israeliane nel Libano meridionale. Ma su questa eventualità pesa la fine del sostegno di Teheran agli Hezbollah, che appare assai dubbio. Intanto, entro venerdì Hamas dovrebbe rispondere alla richiesta di consegnare le armi e smilitarizzarsi, scadenza indicata negli ultimi round di negoziati dal “Board for Peace” creato da Trump.
Il cambio di regime
Secondo la Bbc e altri commentatori internazionali, nel breve termine Trump ha ottenuto una parziale vittoria politica: con la sua apocalittica minaccia di distruggere l’Iran in una notte, ha convinto Teheran a un cessate il fuoco temporaneo. Ma è per adesso soltanto una tregua, non una soluzione definitiva. I costi a lungo termine delle azioni e delle parole del presidente americano restano da vedersi e rischiano di avere alterato il modo in cui il resto del mondo vede gli Stati Uniti, almeno finché ci sarà lui alla Casa Bianca. Le rivelazioni del New York Times sulla dinamica che ha portato alla guerra indicano che Netanyahu aveva presentato a Trump la possibilità di un cambio di regime in Iran come un obiettivo raggiungibile in breve tempo, ma per ora di cambio di regime non si parla più. È presto, insomma, per dire chi ha vinto e chi ha perso nell’accordo di questa notte. Per il momento hanno vinto soltanto i civili di tutto il Medio Oriente sulla cui testa, per due settimane, non cadranno più missili e droni.