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Israele, negoziati diretti con il Libano negli Usa. Trump: “Basta missili”

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Pressione della Casa Bianca su Netanyahu che accetta di trattare. Ma i raid dell’Idf continuano. Teheran: “Il tempo sta per scadere”
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GERUSALEMME – Il massacro di Beirut diventa più grave e atroce: i morti sotto le bombe israeliane poche ore dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco sono «almeno 304», secondo il ministero della Salute libanese. E mentre la Difesa israeliana annuncia di avere ucciso «200 miliziani di Hezbollah», i giornalisti sul campo e i social inondano la rete di notizie e immagini strazianti. Intere famiglie spazzate via come quella di Hussein Saleh; la strage di bambini, e di uomini e donne attivi nella società civile; di medici e professionisti, di studentesse come Taleen e Yasmeen: una Spoon River lancinante.

Il Libano è ora il fulcro attorno al quale traballa l’intera architettura del cessate il fuoco e dei negoziati di pace domani a Islamabad. Netanyahu ha annunciato l’avvio di negoziati diretti con Beirut «al più presto», mentre Londra e Parigi chiedono che il Paese dei cedri rientri nel cessate il fuoco, e Beirut insiste che senza tregua i colloqui non partono. La questione libane…

GERUSALEMME – Il massacro di Beirut diventa più grave e atroce: i morti sotto le bombe israeliane poche ore dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco sono «almeno 304», secondo il ministero della Salute libanese. E mentre la Difesa israeliana annuncia di avere ucciso «200 miliziani di Hezbollah», i giornalisti sul campo e i social inondano la rete di notizie e immagini strazianti. Intere famiglie spazzate via come quella di Hussein Saleh; la strage di bambini, e di uomini e donne attivi nella società civile; di medici e professionisti, di studentesse come Taleen e Yasmeen: una Spoon River lancinante.

Il Libano è ora il fulcro attorno al quale traballa l’intera architettura del cessate il fuoco e dei negoziati di pace domani a Islamabad. Netanyahu ha annunciato l’avvio di negoziati diretti con Beirut «al più presto», mentre Londra e Parigi chiedono che il Paese dei cedri rientri nel cessate il fuoco, e Beirut insiste che senza tregua i colloqui non partono. La questione libanese sarà affrontata in un negoziato a parte: di fronte all’indignazione internazionale e a forti pressioni, il premier Netanyahu ha accettato di aprire il dialogo diretto con Beirut. È in agenda per «la prossima settimana». Ma non significa, ha subito puntualizzato il ministro della Difesa Katz, che Israele posi le armi in Libano, dove ieri ha ordinato evacuazioni e colpito obiettivi.

Già prima di sferrare l’attacco, mercoledì, Netanyahu aveva detto che il Libano non è compreso nel cessate il fuoco. La Casa Bianca non lo ha smentito. Al contrario, il primo ministro pakistano Sharif che ha brokerato l’accordo, e il regime iraniano che lo ha sottoscritto, hanno sostenuto l’opposto: «Il Libano e l’intero Asse della Resistenza, come alleati dell’Iran, costituiscono parte integrante del cessate il fuoco, punto 1 della proposta in 10 punti», ha detto il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha telefonato al collega iraniano Araghchi dicendo che la tregua deve valere anche per il Libano, stessa posizione sostenuta da Turchia ed Egitto. «Vista la gravità della situazione anche alla luce di quanto accade in Cisgiordania, non possiamo escludere che si riapra il dibattito sulla sospensione dell’accordo» di cooperazione con Israele, ha detto ieri ministero degli Esteri francese. Anche la Gran Bretagna preme: chiede che il Libano sia incluso nel cessate il fuoco.

La decisione israeliana di forzare l’interpretazione dell’accordo escludendo il Libano e attaccandolo in modo devastante ha riportato il confronto sull’orlo di un’escalation. «Se gli Stati Uniti desiderano mandare in rovina la propria economia permettendo a Netanyahu di uccidere la diplomazia, sarà la loro scelta. Sarebbe stupido, ma siamo preparati», dice Araghchi. L’incontro a Islamabad rischia di saltare. «I negoziati non hanno senso dopo le violazioni della tregua», avverte Ghalibaf, che sabato dovrebbe guidare la delegazione iraniana. Teheran rimette in discussione il passaggio a Hormuz: nelle prime 24 ore del cessate il fuoco, solo una petroliera e 5 portarinfuse hanno attraversato lo stretto. «Il dito resta sul grilletto. L’Iran non abbandonerà mai le sorelle e i fratelli libanesi», dice Pezeshkian.

Ore difficili. Telefonate roventi tra i continenti. La premier Meloni chiama Sharif elogiando il ruolo diplomatico del Pakistan. Il cancelliere tedesco Merz mette in guardia sul pericolo che l’escalation faccia fallire il dialogo in Pakistan. Si cammina sul filo. La Casa Bianca interviene parlando con Netanyahu, lascia intendere che sia pronto ad «alleggerire». «Continueremo a colpire Hezbollah con forza e determinazione», aveva scritto Netanyahu a metà giornata, ma la svolta era dietro l’angolo.

Il premier israeliano rispolvera a sorpresa il negoziato diretto con il Libano, accettando l’offerta che il suo governo aveva ricevuto e respinto il mese scorso da Beirut: «Ho incaricato il governo di avviare al più presto negoziati diretti con il Libano. Si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche tra Israele e Libano». Il primo incontro dovrebbe tenersi la prossima settimana a Washington, a livello di ambasciatori. In serata, infine, arriva anche un messaggio attribuito alla Guida suprema Mojtaba Khamenei: promette che l’Iran «non lascerà impuniti» gli aggressori e otterrà «un risarcimento per ogni danno inflitto» e «un indennizzo» per le vittime. Parole che sembravano riferirsi al negoziato. Il capo del Parlamento Ghalibaf però avverte Israele sul Libano: «Il tempo sta per scadere».

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