SULISAP (UNGHERIA) – Alle otto e mezza di mattina tira ancora un vento freddo. Nel parcheggio della piazza del Comune di Sülysáp centinaia di persone sono già riunite intorno a un pick up con un panchetto sul retro. Hanno capito che Peter Magyar parlerà da lì, sventolano bandiere ungheresi mentre i volontari con le pettorine bianche distribuiscono cartelli con lo slogan “Ora o mai più”. La coreografia impeccabile del Peter-Magyar-show è rodata, lo sfidante del premier Viktor Orbán arriva un’ora dopo per il primo di cinque comizi programmati fino a sera e sale sul palchetto improvvisato gridando «Ecco l’unità nazionale!». Il tema della polarizzazione indotta e alimentata da Orbán in 16 anni di autocrazia è enorme. L’imperativo amico/nemico teorizzato già dal giurista più importante del nazismo, Carl Schmitt, è stato interiorizzato da ogni aspirante dittatore da un secolo a questa parte. E Magyar, che secondo i sondaggi raccoglie soltanto un 11% di elettori conservatori, il resto sono l…
SULISAP (UNGHERIA) – Alle otto e mezza di mattina tira ancora un vento freddo. Nel parcheggio della piazza del Comune di Sülysáp centinaia di persone sono già riunite intorno a un pick up con un panchetto sul retro. Hanno capito che Peter Magyar parlerà da lì, sventolano bandiere ungheresi mentre i volontari con le pettorine bianche distribuiscono cartelli con lo slogan “Ora o mai più”. La coreografia impeccabile del Peter-Magyar-show è rodata, lo sfidante del premier Viktor Orbán arriva un’ora dopo per il primo di cinque comizi programmati fino a sera e sale sul palchetto improvvisato gridando «Ecco l’unità nazionale!». Il tema della polarizzazione indotta e alimentata da Orbán in 16 anni di autocrazia è enorme. L’imperativo amico/nemico teorizzato già dal giurista più importante del nazismo, Carl Schmitt, è stato interiorizzato da ogni aspirante dittatore da un secolo a questa parte. E Magyar, che secondo i sondaggi raccoglie soltanto un 11% di elettori conservatori, il resto sono liberali, progressisti, ambientalisti, ribadisce anche da questo piccolo villaggio vicino a Budapest che «il popolo ungherese vuole vivere in un Paese unito, pacifico, umano, efficiente ed europeista».
Il suo miracolo, i 50mila volontari che ringrazia anche stavolta e «da un anno e mezzo o due lavorano giorno e notte, svolgendo un lavoro sovrumano, nella neve, nel vento, nella pioggia, nel caldo» hanno la faccia raggiante di Laszlo Sténasi, 52 anni, ingegnere, attivista delle “Isole Tisza” della prima ora. «Io voglio un cambiamento», ci racconta, «odio Fidesz da sempre, e quando intorno a Magyar sono nate queste comunità ho aderito subito. Gli attivisti di Sülysáp avevano organizzato un banchetto al mercato della domenica e mi sono aggregato». Le “Isole Tisza” (dal nome del partito, Tisza) sono la spina dorsale dell’ascesa irresistibile di Magyar, il movimento grassroots, dal basso, che ha dato la spinta decisiva all’ex grigio funzionario del partito di Orbán. Intanto Magyar è arrivato al cuore del suo stump speech, il discorso elettorale che ripete spesso dagli infiniti palchi che ha calpestato in questi mesi. «Domenica è un’elezione decisiva. Finora gli ungheresi hanno visto depredata la nostra patria, derubato il popolo. E abbiamo visto che, con la connivenza del potere, migliaia di minorenni sono stati distrutti spiritualmente, fisicamente, sessualmente, e sì, i responsabili sono loro, poiché sono stati loro a nominare questi mostri pedofili, sono stati loro a premiarli, a farsi fotografare con loro, a graziarli».
Lo sfidante di Orbán fa riferimento ai numerosi scandali di pedofilia che hanno travolto il partito dell’autocrate, Fidesz. Da uno di essi, dal più clamoroso, è nata la sua rivolta. Ma è anche un episodio che ha gettato molte ombre sull’uomo che da lunedì potrebbe regalare all’Ungheria il cambio di regime che in tanti sognano da anni. Nella primavera del 2024, l’ex presidente della Repubblica Katalin Novak e la ministra della Giustizia, Judit Varga, si dimisero dopo che milioni di persone erano scese in piazza per protestare contro un pedofilo graziato. Magyar, fresco di divorzio da Varga, uscì allo scoperto denunciando la «corruzione» nel suo partito. Ma pubblicò anche un audio registrato di nascosto nel 2024 in cui sua moglie gli parlava in privato di un processo per corruzione insabbiato dal suo ministero. Lei reagì malissimo. E non si limitò a parlare di «tradimento». Lo accusò di «anni di abusi verbali e fisici», disse che Magyar non aveva mai accettato la sua richiesta di divorzio, raccontò di una sera in cui il marito era tornato a casa ubriaco e le aveva tirato dei libri mentre lei si era rannicchiata nel letto, paralizzata dalla paura. «Che razza di persona è questa? – disse quando Magyar pubblicò l’audio – Quando sua moglie non ne può più dell’incredibile dramma e degli abusi che subisce e chiede il divorzio, lui usa questo tipo di manipolazione. E mentre alterna pianti e suppliche al terrore perché non vuole il divorzio comincia anche a ricattarla».
Magyar ha sempre respinto le accuse, per i suoi l’ex ministra di Orbán ed esponente di spicco di Fidesz ha costruito ad arte una campagna diffamatoria per distruggere l’astro nascente della politica ungherese. Ma il sito Mandiner rivelò che nel 2024 c’era stata effettivamente una denuncia alla polizia che sembra confermare le dichiarazioni di Varga. E alla fine di quell’anno, un’altra ex del leader di Tisza, Evelin Vogel, lo ha accusato di violenze domestiche. I dubbi, insomma, restano.