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Magyar e l’Ungheria tra Ue e Nato: “Non chiamerò Putin né Trump”

Peter Magyar

 (reuters)

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Il premier in pectore parla all’indomani della sua storica elezione. “Mosca è un rischio per la sicurezza”. E promette il limite dei due mandati, in modo che Orbán resti fuori
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BUDAPEST – Diciotto bandiere ungheresi, due europee. Per la sua prima conferenza stampa internazionale, Peter Magyar ha scelto una scenografia che sembrava segnalare, ancora una volta, che «il destino dell’Ungheria non si gioca a Washington o Bruxelles», come ha ribadito nel corso del briefing. Tuttavia il trionfatore delle elezioni di domenica ha sottolineato che a Budapest il vento è cambiato davvero, che «questo non è un cambio di governo, ma di regime». Il premier in pectore ristabilirà lo stato di diritto smantellato da Viktor Orbán e gli impedirà di tornare al potere introducendo un limite di due mandati per il primo ministro. Quanto alla politica estera, Magyar ha chiarito che gli ungheresi «hanno fatto una scelta chiara: sono fieri di essere nell’Ue e nella Nato». Toni inediti, a Budapest.

Il leader di Tisza ha volutamente ignorato il fatto che Giorgia Meloni abbia un lungo e consolidato rapporto con il suo rivale e ha sottolineato, anzi, che «l’Italia è uno dei miei Paesi pre…

BUDAPEST – Diciotto bandiere ungheresi, due europee. Per la sua prima conferenza stampa internazionale, Peter Magyar ha scelto una scenografia che sembrava segnalare, ancora una volta, che «il destino dell’Ungheria non si gioca a Washington o Bruxelles», come ha ribadito nel corso del briefing. Tuttavia il trionfatore delle elezioni di domenica ha sottolineato che a Budapest il vento è cambiato davvero, che «questo non è un cambio di governo, ma di regime». Il premier in pectore ristabilirà lo stato di diritto smantellato da Viktor Orbán e gli impedirà di tornare al potere introducendo un limite di due mandati per il primo ministro. Quanto alla politica estera, Magyar ha chiarito che gli ungheresi «hanno fatto una scelta chiara: sono fieri di essere nell’Ue e nella Nato». Toni inediti, a Budapest.

Il leader di Tisza ha volutamente ignorato il fatto che Giorgia Meloni abbia un lungo e consolidato rapporto con il suo rivale e ha sottolineato, anzi, che «l’Italia è uno dei miei Paesi preferiti», che con l’Ungheria c’è un’alleanza «forte, anche per ragioni storiche, e dobbiamo cogliere le opportunità di cooperazione». Secondo il leader Tisza la premier italiana «ha ottenuto grandi risultati partendo da condizioni difficili ed è riuscita a ristabilire la stabilità». Insomma, «se qualcuno ha buoni rapporti personali con Orbán non significa che non potremo avere altrettanto un buon rapporto».

Alla domanda cruciale sullo sblocco dei 90 miliardi di euro all’Ucraina congelati dal veto di Orbán, il premier in pectore ha risposto che l’Ungheria manterrà fede all’opzione “opt out” sul cotè finanziario già negoziato da Budapest insieme alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia, ma è sembrato disponibile a togliere il veto allo sblocco dei prestiti a Kiev. Magyar ha anche sottolineato però, come Orbán, che si opporrà alla corsia preferenziale per l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Se l’orbaniana campagna d’odio contro Kiev sembra conclusa, Magyar resta però tiepido.

Qualcuno, come la politologa del German Marshall Fund Zsuzsanna Vegh, avanza l’ipotesi che Magyar «potrebbe negoziare sui 90 miliardi per ottenere lo sblocco dei 18,5 miliardi destinati a Budapest e ancora congelati. Ha grandi timori per la situazione economica». Come ha ricordato ieri l’agenzia di rating Scope, «la minore affluenza di fondi Ue ha contributo alla performance economica sostanzialmente stagnante dal 2023, determinata anche dall’elevata inflazione e dai tassi di interesse, nonché dalla debole performance della Germania». Se i 18,5 miliardi arrivassero a Budapest, Scope stima che il Pil potrebbe crescere dell’1,3% quest’anno e del 2,3% nel 2027. Una boccata d’ossigeno. Vale la pena ricordare che i 18,5 miliardi europei equivalgono all’8,5% del Pil ungherese.

Su uno dei capitoli più importanti, quello delle relazioni con la Russia, il leader di Tisza è stato meno netto che in campagna elettorale, quando aveva promesso di liberare Budapest dal giogo del Cremlino. Certo, per l’Europa, Mosca è «un rischio per la sicurezza», ha detto, così come: «Non chiamerò Putin, spero sia costretto a mettere fine alla guerra in Ucraina». Ma il futuro premier magiaro ha anche ricordato che «per ragioni geografiche» la diversificazione energetica - uno degli scopi dichiarati del successore di Orbán - è una sfida complessa. Perciò Magyar si è augurato che la guerra in Ucraina finisca il prima possibile e che «immediatamente dopo, l’Europa tolga le sanzioni» contro Mosca. Una posizione che non piacerà a tutti.

Alla domanda se invece chiamerà Trump, ha risposto come per lo zar: «No». E infatti il suo primo viaggio all’estero, come promesso, Magyar lo organizzerà a Varsavia; il secondo a Vienna. Il premier in pectore intende «rafforzare Visegrad», il tradizionale quartetto Ungheria-Polonia-Slovacchia-Repubblica Ceca, ma intende «ampliarlo» all’Austria, alla Slovenia e alla Croazia, ha precisato ieri.

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