ISLAMABAD – È cresciuto nell’ombra, è stato eletto in segreto, vive ferito in clandestinità. Non parla, non appare: l’uomo al centro del rebus iraniano, Mojtaba Khamenei, è un leader invisibile. E di fatto, debole. A Teheran adesso comandano i generali, una nuova generazione di pasdaran forgiata dalla guerra con l’Iraq negli Anni Ottanta e dallo scontro adesso con l’America. Sulla sorte di Khamenei junior, 56 anni, scelto come Guida suprema sotto le bombe, si sono fatte molte speculazioni in queste settimane dopo che suo padre Ali è stato ucciso lasciandogli lo scettro, senza saperlo e molto probabilmente senza nemmeno volerlo. Il New York Times ricostruisce con numerosi fonti le condizioni di salute e lo stato mentale del nuovo leader: «È mentalmente lucido e attivo», ma enormemente fragile. E’ stato operato tre volte alla gamba, per la quale attende una protesi, ha subito un intervento alla mano, che sta recuperando funzionalità. «Il volto e le labbra hanno riportato gravi ustioni, …
ISLAMABAD – È cresciuto nell’ombra, è stato eletto in segreto, vive ferito in clandestinità. Non parla, non appare: l’uomo al centro del rebus iraniano, Mojtaba Khamenei, è un leader invisibile. E di fatto, debole. A Teheran adesso comandano i generali, una nuova generazione di pasdaran forgiata dalla guerra con l’Iraq negli Anni Ottanta e dallo scontro adesso con l’America. Sulla sorte di Khamenei junior, 56 anni, scelto come Guida suprema sotto le bombe, si sono fatte molte speculazioni in queste settimane dopo che suo padre Ali è stato ucciso lasciandogli lo scettro, senza saperlo e molto probabilmente senza nemmeno volerlo. Il New York Times ricostruisce con numerosi fonti le condizioni di salute e lo stato mentale del nuovo leader: «È mentalmente lucido e attivo», ma enormemente fragile. E’ stato operato tre volte alla gamba, per la quale attende una protesi, ha subito un intervento alla mano, che sta recuperando funzionalità. «Il volto e le labbra hanno riportato gravi ustioni, rendendogli difficile parlare, in futuro, avrà bisogno di chirurgia plastica», scrive il quotidiano newyorchese.
Avvicinarlo è impossibile anche per alti funzionari del governo. I messaggi con lui vengono scambiati attraverso una complicata e rischiosa staffetta tra corrieri, in moto e in macchina, recapitati in buste sigillate. «È circondato prevalentemente da un’équipe di medici e personale sanitario impegnati a curare le ferite riportate durante i raid aerei». Il presidente Pezeshkian, che è un chirurgo, sarebbe direttamente coinvolto nell’assistenza medica a Khamenei.
Al di là della veridicità dei singoli dettagli, la storia della giornalista Farnaz Fassihi conferma quello che è chiaro da alcune settimane e che anche Repubblica ha potuto verificare da fonti iraniane: il centro del potere adesso sono i pasdaran.
Non significa che funzionari e politici non abbiano più voce in capitolo, ma governano l’amministrazione, non prendono le decisioni strategiche.
L’ascesa dei generali in Iran non è iniziata certo con la guerra, è in costruzione da anni, e Mojtaba ne è stato tra i registi. Ma il conflitto ha indebolito tutte le altre fazioni e componenti, moderate, civili. Ora comandano uomini come Ahmad Vahidi, il capo dei Guardiani; Mohsen Rezaei, richiamato in servizio con la guerra e ora attuale consigliere militare della Guida; Mohammad Bagher Zolghadr, segretario del consiglio di sicurezza nazionale; Hossein Taeb, l’ex ministro dell’Intelligence dei Pasdaran; Ali Jafari, l’ex comandante delle Guardie. E ovviamente Mohammad Ghalibaf, il capo-negoziatore iraniano, che viene dalle fila dei pasdaran.
Ghalibaf ieri ha smentito che ci siano divisioni in questa emergente leadership collettiva: «Niente moderati o radicali, l’Iran è una sola nazione». ha scritto, un post che è stato condiviso identico da Pezeshkian, operazione coordinata per mostrare unità. Ma numerose fonti, pakistane e iraniane, raccontano una storia diversa: i pragmatici come il ministro degli esteri Araghchi e lo stesso presidente iraniano sono stati messi da parte, emarginati, nelle decisioni sulla guerra come sulla diplomazia.
Durante il primo round di negoziati ci sono state ripetute liti dentro la delegazione iraniana. Quando Araghchi, di ritorno a Teheran, ha annunciato la riapertura di Hormuz, è stato sepolto di critiche dai media vicini ai Pasdaran, la stessa sorte che era toccata all’inizio del conflitto a Pezeshkian quando si era scusato con il Golfo. I Guardiani indirizzano il corso della guerra, il braccio di ferro su Hormuz, il rinvio delle trattative. Dopo l’incontro a Islamabad «hanno ritenuto che la loro parte fosse disposta a concludere un accordo prematuramente e ora stanno facendo resistenza», dice una fonte pachistana. «E’ un gioco di attesa e logoramento reciproco. Trump mantiene il blocco navale e spera in concessioni chiare sul nucleare. Gli iraniani non battono ciglio per ora. La probabilità di un errore di calcolo potrebbe aumentare gradualmente» e riavviare la macchina della guerra.