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Il mistero del negoziatore, Ghalibaf resta a Teheran. Gli esuli: “Si è dimesso”

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Dietro alla sua uscita di scena ci sarebbe il dissidio sulle aperture agli Usa. Ma l’ex capo dei pasdaran smentisce l’indiscrezione
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ISLAMABAD – C’è una lettera dietro l’intrigo di voci, smentite e retroscena che circolano sul conto di Mohammed Ghalibaf, il capo negoziatore iraniano che due settimane fa strinse la mano al vicepresidente Usa J.D Vance, rompendo un embargo simbolico che durava da trent’anni. Il sito legato all’opposizione monarchica all’estero, Iran International, il primo ad anticipare che Mojtaba Khamenei sarebbe stato scelto come guida suprema, ha scritto che lo speaker del Parlamento si è dimesso dall’incarico di capo-negoziatore. Ha gettato la spugna. Lo hanno riportato anche alcuni media israeliani, e l’indiscrezione è deflagrata quando Trump ha parlato di liti feroci e scontri al vertice del potere a Teheran. Gli iraniani smentiscono la notizia con nettezza. «Completamente falsa», fa sapere l’ufficio stampa del Parlamento iraniano, e lo stesso Ghalibaf twitta per sfatare ogni dubbio: «La furia del nemico scaturisce dalla nostra unità attorno alla leadership». A Islamabad lo speaker del Parlam…

ISLAMABAD – C’è una lettera dietro l’intrigo di voci, smentite e retroscena che circolano sul conto di Mohammed Ghalibaf, il capo negoziatore iraniano che due settimane fa strinse la mano al vicepresidente Usa J.D Vance, rompendo un embargo simbolico che durava da trent’anni. Il sito legato all’opposizione monarchica all’estero, Iran International, il primo ad anticipare che Mojtaba Khamenei sarebbe stato scelto come guida suprema, ha scritto che lo speaker del Parlamento si è dimesso dall’incarico di capo-negoziatore. Ha gettato la spugna. Lo hanno riportato anche alcuni media israeliani, e l’indiscrezione è deflagrata quando Trump ha parlato di liti feroci e scontri al vertice del potere a Teheran. Gli iraniani smentiscono la notizia con nettezza. «Completamente falsa», fa sapere l’ufficio stampa del Parlamento iraniano, e lo stesso Ghalibaf twitta per sfatare ogni dubbio: «La furia del nemico scaturisce dalla nostra unità attorno alla leadership». A Islamabad lo speaker del Parlamento non verrà perché la linea ufficiale, per ora, è non negoziare col nemico se non ci saranno le «necessarie condizioni». Resta al suo posto, dunque, ma tutt’altro che pacificato.

La storia inizia prima dell’incontro con Vance. Ghalibaf, Pezeshkian, Araghchi e alcuni altri leader politici, scrivono a Mojtaba Khamenei una lettera confidenziale, svelata da Iran International ma di cui sono al corrente anche diversi parlamentari iraniani e fonti a Teheran, per comunicargli che il Paese non può reggere a lungo la guerra, che la situazione economica è molto dura, che Pezeshkian potrebbe non avere più i mezzi per governarla e che serve negoziare seriamente con gli americani sul nucleare, altrimenti non ci sarà nessuno spiraglio per un accordo. La linea rossa fissata dalla Guida però è di non trattare sul nucleare. Araghchi e Ghalibaf arrivano a Islamabad e gli americani è di quello che vogliono parlare. Gli iraniani accettano di discuterne e la decisione suscita l’ira degli ultraradicali come Saeed Jalili, ex candidato alla presidenza. Mahmoud Nabavian, vicepresidente della commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento, che era presente ai negoziati a Islamabad, parla di «errore strategico» compiuto dalla sua stessa squadra che avrebbe agito «in contrasto con l’esplicita linea rossa tracciata dal Leader della Rivoluzione». I negoziati, per gli iraniani, finiscono su un binario morto.

Ghalibaf, Pezeshkian, Araghchi e l’ala più pragmatica dell’apparato spingevano per tentare davvero un accordo, sono stati fermati dagli oltranzisti ma, secondo l’opposizione iraniana, anche dai generali che comandano oggi in Iran, in particolare dal capo dei pasdaran, Vahidi, e da Hossein Taeb, l’ex ministro dell’intelligence dei Guardiani, forse le uniche persone in contatto diretto con Mojtaba Khamenei.

«Ghalibaf, dopo il precedente ciclo di colloqui, ha manifestato frustrazione per le lotte intestine all’interno della leadership iraniana, minacciando persino di farsi da parte», riferisce Axios citando fonti americane. Divergenze su questioni strategiche fondamentali che sarebbero già difficili da comporre in tempo di pace, ma che in guerra rischiano di paralizzare il processo decisionale e generare pericolosi errori di calcolo. «Ghalibaf è ancora in sella, non andrà da nessuna parte», assicura un analista politico di Teheran che chiede l’anonimato. «Lui e Vahidi sono stati insieme per anni nei pasdaran, nessuno dei due rovescerà l’altro, ma è vero che ci sono dissidi forti su come procedere». Se con la guerra o con il negoziato.

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