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Jalili, il leader dei duri che sabota il negoziato Usa-Iran

Saeed Jalili

 

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Il “martire vivente”, che perse una gamba nella guerra con l’Iraq, guida la fronda contro Ghalibaf e l’ala aperta al dialogo
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La resa dei conti è arrivata, esplicita come raramente accade a Teheran, tra Mohammed Ghalibaf - l’ex comandante pasdaran diventato uno degli uomini più influenti in Iran dopo la morte di Khamenei - e Saeed Jalili, l’ultraradicale che coltiva da anni il sogno della presidenza senza mai essere riuscito a realizzarlo, e che sta mettendo i bastoni tra le ruote al capo-negoziatore.

La pattuglia dei parlamentari che fanno capo a Jalili nella corrente dei Paydari, i principalisti, si è rifiutata di firmare una lettera siglata da 290 loro colleghi in cui si esprimeva sostegno a Ghalibaf nelle trattative con l’America.

Uno degli scissionisti, il deputato Mahmoud Nabavian, che era anche a Islamabad durante il primo round di negoziati, li ha definite un «danno» e un «errore strategico» perché in Pakistan si era parlato anche di nucleare. Voci non confermate hanno avanzato anche l’ipotesi che Jalili potesse prendere il posto di Ghalibaf.

L’uomo è devoto e ultraradicale. Durante la presidenz…

La resa dei conti è arrivata, esplicita come raramente accade a Teheran, tra Mohammed Ghalibaf - l’ex comandante pasdaran diventato uno degli uomini più influenti in Iran dopo la morte di Khamenei - e Saeed Jalili, l’ultraradicale che coltiva da anni il sogno della presidenza senza mai essere riuscito a realizzarlo, e che sta mettendo i bastoni tra le ruote al capo-negoziatore.

La pattuglia dei parlamentari che fanno capo a Jalili nella corrente dei Paydari, i principalisti, si è rifiutata di firmare una lettera siglata da 290 loro colleghi in cui si esprimeva sostegno a Ghalibaf nelle trattative con l’America.

Uno degli scissionisti, il deputato Mahmoud Nabavian, che era anche a Islamabad durante il primo round di negoziati, li ha definite un «danno» e un «errore strategico» perché in Pakistan si era parlato anche di nucleare. Voci non confermate hanno avanzato anche l’ipotesi che Jalili potesse prendere il posto di Ghalibaf.

L’uomo è devoto e ultraradicale. Durante la presidenza del conservatore Ahamdinejad, fu lui a negoziare per sei anni con l’Occidente, trattative finite con le sanzioni e nessun accordo. Nato a Mashhad, la città santa da cui provengono molti padri fondatori della Repubblica islamica, a 15 anni Jalili si arruolò con la milizia basij nella guerra contro l’Iraq e perse la gamba destra in battaglia, circostanza che gli fece guadagnare l’appellativo di “martire vivente”.

Noto per la sua intransigenza, ha sempre criticato il Jcpoa firmato dai moderati di Rouhani, convinto che l’Iran non debba fare concessioni sul suo programma nucleare e debba invece concentrarsi sulla cosiddetta economia di resistenza per non soccombere alle sanzioni. Come, non l’ha mai davvero spiegato. Durante la campagna elettorale del 2013, si attirò critiche e sberleffi quando sostenne che l’Iran avrebbe potuto creare migliaia di posti di lavoro puntando sulla produzione interna di beni come i “bastoncini per i ghiaccioli”. Fedelissimo di Khamenei, che lo nominò suo rappresentante nel potente consiglio supremo di sicurezza nazionale, in cui siede da 18 anni, si è candidato per tre volte alla presidenza ma ha sempre perso.

Dietro le divergenze ideologiche con la squadra che sta negoziando adesso sul nucleare, ci sono anche asti e rivalità personali. Nel 2024, Jalili fu sconfitto dal pragmatico Pezeshkian: in quella tornata elettorale correva anche Ghalibaf, che rifiutò di ritirarsi in suo favore disperdendo il voto conservatore. Uno sgarbo che il “martire vivente” non ha dimenticato.

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