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Flotilla, arrivati ad Ashdod i 428 attivisti intercettati: 87 sono in sciopero della fame

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Dovrebbero essere espulsi nel giro di 24 ore, ma c’è preoccupazione per chi arrivi da Paesi a maggioranza musulmana o abbia già un divieto di ingresso. E fra questi ci sono molti italiani: Carotenuto e Mantovani potrebbero rientrare in Italia già stasera
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Sono arrivati questa mattina ad Ashdod i 428 attivisti della Global Sumud Flotilla catturati dalla Marina israeliana, fra cui 29 italiani e tre stranieri o con doppio passaporto da tempo residenti in Italia. In due, il deputato 5S Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani, secondo quanto annunciato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, potrebbero rientrare già stasera a casa. Tutti gli altri dovranno attendere e c’è preoccupazione per i dieci che Israele considera “recidivi” perché alle spalle hanno altre missioni, tutte finite con catture e espulsioni, accompagnate da un divieto di ingresso in Israele fino a 99 anni.

L’arrivo ad Ashdod

Ad annunciare l’arrivo nel porto israeliano di Ashdod degli equipaggi della Flotilla è stato il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar secondo cui “sono stati trasferiti su navi israeliane e sono in viaggio verso Israele, dove potranno incontrare i loro rappresentanti consolari”. I legali invece hanno dovuto faticare un po’ prima di ott…

Sono arrivati questa mattina ad Ashdod i 428 attivisti della Global Sumud Flotilla catturati dalla Marina israeliana, fra cui 29 italiani e tre stranieri o con doppio passaporto da tempo residenti in Italia. In due, il deputato 5S Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani, secondo quanto annunciato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, potrebbero rientrare già stasera a casa. Tutti gli altri dovranno attendere e c’è preoccupazione per i dieci che Israele considera “recidivi” perché alle spalle hanno altre missioni, tutte finite con catture e espulsioni, accompagnate da un divieto di ingresso in Israele fino a 99 anni.

L’arrivo ad Ashdod

Ad annunciare l’arrivo nel porto israeliano di Ashdod degli equipaggi della Flotilla è stato il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar secondo cui “sono stati trasferiti su navi israeliane e sono in viaggio verso Israele, dove potranno incontrare i loro rappresentanti consolari”. I legali invece hanno dovuto faticare un po’ prima di ottenere autorizzazione.

“Dopo un primo momento in cui le informazioni riguardanti la posizione, lo status giuridico e il benessere fisico delle persone a bordo sono state fortemente limitate, agli avvocati dello staff di Adalah, insieme a un team di avvocati volontari, è stato concesso l'accesso al porto di Ashdod per condurre consultazioni legali”, confermano dallo studio, che da subito chiarisce: “Intercettazione, trasferimento forzato in Israele e rifiuto di garantire un passaggio sicuro a una missione che trasporta aiuti umanitari sono una grave violazione del diritto internazionale”. Per protesta, 87 attivisti avrebbero già iniziato uno sciopero della fame.

Il trasbordo dopo ore in rada

I primi 330 attivisti erano arrivati in rada, a bordo di quella che ormai fra gli equipaggi tutti chiamano “nave prigione” già ieri pomeriggio, ma le autorità li hanno tenuti in standby fino a stamattina, quando sono stati accompagnati al molo. Ed è presumibilmente su quella nave che si sarebbero consumate le violenze filmate e postate sui social dal ministro Ben Gvir, che su Instagram ha pubblicato diversi video in cui si vedono i componenti della missione costretti ad accucciarsi a terra mentre suona l’inno israeliano, strattonati, costretti a camminare piegati e con le mani legate dietro la schiena.

Tajani: “Italiani siano liberati al più presto”

Gli equipaggi della Flotilla, che anche stamattina il ministero degli Esteri ha bollato come “azione propagandistica al servizio di Hamas" adesso dovrebbero affrontare una prima fase di identificazione e interrogatori che dovrebbe durare – dicono – almeno sei ore. “Troppo poche”, calcolano i legali. “Tajani – fa sapere la Farnesina – ha insistito perché i cittadini italiani, fra cui un parlamentare della repubblica e un giornalista, vengano liberati e messi in condizione di ripartire al più presto, insistendo perché vengano tutelati l'incolumità e i diritti di ogni singolo attivista".

Procedura accelerata e espulsione in 24 ore

Sulla carta, a tutti dovrebbe essere applicata la procedura accelerata approvata con una legge ad hoc votata dalla Knesset a fine marzo, quando già filtravano le prime notizie sull’imminente partenza di una nuova flotilla. La norma prevede una sorta di procedura accelerata di espulsione, avviabile subito e non dopo i tre giorni di trattenimento dell’iter standard previsto per chi entri clandestinamente in territorio israeliano.

Contestazione di ingresso illegale in Israele

Sebbene la prima ondata di intercettazioni sia avvenuta in acque internazionali, a circa 200 miglia da Gaza lunedì e a circa 80 miglia martedì, quando sono state fermate le ultime barche, la contestazione che viene mossa agli attivisti è di “ingresso illegale in Israele”. Nella migliore delle ipotesi, insomma, gli equipaggi dovrebbero essere portati al confine con l’Egitto o in aeroporto per il rimpatrio entro domani.

Il preoccupante precedente del fermo di Àvila e Abukeshek

Tuttavia c’è un “ma". Ed è legato a un precedente estremamente recente: il fermo amministrativo dei due leader della Flotilla Thiago Àvila e Saif Abukeshek, catturati durante il raid del 29 aprile – il primo che abbia colpito la Flotilla – e per oltre una settimana detenuti ad Ashkelon per investigare “sospetti” relativi contatti e legami con “agenti nemici” o “organizzazioni terroristiche”. Ipotesi mai diventate un’incriminazione formale se è vero che entrambi sono stati rilasciati con l’ormai “solito” divieto di ingresso di ingresso in Israele. È una possibilità che inquieta molto legali, comitato direttivo e “equipaggi di terra” che seguono con preoccupazione l’evoluzione degli eventi.

Preoccupazione per “recidivi” e “passaporti deboli”

Israele potrebbe decidere di non applicare la procedura accelerata a quelli che considera recidivi – chi già in passato ha tentato di raggiungere la Striscia su una barca delle decine di Flotille che ci hanno provato ed è stato fermato – gli attivisti con i cosiddetti “passaporti deboli”, cioè provenienti da Paesi, per lo più a maggioranza musulmana, che Israele considera “ostili”, o i palestinesi. Oltre a questi ultimi, preoccupazione particolare c’è per i turchi.

Attivisti turchi nel mirino

Nei giorni scorsi, poco prima di far scattare il raid e l’abbordaggio delle prime 40 barche, il ministero degli Esteri israeliano ha diffuso una nota segnalando la presenza di “gruppi violenti” legati alle ong islamiche Mavi Marmara, nata dopo il raid israeliano contro la flotilla del 2010 che si è concluso con morti e feriti fra gli attivisti turchi, e Ihh, inclusa dallo Stato ebraico nella lista delle organizzazioni terroristiche, ma che persino il Dipartimento di Stato Usa – che più volte l’ha investigata – non considera tale. Si capirà probabilmente nel corso della giornata di oggi, se e quando i legali dello studio Adalah che seguono da anni le Flotille dovrebbero riuscire a parlare con gli attivisti. Lo stesso dovrebbe essere consentito ai rappresentanti consolari che ne facciano richiesta.

Bloccato anche il Land Convoy

Ma il fronte di Ashdod non è l’unico che preoccupi chi da lontano segue l’evoluzione degli eventi. A Sirte anche la cosiddetta Flotilla di terra, il Land Convoy, un convoglio umanitario di camion di aiuti e ambulanze accompagnato da un centinaio di attivisti fra cui medici e paramedici, inclusi una ventina di italiani, è bloccato da giorni in attesa che la Libia di Haftar garantisca le condizioni di sicurezza per attraversare la Cirenaica. Uno stop che sembra sorprendere il comitato direttivo. Per evitare i problemi che già l’anno scorso hanno bloccato la Global march to Gaza, spiegano, per mesi la Flotilla ha interloquito con le autorità libiche “ricevendo autorizzazioni e assicurazioni di passaggio sicuro” che si sono sciolte come neve al sole il 17 maggio scorso. Arrivati a circa 25 chilometri dal valico di Sirte gli attivisti si sono trovati di fronte i militari e schierati. Poco è riuscita a fare anche la Mezzaluna rossa, che ha tentato di fare da mediatore fra la Flotilla e le autorità per garantire il passaggio al convoglio.

Trattative in corso

Una delegazione del Land Convoy ha raggiunto il valico per consegnare una lettera alle autorità, mentre il grosso della spedizione aspetta. Camion e ambulanze disposte a semicerchio, gli uomini accampati fuori per dormire, le donne ospitate all’interno della moschea, il convoglio è bloccato lì da giorni. Fra loro c’è anche Giuseppina Branca, 79enne infermiera italiana, veterana delle missioni di solidarietà internazionale.

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