Ha girato un film di gran successo che non piace alla Repubblica islamica. Sostiene i dissidenti, appoggia gli scioperi operai, protesta contro le condanne a morte. E per questo Jafar Panahi è colpevole. Merita la cella, secondo una magistratura supina al potere: un anno di carcere e due di divieto di lasciare il paese. Lo ha stabilito un giudice, Iman Afshari, noto per aver emesso sentenze severe nei confronti dei dissidenti e che è stato per questo sanzionato dall’Unione europea, confermando la sentenza che era stata emessa a carico di Panahi a dicembre, mentre l’amato regista iraniano era in tour negli Stati Uniti per il suo film, “Un semplice incidente”, già Palma d’Oro a Cannes e poi candidato agli Oscar. La condanna, ancora appellabile, è per propaganda contro lo stato.
Panahi aveva promesso di tornare non appena le luci di Hollywood si sarebbero abbassate e così ha fatto, il 30 marzo, attraverso il valico di Bazargan, al confine con la Turchia, per raggiungere Teheran via terr…
Ha girato un film di gran successo che non piace alla Repubblica islamica. Sostiene i dissidenti, appoggia gli scioperi operai, protesta contro le condanne a morte. E per questo Jafar Panahi è colpevole. Merita la cella, secondo una magistratura supina al potere: un anno di carcere e due di divieto di lasciare il paese. Lo ha stabilito un giudice, Iman Afshari, noto per aver emesso sentenze severe nei confronti dei dissidenti e che è stato per questo sanzionato dall’Unione europea, confermando la sentenza che era stata emessa a carico di Panahi a dicembre, mentre l’amato regista iraniano era in tour negli Stati Uniti per il suo film, “Un semplice incidente”, già Palma d’Oro a Cannes e poi candidato agli Oscar. La condanna, ancora appellabile, è per propaganda contro lo stato.
Panahi aveva promesso di tornare non appena le luci di Hollywood si sarebbero abbassate e così ha fatto, il 30 marzo, attraverso il valico di Bazargan, al confine con la Turchia, per raggiungere Teheran via terra, mentre i cieli iraniani erano solcati da missili e bombe israeliane e americane. Ha sfidato la censura sapendo di rischiare il carcere. Il suo avvocato, Mostafa Nili, ha elencato alcune delle motivazioni della condanna, che includono: la realizzazione di film clandestini e critici contro il regime; il sostegno ad alcuni condannati per reati di sicurezza come Fatemeh Sepahri, Raheleh Rahmipour, Hossein Ronaghi, Mohammad Nourizad, Mehdi Mahmoudian, Abolfazl Ghadyani, tutti attivisti e dissidenti; il sostegno alle proteste (aveva denunciato la mattanza di gennaio); il sostegno allo slogan "Donna, Vita, Libertà"; la firma e la pubblicazione di una dichiarazione sullo sciopero degli autotrasportatori; la denigrazione della situazione del Paese; e la ripubblicazione di un video in cui si canta l'inno "Ey Iran" in segno di protesta contro l'esecuzione di condanne a morte.
Il regista è stato incarcerato già due volte per la sua attività, per anni non ha potuto uscire dal paese, ma non ha mai voluto abbandonarlo. «Ho un solo passaporto. È il passaporto del mio Paese e desidero conservarlo... Il mio Paese è il luogo in cui posso respirare, dove trovo una ragione per vivere e dove trovo la forza di creare», spiegò a dicembre a Variety.Il suo ultimo film, “Un Semplice Incidente”, girato clandestinamente in Iran perché non avrebbe superato il vaglio della censura, racconta la storia di cinque iraniani, vittime della brutalità dell’apparato di sicurezza della Repubblica islamica, che credono di aver finalmente catturato uno dei loro ex carcerieri ma non sanno cosa farne. E’ un film atroce ma che riesce persino a far ridere.