Mujcic “Mladic è trattato da eroe perché un Paese diviso per etnie dimostra che ha vinto lui”
di Annachiara Mottola di AmatoSuo padre fu uno degli oltre ottomila uomini trucidati a Srebrenica l’11 luglio del 1995, ma alla notizia della morte del Ratko Mladic, colui che orchestrò le modalità di quel massacro, non ha «provato grandi emozioni» perché «il punto non è la morte di un uomo, anche se era il più crudele di tutti, ma che a lui siano sopravvissute le sue idee». Lo spiega Elvira Mujcic, scrittrice bosniaca emigrata in Italia negli anni Novanta, dopo la guerra dei Balcani.
Cosa ha provato quando ha saputo della decisione del governo di Belgrado di tributare a Mladic gli onori militari e di Stato, di celebrarlo come un eroe?
«Non pensavo si potesse arrivare a tanto per un criminale di guerra, ma allo stesso tempo devo dire che non è stata una grande sorpresa, visto il clima che si respi…
Suo padre fu uno degli oltre ottomila uomini trucidati a Srebrenica l’11 luglio del 1995, ma alla notizia della morte del Ratko Mladic, colui che orchestrò le modalità di quel massacro, non ha «provato grandi emozioni» perché «il punto non è la morte di un uomo, anche se era il più crudele di tutti, ma che a lui siano sopravvissute le sue idee». Lo spiega Elvira Mujcic, scrittrice bosniaca emigrata in Italia negli anni Novanta, dopo la guerra dei Balcani.
Cosa ha provato quando ha saputo della decisione del governo di Belgrado di tributare a Mladic gli onori militari e di Stato, di celebrarlo come un eroe?
«Non pensavo si potesse arrivare a tanto per un criminale di guerra, ma allo stesso tempo devo dire che non è stata una grande sorpresa, visto il clima che si respira in Serbia. Il rispetto di cui Mladic gode tuttora non è un qualcosa che nasce ieri: ricordiamoci che è stato latitante per più di 15 anni, un periodo nel quale i vertici del governo sapevano dove fosse e lo hanno coperto. Viene celebrato come un eroe nazionale perché per la maggior parte dei serbi lo è».
Quali fattori, secondo lei, hanno impedito una cesura con quell’epoca?
«Per cambiare le cose serve tempo, e quello è passato, ma serve anche lo spazio affinché emergano narrazioni capaci di smontare quella ufficiale. È quest’ultimo elemento che è mancato: gli spazi per una memoria alternativa sono stati soffocati e compressi. Nel frattempo una certa versione della storia viene raccontata e solidificata. Questo succede quando vince la guerra. E purtroppo nei Balcani la guerra ha vinto, perché il trattato di Dayton che ha messo fine al conflitto ha diviso un Paese su base etnica, di fatto confermando le ragioni che avevano portato a quello spargimento di sangue».
Quegli anni violenti lei li ha vissuti in prima persona, aveva dodici anni quando è scoppiata la guerra. Cosa ricorda di quel momento?
«L’infanzia ha un dono speciale, si riescono ad attraversare cose orribili perché si ha il dovere di sopravvivere a tutto, di passare sopra a tutto. Non c’è stato un momento particolare in cui mi sono accorta di quello che stava accadendo, ma piccole e grandi cose: la preoccupazione dei miei genitori, il fatto che dovessimo andare via da Srebrenica, la città in cui vivevo con la mia famiglia, il non andare a scuola. Poi sono arrivate le bombe, che ci cadevano in testa, lí ho capito. E il tempo dell’infanzia si è mischiato con quello della guerra».
Suo padre è rimasto mentre lei è fuggita con gli altri membri della sua famiglia.
«Si, ma in questo la mia storia è simile a quella di tanti altri bosniaci che conosco, i nostri vicini, i parenti… Gli uomini non potevano andare via da Srebrenica, da piccola sapevo questo e basta, poi è successo quello che è successo».
Prima l’assedio, poi la carneficina e la sepoltura in fosse comuni fuori dalla città. Ancora oggi si cercano i resti.
«Sto tornando ora dalla Bosnia dove ho passato un mese, ci torno spesso. Il filo con quella terra non potrà mai essere spezzato».
C’è uno spazio per il perdono in questa storia?
«Non lo so. La morte di Mladic non mi ha portato pace, quello che mi ha dato un briciolo di giustizia è stata la notizia del suo arresto nel 2011».
E sul futuro dei rapporti tra serbi e bosniaci, di cui ha scritto anche nei suoi romanzi “Al di là del caos”e nell’ultimo libro “La stagione che non c’era” (edito da Guanda)?
«C’è un detto bosniaco che dice più o meno così: l’ottimista è solo un pessimista male informato. Vorrei avere speranza ma vedo pochissimi atti pratici che vanno nella direzione di una riappacificazione. La serpe del nazionalismo, che gli europei con superficialità credevano fosse una specificità balcanica e da cui si ritenevano immuni, ora si estende in tutto il continente. La lezione di Srebrenica va portata fuori dai libri di storia».