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Dagli stadi di calcio alle strade, lo sfregio degli omaggi a Mladic

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La manifestazioni nelle città della Repubblica serba di Bosnia. E la Uefa apre un’inchiesta sulla Stella Rossa Belgrado
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Centinaia di giovani, molti dei quali non erano nemmeno nati negli anni della guerra in Jugoslavia, sfilano per le strade di Zvornik nel nord est della Bosnia Erzegovina, al confine con la Serbia. Mostrano il ritratto del macellaio dei Balcani, cantano cori e scandiscono il suo nome: Ratko Mladic. Sono immagini che sembrano riportare indietro le lancette della storia a 30 anni fa.

In quel fazzoletto di mondo, un tempo unito sotto il nome di Jugoslavia, la morte del “boia di Srebrenica”, avvenuta mentre scontava l’ergastolo all’Aia, non ha fatto altro che riportare a galla faide e revisionismi mai del tutto sopiti. I filmati che hanno fatto il giro dei social mostrano un vero proprio corteo: la folla passa davanti alla moschea della città bosniaca con torce accese e bandiere della Serbia, nel frattempo ripete incessantemente il nome del generale. «Credo che le generazioni più giovani siano ancora più radicali nell’esprimere le proprie opinioni rispetto ai loro genitori che hanno p…

Centinaia di giovani, molti dei quali non erano nemmeno nati negli anni della guerra in Jugoslavia, sfilano per le strade di Zvornik nel nord est della Bosnia Erzegovina, al confine con la Serbia. Mostrano il ritratto del macellaio dei Balcani, cantano cori e scandiscono il suo nome: Ratko Mladic. Sono immagini che sembrano riportare indietro le lancette della storia a 30 anni fa.

In quel fazzoletto di mondo, un tempo unito sotto il nome di Jugoslavia, la morte del “boia di Srebrenica”, avvenuta mentre scontava l’ergastolo all’Aia, non ha fatto altro che riportare a galla faide e revisionismi mai del tutto sopiti. I filmati che hanno fatto il giro dei social mostrano un vero proprio corteo: la folla passa davanti alla moschea della città bosniaca con torce accese e bandiere della Serbia, nel frattempo ripete incessantemente il nome del generale. «Credo che le generazioni più giovani siano ancora più radicali nell’esprimere le proprie opinioni rispetto ai loro genitori che hanno partecipato alla guerra, perché hanno canali migliori per esprimerle», ha affermato l’ambasciatore della Bosnia in Serbia, Aleksandar Vranjes. Che sulle possibilità di un riavvicinamento tra i due popoli è categorico: «Neanche di un millimetro». Per Vranjes è inutile che gli esperti discutano di quanto accaduto negli anni ‘90, prima bisogna mettersi d’accordo sulla natura della guerra. I serbi, infatti, sostengono ancora che fu una “guerra civile” e di natura “difensiva-patriottica”, mentre per i bosgnacchi si trattò di un’aggressione.

Rimane aperta la questione dei funerali di Stato che Belgrado intende tributare a Mladic, specificando però che «la decisione spetta alla famiglia». Il Tribunale dell’Aia ha fatto sapere di non poter ancora fornire dettagli su quando la salma dell’ex comandante militare sarà consegnata alla Serbia. Sulle circostanze della sua morte, invece, informa che l’indagine è ancora in corso e non si sa quando sarà ultimata. Quanto alle cure ricevute dal generale, su cui il governo serbo aveva sollevato dubbi, le autorità olandesi hanno affermato che «superavano il minimo di standard internazionali richiesti».

La vicenda è arrivata anche sul terreno del calcio, con l’apertura di un procedimento disciplinare avviato dalla Uefa contro la Stella Rossa di Belgrado dopo gli striscioni e i cori in onore di Mladic comparsi giovedì durante la sfida di Europa League contro il Viktoria Plzen. Un intreccio, quello tra calcio e politica, non nuovo nei Balcani: proprio gli scontri tra tifosi di Stella Rossa e Dinamo Zagabria, nel 1990, sono considerati l’anticamera della guerra che avrebbe dissolto la Jugoslavia.

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