“Il macellaio” Ratko Mladić, condannato all’ergastolo per il genocidio a Srebrenica, è morto da giorni, ma il suo fantasma gode di ottima salute. E in Serbia rischia di pesare non poco nelle future elezioni parlamentari anticipate perché l’anima nazionalista – e non solo quella organicamente strutturata nei partiti - rischia di essere l’ago della bilancia in una competizione dall’esito non scontato.
Elezioni a ottobre, il presidente Vučić corre da premier
Una data ancora non c’è, ma il presidente Aleksandar Vučić ha annunciato una settimana fa che si terranno il 18 o il 25 ottobre e lo coinvolgeranno direttamente. Al prossimo appuntamento Vučić correrà da premier, con uno schema che ricorda il tandem Putin/Medvedev nel 2008 e come in Russia rischia di non cambiare la capacità di determinare gli indirizzi del Paese dell’attuale presidente serbo. Anzi, potrebbe concedergli ancora maggiore potere e raggio d’azione. Per questo, sebbene solo da una settimana abbia annunciato la convocazione alle urne che opposizione e piazze chiedono da tempo, all’appuntamento lavora da mesi. E Mladić – con tutto il peso dell’eredità ancora divisa e divisiva delle guerre dei Balcani – è l’asso inaspettato che adesso l’attuale presidente serbo può giocare.
Convocazione alle urne con esito non scontato
Lo scenario con cui si confronta è complesso. Per la prima volta, forse, il rischio che il sostegno bulgaro di cui ha sempre goduto si incrini c’è, così come che l’opposizione smetta di essere residuale e di facciata. La minaccia più concreta viene dal movimento degli studenti, che dalle manifestazioni nate per chiedere verità e giustizia sulla “strage della stazione di Novi Sad”, lì dove il crollo di una pensilina nel novembre 2024 ha provocato la morte di 16 persone, si è evoluto e strutturato e adesso mette apertamente in discussione l’attuale assetto politico serbo.
Dalla pensilina di Novi Sad, alla battaglia contro Vučić
Nel corso del tempo, la base studentesca si è allargata, al pari della piattaforma portata avanti. E la richiesta di trasparenza sull’appalto alla grande azienda cinese che ha ristrutturato la stazione, caduta a pezzi a pochi mesi dal taglio del nastro, è diventata una più generale battaglia contro la corruzione della classe politica dominante – Vučić in testa – accusata, tra le altre, di svendere le risorse naturali e in generale il Paese per denaro. Istanze che hanno finito per catalizzare l’attenzione – e in parte anche il consenso – anche della pancia nazionalista del Paese. Traduzione, lo zoccolo elettorale dell’attuale presidente serbo.
Il presidente punta “sull’orgoglio serbo”
Vučić è politico di lungo corso e il pericolo lo ha fiutato. Ecco perché, nonostante gli equilibrismi internazionali che lo fanno piroettare con nonchalance tra Russia e Ue, mentre stringe legami con l’amministrazione Trump, compra droni dalla Turchia e concede praterie imprenditoriali al Golfo, da mesi spinge sull’acceleratore dell’orgoglio serbo. Lo fa nell’infuocata propaganda, che tra le altre prende di mira gli studenti bollati come agenti stranieri, nella sempre più stretta connessione anche economica con la Repubblica Srpska, l’entità serba della Bosnia e Erzegovina, da cui arrivano molte delle truppe cammellate che ingrossano le file dei suoi sostenitori, ma anche nel rosario di inaugurazioni e tagli di nastri di strade, ponti, case popolari, scuole “per il popolo serbo” che inanella da mesi. Al conto, c’è da aggiungere la valanga di nuovi cittadini serbi, più di quattromila (per adesso), a cui è stata concessa cittadinanza negli ultimi mesi. E adesso il fantasma di Ratko Mladić, per molti in Serbia ancora eroe nazionale, si aggiunge alla lista.
L’asso inaspettato di Ratko Mladić
Al fascicolo e alle ferite rimaste dopo la guerra, Vučić è sempre stato attento. Per questo, settimane fa, dopo il no della Corte dell’Aja alla richiesta di scarcerazione per motivi di salute del macellaio di Srebrenica presentata dalla famiglia, ha mandato avanti il suo ministro della Giustizia, Nenad Vujic. Con tanto di lettera formale alla presidente del Meccanismo Internazionale Residuo per i Tribunali Penali (IRMCT), Graciela Gatti Santana, il ministro ha chiesto all’Aia di riconsiderare la decisione “per motivi umanitari”, mettendo a disposizione l'Accademia Medica Militare di Belgrado per il ricovero, con tutte le eventuali restrizioni decise dalla Corte. Richiesta caduta nel vuoto, con un no che oggi fa gioco al presidente Vučić.
Il nodo funerali
“L'Aia voleva che Mladić morisse dietro le sbarre, non in ospedale. Questo è un comportamento incivile, senza precedenti e ingiustificabile", ha detto Vučić, facendo leva sulla convinzione largamente condivisa, incluso dai non nazionalisti, che la Serbia abbia fatto da unico capro espiatorio di tutta la tragedia dei Balcani. “Sarà salutato in maniera adeguata”, ha affermato, lasciando al suo ministro Vujic l’onere di annunciare “funerali di Stato”. Una sorta di clausola di salvaguardia secondo gli analisti: in caso di proteste troppo veementi da parte dell’Ue, in cui la Serbia preme per entrare, potrebbe essere facilmente bollata come fuga in avanti.
Una questione che si porrà solo quando la salma del “boia di Srebrenica” verrà rilasciata, al termine dell’inchiesta che d’ufficio all’Aja viene aperta in seguiti a ogni morte in carcere. Una data che probabilmente il presidente serbo spera arrivi il più tardi possibile, ma soprattutto dopo il 16 settembre, data in cui si attende la sentenza per ex leader dell’Uck e presidente del Kosovo Hashim Thaçi, per il quale la procura ha chiesto una condanna a 45 anni di carcere per crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
Il boia di Srebrenica mette in scacco il movimento degli studenti
Ma Mladić e la sua eredità, per quanto ingombrante, sono una carta a cui Vučić non si può permettere di rinunciare. Anche perché proprio sulle ferite degli anni Novanta e sul nazionalismo serbo, il movimento rischia di inciampare e perdere pezzi. A destra o a sinistra. Una diretta conseguenza della natura ambigua e plurale del movimento, in cui convivono diverse anime, dai panslavisti ai nazionalisti, dagli europeisti a chi considera la Russia troppo culturalmente vicina per non essere un alleato naturale.
In piazza con gli studenti anche i nazionalisti
Insomma, un mischione cresciuto al passo del progressivo allargamento della piattaforma, con gli studenti che sono diventati motore e catalizzatore di proteste di differente natura. Dal no alla Trump Tower, il maxi resort di lusso che il genero di Trump, Jared Kushner avrebbe voluto costruire al posto dell’ex Ministero della Difesa, bene tutelato e memoria plastica della ferita ancora aperta dei bombardamenti Nato, alla battaglia contro la miniera di Jadar. Dalla battaglia contro il ridimensionamento della procura anticorruzione, riportata sotto il controllo di quella generale di Belgrado, alle accuse di inazione nel contrasto al gigantesco incendio che ha divorato la riserva naturale di Deliblato Sands. Istanze che hanno finito per aggregare anche settori anche del nazionalismo estremo, che – quasi paradossalmente – rimproverano a Vučić di non esserlo abbastanza.
I nodi che il movimento deve ancora sciogliere
Ufficialmente non sono parte del movimento e alle amministrative di qualche mese fa, prima prova elettorale per gli studenti, non sono comparsi nelle liste. Ma per vincere le parlamentari potrebbero aver bisogno anche del supporto quanto meno dei settori moderati del nazionalismo. In più, le elezioni implicano un programma chiaro, che non si può limitare alla lotta alla corruzione, ma su temi ancora centrali, come il Kosovo, che del disastro degli anni Novanta e di quella eredità è plastica espressione, i nodi non sono stati sciolto. Qualche mese fa, un passo è stato fatto.
Il memorandum sul Kosovo
A maggio, sui siti ufficiali è apparso un Memorandum su Kosovo e Metohjia, in cui si afferma che si tratta di territori parte della storia e dell’identità serba, ma che la questione va affrontata insieme alla comunità internazionale. “Il nostro obiettivo - si legge - è un modello che, nel rispetto consequenziale del diritto internazionale, garantisca pace, sicurezza e piena protezione dei diritti per il popolo che vive su questo territorio”. Più una prova di equilibrismo che una proposta concreta. E per Vučić, con il fantasma di Mladić dietro le spalle, terreno facile su cui sfidarli.