Donald Trump aveva minacciato di riportare l’Iran all’età della pietra. Vladimir Putin lo sta facendo concretamente con l’Ucraina. Da due settimane un carosello ininterrotto di droni distrugge le pompe di benzina, i depositi che riforniscono i supermercati, i centri logistici, i magazzini della filiera alimentare, i porti sul Mar Nero, oltre ovviamente alle industrie militari. Questa tempesta di fuoco si sta accanendo su Kiev da tre giorni, lasciando brevi pause tra un bombardamento e l’altro. Molti negozi hanno gli scaffali vuoti; fare il pieno è diventato complicato; i treni hanno smesso di essere il mezzo di trasporto più sicuro e affidabile. L’incredibile normalità della vita urbana che gli ucraini hanno difeso con ostinazione dal 2022 viene spazzata via. E il problema principale stanno tornando a essere i blackout.
Il Cremlino infatti ha un bersaglio prioritario: le centrali elettriche e la rete di distribuzione. Perché vuole mettere l’intera popolazione davanti alla prospet…
Donald Trump aveva minacciato di riportare l’Iran all’età della pietra. Vladimir Putin lo sta facendo concretamente con l’Ucraina. Da due settimane un carosello ininterrotto di droni distrugge le pompe di benzina, i depositi che riforniscono i supermercati, i centri logistici, i magazzini della filiera alimentare, i porti sul Mar Nero, oltre ovviamente alle industrie militari. Questa tempesta di fuoco si sta accanendo su Kiev da tre giorni, lasciando brevi pause tra un bombardamento e l’altro. Molti negozi hanno gli scaffali vuoti; fare il pieno è diventato complicato; i treni hanno smesso di essere il mezzo di trasporto più sicuro e affidabile. L’incredibile normalità della vita urbana che gli ucraini hanno difeso con ostinazione dal 2022 viene spazzata via. E il problema principale stanno tornando a essere i blackout.
Il Cremlino infatti ha un bersaglio prioritario: le centrali elettriche e la rete di distribuzione. Perché vuole mettere l’intera popolazione davanti alla prospettiva di un altro inverno senza corrente e senza riscaldamento, rendendo infernale la sopravvivenza nelle città. «Putin vuole dare il colpo di grazia al nostro sistema elettrico, far crollare la nostra economia e la produzione bellica - ha dichiarato il ministro dell’Energia e vicepremier Denys Shmyahl a Politico -. Spera che quest’inverno la nostra società venga spezzata dal logoramento e faccia pressione sulla leadership per accettare la resa».
Il Cremlino ci ha provato già lo scorso anno. Nonostante il freddo record, i lunghi blackout, i condomini senza acqua nei piani alti e i termosifoni gelati non hanno piegato il morale ucraino. Per questo adesso vuole rendere ancora più feroce la strategia del buio. Lo fa capire il comunicato diffuso ieri mattina dallo Stato maggiore di Mosca: «In conformità con le direttive ricevute, le forze armate della Federazione Russa hanno cominciato a preparare una serie di attacchi massicci contro gli impianti energetici ucraini, in risposta ai continui attacchi contro le infrastrutture civili e il complesso energetico russo». Non è una scelta dei militari, ma un ordine arrivato dall’alto: una direttiva politica del presidente Putin. Che tra venti giorni deve affrontare le elezioni parlamentari con un consenso sbriciolato dai raid dei droni ucraini contro le raffinerie - anche ieri ne hanno incendiate due - che lasciano a secco le stazioni di servizio. Il Cremlino con questo proclama di guerra contro le centrali elettriche risponde alle proposte di mediazione per una tregua parziale: la sospensione degli assalti contro il petrolio russo in cambio della fine di quelli contro porti e impianti energetici ucraini. Un’offerta formulata da Zelensky e - secondo alcune fonti - appoggiata dal capo della Cia John Ratcliffe durante la visita a Mosca. Lo Zar non è interessato: non vuole apparire debole ed è ancora convinto di potere schiacciare la resistenza ucraina.
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La situazione è drammatica. Centrali, cabine di distribuzione, trasformatori sono nel mirino tutti i giorni: l’80% è stato stato danneggiato o distrutto. Dal 2022 gli impianti di Dtek, il principale operatore privato, sono stati attaccati 230 volte. Prima dell’invasione il Paese produceva 54,5 gigawatt, ma dopo la perdita della centrale nucleare di Zaporizhzhia il totale è sceso a 32. E lo scorso inverno si è ridotto a 12: sei in meno del minimo indispensabile, obbligando a dare poche ore di luce a rotazione a ciascun quartiere. I Paesi limitrofi compensano cedendo diversi gigawatt - con un programma di aiuti della Ue - che si riesce però a far arrivare solo nelle regioni occidentali.
Ora lo scenario è molto più cupo, perché non ci sono più scudi. Le difese contraeree sono a corto di missili e hanno esaurito in quattro giorni i pochi Patriot concessi dagli Usa la scorsa settimana. Le bombe volanti hanno campo libero. Quattro giorni fa un grappolo di ordigni da una tonnellata ha spazzato via la centrale di Kherson. Non c’è modo di ripararla: va ricostruita e serviranno mesi. Alle autorità non è rimasto altro che invitare i residenti ad andare via: una vittoria per i russi, che avevano occupato e annesso Kherson nella primavera 2022 ma sei mesi dopo furono scacciati dalla controffensiva ucraina. Da allora hanno mandato tutti i giorni sciami di droni a dare la caccia agli abitanti per costringerli ad abbandonare la città. E alla fine sono riusciti a ottenere quello che volevano.