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Il dissidente Yashin: “In Russia elezioni farsa che allungano la guerra. Ci sarà la mobilitazione”

(afp)

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Intervista all’oppositore di Putin, in esilio a Berlino: “Se Yabloko avesse partecipato avrebbe dato coraggio a chi ha paura. Invece ci saranno altri morti”
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«Più che di elezioni, parlerei di operazioni elettorali speciali…». Con una battuta che richiama l’ipocrisia putiniana di non chiamare la guerra all’Ucraina con il suo nome, Ilya Yashin fa capire quale sia la sua personale considerazione del voto appena espresso dal popolo russo: praticamente zero. Oppositore politico, in carcere dal 2022 al 2024, fondatore del movimento Solidarnost e ora leader di “Russia pacifica”, partito fondato a Berlino in esilio, ha promosso l’iniziativa “Mezzogiorno per una Russia pacifica”. Che però — stando alle foto scattate ai seggi di Mosca e San Pietroburgo a quell’ora — non sembra aver sfondato.

Dato il risultato scontato, qual è il senso politico di queste elezioni per la Duma?

«Per Putin conta il clima sociale, vuole che il giorno del voto diventi il giorno dell’unione fra il capo e la nazione, per continuare la guerra».

Quanto è forte il sostegno popolare alla politica di Putin?

«Pos…

«Più che di elezioni, parlerei di operazioni elettorali speciali…». Con una battuta che richiama l’ipocrisia putiniana di non chiamare la guerra all’Ucraina con il suo nome, Ilya Yashin fa capire quale sia la sua personale considerazione del voto appena espresso dal popolo russo: praticamente zero. Oppositore politico, in carcere dal 2022 al 2024, fondatore del movimento Solidarnost e ora leader di “Russia pacifica”, partito fondato a Berlino in esilio, ha promosso l’iniziativa “Mezzogiorno per una Russia pacifica”. Che però — stando alle foto scattate ai seggi di Mosca e San Pietroburgo a quell’ora — non sembra aver sfondato.

Dato il risultato scontato, qual è il senso politico di queste elezioni per la Duma?

«Per Putin conta il clima sociale, vuole che il giorno del voto diventi il giorno dell’unione fra il capo e la nazione, per continuare la guerra».

Quanto è forte il sostegno popolare alla politica di Putin?

«Possiamo giudicare soltanto dai segnali indiretti, che però sono numerosi. La richiesta principale della società russa è porvi fine».

Come fa a dirlo?

«La nostra squadra partecipa alla compilazione di un registro con i nomi dei soldati russi morti. Ci sono già 250mila militari dei quali siamo riusciti a verificare l’identità. È la stima più prudente, è probabile che siano almeno mezzo milione».

Altri segnali?

«C’è un enorme buco di bilancio, le tasse aumentano in tutto il Paese, bruciano le raffinerie, ovunque ci sono code per la benzina. Le condizioni economiche sono difficili, le persone stanche, vogliono tornare alla normalità. Un altro episodio significativo è l’esclusione della lista nazionale di Yabloko».

Se avesse preso il 24 per cento, come alcuni sondaggi indicavano, cosa sarebbe successo?

«Non avrebbe fermato la guerra in un giorno, ovviamente, ma avrebbe dato coraggio alle persone che hanno paura di parlare, nella società e nelle élite».

Sarebbe stato anche l’unico partito pacifista a sedere alla Duma.

«E questo avrebbe creato su Putin una pressione che non avrebbe più potuto ignorare. Oggi la pressione viene soprattutto dall’esterno: se fosse cominciata anche dall’interno del Paese, per lui sarebbe stato molto più difficile continuare la sua guerra».

Ora che le urne sono chiuse, cosa si aspetta che farà il Cremlino? Una nuova mobilitazione?

«Sono preoccupato. La situazione al fronte è in un vicolo cieco. L’esercito russo è bloccato, non riesce ad avanzare, mentre l’Ucraina contiene l’offensiva e in alcuni settori contrattacca con un certo successo. Putin ha soltanto due alternative. La prima è prendere atto dell’impossibilità di continuare il conflitto, sedersi al tavolo dei negoziati e cercare una soluzione diplomatica. Ma non c’è alcun segnale che sia pronto a farlo. La seconda è un’escalation per ribaltare la situazione, per cui serviranno più soldi, più armi e più uomini».

Quindi arruolamenti forzati.

«Se Putin ha deciso per l’escalation, la mobilitazione è inevitabile. Chiunque voti per il suo partito vota per la morte e perché amici, mariti e figli vengano presi e mandati al fronte».

Se le dessero un minuto in diretta tv per rivolgersi pubblicamente a chi sostiene Putin, cosa direbbe?

«Parlerei degli interessi nazionali della Russia. Putin dice di difenderli, ma intende un Paese isolato e militarista, nel quale la vita umana non vale nulla. In realtà, a difendere gli interessi nazionali siamo io e i miei compagni. Quegli interessi corrispondono a un Paese libero e democratico, che vive in pace. Non abbiamo bisogno della terra altrui, ne abbiamo abbastanza della nostra. Putin porta la morte, è il cavaliere dell’Apocalisse».

Quando lei inviò dal carcere delle lettere a “Repubblica”, diceva che parlare di pace dalla prigione aveva più peso che farlo dall’esilio. Lo pensa ancora?

«Sì. La mia voce in prigione era più forte e incisiva di adesso. È un fatto. Ma emigrare non è stata una mia scelta, mi hanno deportato contro la mia volontà. Ogni giorno penso a tornare in Russia. Sto cercando la strada di casa».

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