Dalla neve ai fiumi: un’Italia “capovolta” aspetta l’estate
di Fiammetta CupellaroNord in difficoltà, mentre al Sud gli invasi sono pieni. La crisi del clima disegna una nuova geografia dell’acqua. Intanto il volume delle risorse idriche prodotto dalla fusione della neve cala del 48% rispetto agli anni scorsi. Il lago Trasimeno sceso di altri 8 centimetri
Un’Italia capovolta aspetta l’estate 2026. Il Nord, considerato tradizionalmente l’area più ricca d’acqua del Paese, vede invece con preoccupazione il livello dei grandi fiumi e delle riserve idriche, mentre nel Sud l’emergenza quest’anno sembra più legata alle precipitazioni intense piuttosto che alla siccità. Almeno per il momento. È lo scenario in cui si presenta l’Italia in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità istituita dalle Nazioni Unite e che si celebra il 17 giugno. Uno scenario anticipato sia dall’agenzia europea Copernicus che a fine maggio che ha segnalato le anomalie termiche del mar Mediterraneo (acqua più calda delle media da 3,5°C fino a oltre 5°C) sia dalle rilevazioni dell’Ispra sull’andamento dei fiumi: “Non siamo ai livelli della terribile estate 2022, ma persistono forti differenze territoriali e criticità”. Insomma, per quest’estate 2026 si prevede un Italia divisa in due. Anzi in tre perché per quanto riguarda l’Italia Centrale, secondo l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino (Aubac) i primi mesi del 2026 segnano un “miglioramento significativo” dopo sei anni consecutivi di siccità. Certo, l’intero sistema idrico resta lontano da un pieno recupero e la carenza di neve è ogni anno più evidente preoccupa gli esperti.
Il viaggio di Paolini lungo i fiumi: “Sono la nostra memoria”
“Il fiume è come un albero con radici, rami e chiome e quello che succede a monte ricade a valle. Le sue rive sono abitate da esseri viventi c’è una stretta correlazione tra acqua e terra. Dobbiamo ragionare così oggi che il clima sta cambiando la storia e non siamo più in grado di dire domani cosa succederà”. Le parole sono dell’attore e autore teatrale Marco Paolini che ha presentato il monologo Mar de Molada al Festival di Green&Blue. Sì, perché il fiume non è solo l’acqua che si vede scorrere, ma fa parte di un sistema idrogeologico più ampio che comprende montagne, terreni, falde. Può trovarsi in sofferenza anche dopo una pioggia intensa se le riserve sotterranea sono impoverite o se a monte manca l’accumulo di neve. In pratica, i fiumi risentono di tutto ciò che accade sopra e sotto il loro letto. E perfino in alto, sui monti, dove neve e ghiacciai alimentano i corsi d’acqua di pianura. Così se in montagna nevica poco, durante la primavera arriva meno acqua nei fiumi. Ed è proprio quanto sta accadendo. Anche quest’anno la neve italiana ha raccontato tante storie diverse.
Il deficit della neve conta per l’estate 2026
La stagione della neve non finisce un giorno preciso, ma progressivamente, dipende dalla temperatura: la fusione del manto nevoso inizia a trasformarsi nella risorsa idrica che alimenterà fiumi, laghi, invasi e suoli durante i mesi più caldi. Aprile 2026 ha segnato questo passaggio. E non si tratta della normale fusione primaverile. I dati mostrano infatti una velocità di diminuzione dello Snow Water Equivalent (l’indice con cui si calcola il volume dell'acqua prodotta dallo scioglimento completo del manto nevoso) molto più elevata rispetto al passato soprattutto nei grandi bacini alpini: oggi lo Swe nazionale è infatti sceso fino a circa 48% rispetto alla media di questo periodo. Al Nord il deficit di neve si sta riflettendo direttamente nelle risorse idriche nel sottosuolo dove a fine maggio si è registrato un crollo del 61% dell’acqua immagazzinata grazie alla neve alpina, mentre i terreni registrano già il 30% in meno di umidità rispetto allo scorso anno. I rilevamenti sono stati effettuati su circa 35 stazioni di alta quota distribuite lungo tutto l’arco alpino e indicano che le riserve sono a rischio.
Una “stagione” diversa per ogni territorio
In Valle d'Aosta, secondo il Centro Funzionale Regionale della Protezione Civile, il deficit di neve (l’indice Swe) è del 33% in meno. Si tratta di circa 400 milioni di metri cubi d'acqua in meno rispetto ai valori medi storici. Oltre la fusione nivale, dovuta al caldo anomalo (ad aprile, temperature sono salite fino a 3 gradi sopra la media), a maggio sono caduti solo 45 millimetri di pioggia, cioè il 60% in meno della media mensile. La portata della Dora Baltearegistra uno scarto negativo del 63%ed i livelli idrometrici del torrente Lys risultano decrescenti.
In Piemonte le temperature hanno registrato un aumento sulle medie delle scorse primavere fino a +3,8mentre a maggio sono calate le piogge (-44% alivello regionale, ma con punte di -92% sul bacino dell'Orba, -88% su quello dello Scrivia Curone e -81% sulla Bormida). Anche in questa Regione rimane alto il tasso di deficit di neve -47%.Continuano a ridursi le portate del fiume Tanaro(al55% delle sue potenzialità) e del Toce(al 45% dei flussi del periodo).
A maggio in Lombardia, secondo l’Arpa regionale, la riserva idrica nivale era inferiore del 41% rispetto al 2022, cioè ci sono 220 milioni di metri cubi in menonell'indice Swe. Motivo per cui le riserve idriche risultano inferioridel 40,8% rispetto alla media: nel bacinoAdda-Mera-Lario, il deficit idrico è del53,6% con indice Swe a -65,6% sulla media. Tra i grandi laghi del Nord Italia, il Maggiore è al 96% di riempimento, quello di Como al 69,4% il lago d’Iseo al 70,7%, mentre il Garda si tiene al 78,6%. E qui il problema l’estate rimane quello di centellinare il livello dei laghi, divisi tra interessi turistici e quelli dell’agricoltura.
Nel Veneto, il confrontocon il 2022, anno della peggiore siccità nella storia dell'Italia Settentrionale, l'indice Swe segna -32% nei bacini montani del fiume Piave e -67%.In totale sono circa 62 milioni di metri cubi di riserva idrica nivale in meno rispetto a quattro anni fa (secondo Anbi sudati raccolta da Arpa Veneto). Non solo. Ad aprile, è piovuto il 67% in meno,motivo per cui fatta eccezioneper il fiumeAdige (che rimane il 72% sotto la media), continuano ad impoverirsi gli alvei degli altri fiumi nella regione: Brentaè al 40% dei flussi medi, Livenza al 39%, Piaveal 37%, Bacchiglioneal 33%.
Po sorvegliato speciale
Un capitolo a parte spetta come al solito al Po. Pur essendo la situazione meno grave rispetto alla crisi del 2022, il fiume risente della scarsità della neve accumulata sulle Alpi e nei bacini piemontesi. L’Autorità di Bacino continua infatti a classificare il distretto in condizioni di “severità idrica normale”, ma è l'intero alveo del fiumea mostrare deficit idrici. Il tratto piemontese ad esempio presenta portate in calo e nettamente inferiori alla media: a San Sebastiano si registra -74%, mentre in provincia di Alessandria il deficit è del 64%. Stessa situazione in prossimità del Delta, a Pontelagoscuro in provincia di Ferrara la portata presenta un deficit del 57% rispetto alla media storica del periodo.
In vista dell’estate, poi c’è da affrontare il contenimento della risalita del cuneo salino e della salinizzazione dei suoli ed è per questo che il Po rimane un sorvegliato speciale.A monitorarlo i ricercatori che partecipano ad un progetto chiamato “Agritech Spoke 4 UNIPD - WP4.2" finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e curato dal Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali dell’università di Padova. Una sorta di laboratorio a cielo aperto che coinvolge sia la popolazione del territorio tra Veneto e Emilia Romagna oltre al Consorzio di bonifica Delta del Po. Un progetto che unisce telerilevamento, sensori di prossimità e modelli basati sull’Intelligenza Artificiale.
Attraverso l'impiego di sonde installate in terreni messi a disposizione da aziende per rilevare conducibilità elettrica, umidità e temperatura a diverse profondità, lo staff di ricerca ha potuto incrociare i dati sul terreno con le analisi satellitari, le rilevazioni con droni, oltre a dati e statistiche. Spiega il presidente Anbi, Francesco Vincenzi: “Questa sul Po è una battaglia, ma la questione non può essere relegata ad una dimensione puramente locale, poiché ciò che riguarda il Delta del Po coinvolge l’intera asta del Grande Fiume, cioè il giacimento dell’agroalimentare italiano, minacciato dalla crisi climatica”.
In Emilia-Romagna, ifiumi appenninici emiliano romagnoli sono ancora in forte crisicome nei casi di Santerno ed Enza, mentre i bacini piacentini di Molato e Mignano trattengono rispettivamente 98,5% e 87,8% dell'acqua invasabile.
Italia Centrale, situazione tra luci e ombre
In Toscana, è piovuto moltosulle province settentrionali, così come su alcuni comuni fiorentini dove sono stati superati i 150 millimetri. A Pontedera, la portata del fiume Arnoè cresciuta di ben 320 metri cubi al secondo, mentre quella del Serchioa Ripafrattaè di179 metri cubi al secondo. Il flusso nel fiume Ombrone torna invece a scendere anche al di sotto del Deflusso Minimo Vitale e a Sasso d’Ombrone scorrono in alveo appena 1,66 mc/s d’acqua contro una media storica di mc/s 7,16 (-77%).
In Abruzzo, invece i volumi trattenuti dalla diga di Penne sono tra i più ingenti degli ultimi dieci anni.
Nelle Marche sono in calo le altezze idrometriche dei fiumi, mentre gli invasitrattengono54,32milioni di metri cubi d'acqua. In Umbria, il livello del lago Trasimeno monitorato costantemente anche dal centro funzionale regionale-Protezione Civile continua ad abbassarsi: spariti altri 8 centimetri a Polvese: ora il gapcon le altezze medie di riferimento è diun metro e 5 centimetri.
Nel Lazio, i livelli deilaghi sia quelliromani che viterbesi si riducono fino ad un paio di centimetri; incalo sono anche le portate fluviali di Tevere e Velino(-23% sulla media).
Al Sud l'acqua è tornata
In Campania crescono i flussi dei fiumi Volturno e Sele, mentre restano stabili quelli del Garigliano. Confermato il trend favorevole dei principali fiumi della Basilicata: Sinni, Agri, Basento e Bradano che alimentano una sistema di invasi strategici per tutto il Sud. Le dighe di monteCotugno, Pertusillo, Camastra e Basentelloraccolgono complessivamente 396,26 milionidi metri cubi d'acqua, secondo i dati l’Autorità di Bacino distrettuale dell'Appennino Meridionale.
In Puglia si registra una leggerissima flessione nei volumi idrici raccolti nei serbatoi della Capitanata, ma gli agricoltori possono comunque fare affidamento su quasi294 milionidi metri cubi d'acqua. La Sicilia è stata in grado di affrontare un maggio estremamente secco grazie alla disponibilità idrica degli invasi pieni all’88%.
In Sardegna, infine, sono 1617,50 i milioni di metri cubi d’acqua, trattenuti dalle dighe: -54,33 milioni rispetto a maggio, ma ciò nonostante gliinvasi sono ancora pieni all’87,54%.