C'è +Gusto a Bologna 2026
Il dialogo

A tavola c’è una nuova Sicilia, ora più europea

Le foto di questo articolo sono state scattate durante la partecipazione di Sicindustria a C'è +Gusto a Bologna 2026
Le foto di questo articolo sono state scattate durante la partecipazione di Sicindustria a C'è +Gusto a Bologna 2026 

Per raccontarsi al mondo occorre essere consci delle proprie bellezze. Il presidente Rizzolo sull’importanza dei mercati esteri: “Abbiamo produzioni davvero straordinarie e diversificate”

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C’è una Sicilia che si racconta a tavola, ma che sempre più vuole farsi conoscere anche nei mercati internazionali. È la Sicilia degli oli, dei vini, dei grani, degli agrumi, dei prodotti della terra e delle tante piccole imprese che custodiscono saperi antichi e, allo stesso tempo, cercano nuovi linguaggi e nuovi consumatori. Una ricchezza che non può però restare soltanto una storia da raccontare: deve diventare valore, lavoro e crescita.

È da questa prospettiva che Sicindustria è arrivata a Bologna per C’è +Gusto 2026, il festival di Repubblica dedicato quest’anno a “Libertà e Responsabilità” con due stand e una rappresentanza di imprese guidata dal presidente Luigi Rizzolo, portando al centro del confronto il sistema agroalimentare dell’Isola e la necessità di accompagnarlo sui mercati esteri. Partner della rete Enterprise Europe Network, Sicindustria rappresenta circa un migliaio di imprese e un sistema che dà lavoro a circa 50 mila persone. Un patrimonio di imprese molto diverse tra loro, ma accomunate dalla necessità di crescere, innovare e, sempre più, guardare oltre i confini nazionali. Un tessuto produttivo fatto in gran parte di piccole e medie imprese, spesso con un forte potenziale sui mercati esteri, ma non sempre dotate delle dimensioni e delle risorse necessarie per affrontare la complessità dell’internazionalizzazione. È proprio su questo terreno che interviene Sicindustriacreando occasioni di incontro, portando buyer in Sicilia, accompagnando le imprese all’estero e costruendo relazioni che possano aprire nuovi mercati.

Presidente Rizzolo, “Libertà e Responsabilità” è il tema scelto da C’è +Gusto 2026. Che significato assume per chi rappresenta le imprese?

“È un binomio molto concreto. La libertà è la possibilità per un’impresa di investire, innovare, scegliere la propria strada e confrontarsi con il mercato. Ma questa libertà porta con sé anche una responsabilità, perché un’impresa non vive fuori dal territorio: crea lavoro, utilizza risorse, costruisce relazioni con le comunità e contribuisce a definire il futuro economico di un’area. Nell’agroalimentare questo rapporto è ancora più evidente. Chi produce cibo lavora con la terra, con l’acqua, con le persone e con un patrimonio culturale. La sfida è quindi tenere insieme competitività e sostenibilità, innovazione e identità”.

La Sicilia ha un patrimonio agroalimentare enorme. Come trasformarlo in valore?

“Abbiamo produzioni straordinarie e molto diversificate: vino, olio, grani, agrumi, frutta, trasformazione alimentare, pasticceria e tante altre realtà. Ma proprio perché abbiamo un patrimonio così importante dobbiamo anche proteggerlo. Tutelare il Made in Italy e, al suo interno, il Made in Sicily significa difendere la qualità, la tracciabilità e l’identità dei nostri prodotti, contrastando fenomeni di contraffazione e pratiche commerciali che possono confondere il consumatore, come nel caso di prodotti stranieri presentati come siciliani. La qualità, quindi, deve diventare valore economico anche attraverso la capacità di costruire marchi, garantire l’origine, sviluppare la distribuzione e consolidare relazioni commerciali sui mercati internazionali. E dobbiamo aiutare le nostre imprese a fare tutto questo senza affrontare da sole una sfida così complessa”.

È qui che entra in gioco il lavoro di Sicindustria?

“Esatto. Il nostro compito è quello di creare condizioni e strumenti perché le imprese possano crescere. Nel comparto agroalimentare significa favorire l’incontro con buyer e operatori stranieri, costruire occasioni di business e facilitare l’accesso a reti che una singola piccola impresa difficilmente potrebbe raggiungere. La partnership con Enterprise Europe Network è importante proprio per questo: essere dentro una rete europea significa poter costruire relazioni con imprese e operatori di altri Paesi e trasformarle in opportunità concrete. Lo abbiamo fatto, per esempio, la scorsa primavera organizzando la seconda edizione di Sicilia Wine, che ha coinvolto circa 50 imprese siciliane e 15 buyer internazionali, con oltre 400 incontri B2B. Una manifestazione che ha permesso di avviare accordi commerciali, a dimostrazione del fatto che anche le produzioni di nicchia possono trovare il proprio mercato internazionale quando vengono accompagnate da una strategia e da una rete di relazioni”.

Poche settimane fa lei ha partecipato alla missione di Confindustria in Argentina e Brasile. Che cosa significa affrontare questi mercati facendo sistema?

“È molto importante, soprattutto per le imprese più piccole. Una grande azienda è già strutturata per organizzare una missione, individuare gli interlocutori e seguire le relazioni. Una pmi non sempre. La logica delle missioni di sistema è quella di creare una porta d’ingresso. E così l’impresa arriva con il proprio prodotto e la propria capacità, ma intorno trova una rete pronta ad aiutarla nell’individuare gli interlocutori giusti, comprendere il mercato e costruire relazioni. L’obiettivo non è mai sostituirci all’imprenditore, ma metterlo nelle condizioni di muoversi in sicurezza”.

Sostenibilità e competitività possono convivere?

“Devono convivere. La sostenibilità è una delle condizioni della competitività. Significa innanzitutto poter continuare a produrre nel tempo, proteggendo le risorse da cui dipende la produzione come Penso all’acqua, al suolo, all’energia, alla biodiversità, ma anche alla capacità di ridurre gli sprechi e rendere più efficienti i processi. In molti casi sostenibilità significa anche innovazione: consumare meno acqua o energia, utilizzare meglio le materie prime, ridurre gli scarti, migliorare la logistica. Sono scelte che possono avere un impatto positivo sull’ambiente ma anche rendere un’azienda più efficiente e competitiva. Naturalmente tutto questo richiede investimenti e competenze. La vera sfida è fare in modo che la transizione non venga percepita soltanto come un costo, ma diventi un’occasione per innovare, rafforzarsi e creare valore nel lungo periodo”.

La Sicilia è anche una terra nella quale agricoltura, turismo, cultura e gastronomia sono profondamente intrecciati. Quanto conta tutto questo?

“Conta moltissimo e probabilmente è uno dei nostri patrimoni più importanti. Un turista che viene in Sicilia non compra soltanto una vacanza. Può conoscere un territorio attraverso ciò che mangia, i mercati storici che visita e i produttori che incontra. Il cibo è una porta d’ingresso alla cultura. Ma questa ricchezza deve anche confrontarsi con le sfide del futuro. Penso, per esempio, alle energie rinnovabili, che per la Sicilia possono rappresentare anche un’opportunità per rendere più sostenibili e competitivi i processi produttivi. E penso alla gastronomia, dove tanti giovani chef stanno rileggendo la tradizione siciliana utilizzando prodotti e ricette del territorio con linguaggi nuovi, senza perdere il legame con le proprie radici. È questa capacità di innovare partendo dalla nostra identità che dobbiamo valorizzare. Per questo dobbiamo ragionare sempre più per filiere e non per compartimenti separati: agricoltura, industria alimentare, ristorazione, turismo, cultura ed energia possono rafforzarsi reciprocamente. Un prodotto siciliano può essere venduto in una qualsiasi città del mondo, ma può anche diventare parte dell’esperienza di chi arriva in Sicilia. Sono due mercati diversi che possono sostenersi a vicenda”.

Qual è oggi il principale ostacolo per una piccola impresa agroalimentare che vuole internazionalizzarsi?

“Non è la qualità, è la dimensione. Una piccola impresa può avere un prodotto eccellente, ma deve affrontare costi e complessità legati a certificazioni, logistica, distribuzione, comunicazione.Per questo servono reti e una logica di sistema. Un’azienda deve mantenere la propria identità, ma può condividere conoscenze e opportunità con altre aziende. È così che una dimensione ridotta può diventare meno penalizzante”.

A Bologna c’è stata una delegazione di aziende siciliane. Che cosa ha significato essere presenti a C’è +Gusto?

“Incontrare un pubblico che considera il cibo non soltanto una necessità, ma cultura, piacere e conoscenza. Portare sei aziende significa dare un volto concreto all’agroalimentare siciliano, dietro un prodotto ci sono persone, territori e imprese che ogni giorno producono e cercano nuovi mercati. Ed è proprio questo il valore di un festival come C’è +Gusto: mettere insieme il piacere del cibo e le riflessioni sul futuro delle filiere”.