L’estate 2026, quella delle ondate di calore, la più più calda di sempre, l’ha messo chiaro e tondo. C’è un nesso tra salario e cambiamento climatico. Sì perché se la temperatura è per tutti di 40 gradi, non tutti dispongono degli stessi strumenti per affrontarla. Ripensando a quello che è accaduto fino a qualche settimana per qualcuno è stato molto più complicato lavorare negli uffici, in fabbrica senza aria condizionata oppure nei cantieri lungo le strade, nei campi, nei porti. Anche trovare ristoro di notte, quando la temperatura non scendeva sotto i 29 gradi, è più complicato se non si ha la possibilità di avere una casa fresca, permettersi un climatizzatore. Oppure dover rinunciare alle ferie almeno di una settimana per trovare riparo in riva al mare o in montagna. Per qualcuno, anzi più di qualcuno, quel nesso tra salario e clima, è molto concreto tra caro bollette, impennata dei prezzi del carburante e degli alimenti.
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E le cose non sembrano migliorare visto il rapporto “Limiting Overshoot”, pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), il superamento della soglia di 1,5 gradi fissata dall’Accordo di Parigi è ormai “sostanzialmente inevitabile”, con un possibile picco di 1,8 gradi anche nello scenario più ottimistico.
Tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni ridotte del 6,6%
Così mentre dall’ufficio parlamentare di Bilancio fanno sapere che tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni reali nel settore privato si sono ridotte in media del 6,6%, con un picco del 40,8% per il 10% dei lavoratori più poveri e che nello stesso periodo il lavoro si è fatto più precario. Dal 1990 al 2018 gli operai e gli impiegati assunti part-time sono passati da 500mila a 4,8 milioni e, sempre secondo l’UPB, l’83,7% dei lavoratori italiani percepisce oggi una retribuzione inferiore ai 35.100 euro lordi l’anno. Facendo due conti, 25.200 euro netti, poco sopra la soglia del salario base dignitoso individuata dalla Campagna Abiti Puliti 2026 cofinanziata dall’Unione europea, di 12 euro netti l’ora, cioè 2.063 euro netti al mese e 24.756 euro netti all’anno, per un lavoro a tempo pieno.
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Un salario dignitoso fa bene al clima
Per la prima volta infatti il salario dignitoso non è stato presentato solo come una misura sociale, ma come leva di adattamento alla crisi climatica. Nella scheda di aggiornamento dal titolo “Il salario dignitoso fa bene al clima”, che riprende il primo rapporto della Campagna Abiti Puliti spiega dati alla mano il motivo per cui “garantire un salario dignitoso di base è una misura per mitigare l’emissione di CO2. Una misura ambientale urgente e necessaria per consentire alle lavoratrici e lavoratori di fare fronte meglio alla crisi climatica avendo accesso al cibo, abitazioni e servizi di migliore qualità”, è questo il paniere essenziale della proposta presentata da Abiti Puliti al governo.
La responsabilità delle emissioni
E come spiega il rapporto “Rischio climatico in Italia. Scenari, costi e opzioni di risposta” firmato da un gruppo di ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), del Politecnico di Milano, di Ca’ Foscari, dell’Istituto Universitario Europeo e dell’Università di Siena, la crisi climatica e il degrado ambientale colpiscono principalmente chi vive e lavora in ambienti degradati, in zone dove è quasi impossibile sfuggire agli eventi estremi sempre più frequenti. Eventi che non si possono affrontare senza infrastrutture, servizi, una rete di protezione sociale e adeguati mezzi materiali. Anche in Italia, come nel resto del mondo. La Campagna Abiti Puliti richiama poi l’attenzione sull’altra faccia della diseguaglianza climatica: la responsabilità delle emissioni. Sono molti ormai gli studi che intrecciando eventi estremi e reddito mostrano che le fasce più benestanti della popolazione globale hanno impronte carboniche superiori disponendo però anche di risorse adeguate per proteggersi dalle conseguenze. Al contrario, chi inquina meno è maggiormente esposto ai danni di una crisi ambientale che non ha generato. Per questo, un salario dignitoso è considerato una misura di adattamento climatico. Ma è anche uno dei nodi della giustizia climatica, tema che sarà affrontato nella prossima Cop31 prevista dal 9 al 20 novembre ad Antalya, in Turchia.